È prassi oramai consolidata, che l’estate cinematografica italiana raccolga in sala – se si eccettua qualche remunerativo blockbuster, negli ultimi anni - i prodotti di nicchia più disparati e gli infiniti esuberi che l’industria di celluloide partorisce ogni stagione. Non sfugge a questa regola Butterfly Zone – Il senso della farfalla, curioso fantasy italiano diretto dal regista, autore, compositore e attore Luciano Capponi. Prodotto decisamente bizzarro, e con qualche vaga ambizione autoriale, Butterfly Zone ha vinto addirittura il Premio Méliès come Miglior Film Fantasy al XXIX Fantafestival. Quell’addirittura che precede il prestigioso riconoscimento non è speso a caso, perché l’opera di Capponi, nonostante il lodevole tentativo di immaginare un cinema che in Italia è assolutamente minoritario, se non del tutto assente (piacevole e qualitativa eccezione l’incantevole L’uomo fiammifero di Marco Chiarini, co-sceneggiato, non a caso, da Giovanni De Feo, geniale “papà” de Il Mangianomi), è assolutamente fallace in quasi tutte le componenti della sua struttura.
La trama, abbastanza pretestuosa già dall’avvio, prende spunto da un misterioso raggio di provenienza aliena, che colpisce le vigne di un casolare laziale. La tenuta è di proprietà del professor Chenier, scienziato con la passione del vino. Nei ricordi del figlio piccolo, l’uomo viene rapito da oscuri signori in nero. Anni dopo, alla morte del genitore, Vladimiro torna al casolare e rincontra l’amico di infanzia Amilcare, ragazzo che lavora svogliatamente nella salumeria del padre. Bevendo un vino della cantina, ultimo enigmatico lascito del professor Chenier, i due amici entrano in una sorta di nuova dimensione che presto scoprono essere l’aldilà. Si intrattengono piacevolmente con i morti, che a loro volta li guardano con sospetto: in fondo, sono i vivi gli intrusi. Nel secondo viaggio, però, riportano in vita un pericoloso serial killer che uccide per delirio religioso e che sembra far parte di una misteriosa organizzazione che cerca di approfittare del varco tra i vivi e i morti per dominare l’arbitrio degli esseri umani. La situazione si fa seria, e i due, aiutati da una donna, agente segreto che ha un figlio piccolo in gravi condizioni di salute, cominciano un’indagine a cavallo tra i due mondi con l’obiettivo di scongiurare il pericolo imminente.

Film che più caotico non si può, indeciso come pochi nello scegliere una via di genere, Butterfly Zone ha altri macroscopici difetti, tra i quali il più evidente è decisamente una sceneggiatura latitante e una confezione dei dialoghi davvero risibile. Involontariamente comica, la pellicola scade nel grottesco più becero nella prima parte (con tanto di ossessioni omosessuali noiose, eccessivamente caricate e immotivatamente ripetute), non trovando mai non dico un’ amalgama, ma una via percorribile che non vada a scadere sempre nel ridicolo. In più c’è un disturbante ricorso al turpiloquio, anche in questo caso decontestualizzato e assolutamente inutile ai fini tanto del ritmo delle battute che della comprensione espositiva. Gli attori sfiorano la “tensione” da bassa soap opera, o sono fastidiosamente sopra le righe per larga parte della pellicola, certamente non facilitati dalla pessima scrittura. Non c’è tensione, non c’è emozione: nessun dolore, verrebbe da dire, citando Battisti, se non quello di testa e (forse) di stomaco, alla fine della visione. Solo nel finale, stranamente, e in assoluta controtendenza con i restanti 90-95 minuti della pellicola, l’opera vira su toni impercettibilmente malinconici, aspirando ad un epilogo dall’afflato lirico che chiuda il cerchio su note dolcemente riflessive. Il che non ha alcun senso, visto cosa ci aveva propinato il film fino a quel momento.
Alla sciagurata rappresentazione partecipa, più o meno distrattamente, anche qualche volto noto (Francesco Salvi, Barbara Bouchet, Giorgio Colangeli), che nulla aggiunge e nulla toglie al pessimo andamento complessivo della pellicola. Ma sentiamo direttamente dalle parole del regista, cosa sarebbe (o cosa voleva essere) Butterfly Zone: “Alcuni temi incidono sull’esistenza più di altri – spiega Capponi – ma questo è relativo ad ogni individuo. Romanista o laziale? Milanisti o interisti? Su un tema, più o meno, potremmo trovarci d’accordo: l’interrogativo dell’aldilà. Così, sorridendo, mi sono fatto un viaggetto, beninteso onirico, e ho colorato il film. Il resto è suono e parole, qui e là. Giustappunto”. Lo sconcerto resta, è evidente, anche perché l’improbabile viaggio onirico-metafisico che propone Capponi vive su confini troppo incerti per aderire al genere, ed è talmente sconclusionato e inefficace da non generare interesse per nessuno dei sottotesti che disarmonicamente intreccia questo nebuloso e inconsistente lungometraggio.
Regia: Luciano Capponi. Soggetto e sceneggiatura: Luciano Capponi. Direttore della fotografia: Giulio Pietromarchi. Montaggio: Maria Cristina Sansone. Scenografia: Elisa Zangola. Costumi: Elisa Dina. Interpreti principali: Pietro Ragusa, Francesco Martino, Francesco Salvi, Alessandra Rambaldi, Giorgio Colangeli, Barbara Bouchet, Vincent Riotta, Damir Todorvic, Cosimo Fusco, Armando De Razza, Sergio Nicolai, Melanie Gerren, Sara Armentano, Marta Curci, Patrizio Oliva, Max Bertolani, Cristiano Callegaro, Valentina Leto, Pietro Cartoni, Ivo Americo Sette, Luciano Capponi. Musica originale: Luciano Capponi. Produzione: Giuseppe Franco per Play Phoenix Production. Origine: Italia, 2009. Durata: 100 minuti.
Federico Magi, luglio 2010.
Prima pubblicazione cartacea dell'articolo: Il Secolo d'Italia, 7 luglio 2010. © Il Secolo d'Italia. L'articolo appare su Lankelot in versione lievemente modificata.
Commenti
(Butterfly Zone) Ogni tanto
(Butterfly Zone) Ogni tanto una bella stroncatura ci vuole: mamma mia che brutto film!
capponi - carico in prima!
capponi - carico in prima!