Esiste un mondo, al di là delle stelle, in cui colonne vive di legno e linfa cantano, per chi sa ascoltare, la storia del loro pianeta. Esiste un mondo, ad anni luce dalle nostre piccole case, dove gli esseri – animali o vegetali – vivono del respiro di un'unica grande madre, Eywa, essendo un tutt'uno con lei. Esiste un mondo dove i monti volano ed i capi di popolo cavalcano enormi pterosauri. Esiste un mondo, ed io ci sono stato, di nome Pandora.
In pompa magna, con un boato mediatico da far invidia anche al più chiacchierato dei capi di stato, giunge anche nel Bel Paese il nuovo kolossal confezionato, dopo un infinito travaglio, da James Cameron.
Qualcuno lo ha definito come una vera e propria rivoluzione del cinema, a causa dell'impiego massiccio delle tecnologie digitali più all'avanguardia, oltre che per il sapiente utilizzo del real 3d. Altri hanno urlato al capolavoro, additandolo come il film che riuscirà ad accaparrarsi tutti gli Oscar; una sorta di asso piglia tutto in grado di rivaleggiare con il fratello maggiore partorito da papà Cameron, Titanic, che detiene il record di statuine vinte.
Quel che è certo è che Avatar è un qualcosa di innovativo, un pacchetto così ben infiocchettato da far commuovere solo a sentir parlare del suo pedigree. Sedersi al cinema per vedere questo film è come cercare di cenare dopo il Pranzo di Natale, così saturi di pietanze da sentire lo stomaco ribellarsi al primo odore che proviene dalla cucina. Insomma: si è già talmente sazi e strapieni che alla prima scena sentiamo il rigetto che ci invade la gola.
Ma prima di vomitare tutto quanto è il caso di andare per gradi, raccontando la banale trama che, più o meno lentamente, si snoda tra i plurimi effetti speciali...

Anno 2150, quella massa di decerebrati degli uomini decide che, dopo aver reso invivibile la Terra, bisogna riservare lo stesso trattamento anche al lontanissimo pianeta Pandora, colpevole di essere ricco di un minerale, l'unobtanium, utile per fare chissà che cosa. Assatanati come un gruppo di adolescenti ubriachi, i marines che si recano in missione, guidati dal Colonnello Quaritch, vogliono fare secchi tutti gli indigeni che abitano il pianeta, i Na'Vi, che hanno la grande sfortuna di vivere proprio sopra al più ricco giacimento minerario del circondario. Ad affiancare i marines è presente anche un gruppo di scienziati che cerca di studiare il pianeta anche mediante l'uso di Avatar: fantocci creati con dna umano e na'vi, pilotati per via telepatica da alcuni soggetti selezionati. Tra questi prescelti è annoverato anche il protagonista, Jake Sully, soldato paraplegico che per la fortuita morte del suo fratello gemello riesce ad entrare nel programma e ad imbarcarsi per Pandora. Inutile dire che Jake, utilizzando il suo Avatar, entrerà in contatto con la popolazione di indigeni e, innamoratosi di una di loro, Neytiri, deciderà di allearsi con Il Popolo per salvarlo dalla minaccia aliena.

Nel leggere la trama qualcuno avrà già storto il naso, classificando il film come una sorta di remake futuristico di Pocahontas o de L'ultimo dei Mohicani, passando rapidamente per Braveheart... e diciamocelo pure, non avrebbe torto nel cogliere un po' di tutto questo nella lineare e scontata vicenda. Ma in Avatar c'è qualcosa di più; tanta carne al fuoco che sembra di essere ad uno di quei barbecue estivi, in cui a conti fatti, quando si torna a casa, si ritiene che per quella griglia sia passata un'intera mandria di bovini.
Partiamo dal significato del titolo: “Avatar”. Nella religione induista gli avatar sono le manifestazioni terrene mediante cui gli dèi discendono sulla terra, facendosi corpo per raggiungere i propri imperscrutabili scopi. Nel mondo ideato da Cameron i terrestri – con la presunzione di ritenersi superiori, tipica di ogni film in cui l'umanità è chiamata a misurarsi con il diverso – utilizzano questi corpi sintetici per lo stesso identico fine: entrare in contatto con i Na'Vi, pronti a portare loro cultura e morte, come vere e proprie divinità, con capacità di decidere delle sorti dei nati dal fango. Ovviamente, visto il palese schieramento del regista con gli autoctoni, questo titolo risulta essere quanto mai ironico, figurandosi come un'accusa di ubris: il genere umano, credendosi divino, scoprirà sulla propria pelle quanto piccolo in realtà sia il suo punto di vista. La traduzione più corretta del termine greco antico “ubris” è “tracotanza”, l'onta contro il divino che l'uomo commette credendosi pari se non superiore ai numi. Il termine induista scelto da Cameron, infatti - che lega indissolubilmente l'agire degli antagonisti terrestri alla cosmologia ed alla religione - è un lampante invito alla lettura delle azioni di questi in termini religiosi: così come gli eroi greci erano infine costretti a soccombere dinanzi al disegno della Moira, che li vedeva sottoposti all'Olimpo, allo stesso modo gli uomini nulla possono dinanzi alla manifestazione di Eywa, che dispensa giustizia in favore dei propri figli e della vita di Pandora, che altro non è che Lei, il pianeta che vive.
Interessante lo sforzo fatto per rendere verosimile la cultura Na'Vi, artificiale ma al contempo più realistica di quella terrestre presentata nel film: la purezza e la gentilezza d'animo di questo popolo, accezioni buonistiche annesse, è posta in netto contrasto con quella dei viaggiatori dello spazio, dividendo il mondo banalmente in buoni e cattivi, in una visione manichea che dovrebbe essere superata, seppur Cameron sembri non esserne al corrente. Il povero regista - tutto intento ad eguagliare gli sforzi fatti da George Lucas e Peter Jackson nei loro kolossal Star Wars e Il Signore degli Anelli per ricreare vere e proprie nicchie culturali, extra-terrestri o elfiche che siano - pecca di ingenuità, non cogliendo quelle sfumature naturali che incastonano la luce nelle tenebre e viceversa.
In uno scontro tra un Bene assoluto e puro ed un Male altrettanto granitico e scevro da qualsivoglia giustificazione, ogni cosa perde, allora, di profondità e verosimiglianza, così da rendere vano ogni tentativo di far apparire credibile l'intera struttura su cui si regge Il Popolo, caratterizzato da un forte senso del sacro ed una pietas – rispetto per gli dèi – che si traduce in un amore per Pandora, a cui tutti gli esseri sono legati, in quanto ognuno manifestazione transeunte di Eywa.
Basterebbe dire questo per bocciare il film in maniera clamorosa, avendo svelato il grande problema della sceneggiatura: la banalità. Fortunatamente però, come dicevo prima, le cose non sono mai bianche o nere, ma vi sono sfumature importanti, oserei dire vitali in questo caso, che giocano a favore di Avatar rendendolo, per molti aspetti, un film unico ed imperdibile. Sto parlando della fotografia e degli effetti speciali – e preciso che queste parole sono a dir poco riduttive per riferire ciò che è questo film - che sin dalle prime scene, per tutta la durata della storia, stimolano l'occhio facendo provare allo spettatore plurimi e continui orgasmi visuali. Ed ecco ricollegarmi all'incipit di questo articolo: “Esiste un mondo, ed io ci sono stato, di nome Pandora”. Pur essendo consapevole di non essermi mai mosso dalla sala cinematografica, non sono certo di poter negare di aver toccato le piante senzienti che abitano il pianeta, di non essermi fermato, a bocca spalancata, ad udire la eco dell'Albero delle Voci, Utraya Mokri, sacro sopra ogni cosa, o di non aver cercato anche io il contatto mistico con un Ikran, pteroasuro grande come un aereo che sceglie di volare solo con un Na'Vi per tutta la sua vita.
La bellezza del film, come molti avevano già intuito prima ancora di visionarlo, sta proprio negli effetti speciali e nel 3d, che rendono possibile l'ingresso nella fantasia di Cameron ad un livello che non era mai stato tanto profondo ed intimo. Come Alice entra nella tana del Bianconiglio, così anche lo spettatore è catapultato, con tutti i suoi sensi, nella foresta pluviale di cui il verde pianeta è ricoperto, all'inseguimento non di un ritardatario leporide, bensì dei semi luminescenti dell'Albero Sacro, che si muovono al vento spinti dal soffio di Eywa. In un lucido dormiveglia, la sala scompare per lasciare spazio al liquido e vivido mondo di Pandora, un sogno in LSD animato da colori improbabili e psichedelici, acidi.

Ciò che Avatar in fondo è, il motivo per cui si imprime nella mente, è allora la nuova dimensione in cui accompagna il visitatore terrestre che si accomoda sulla poltrona del cinema: non importa la storia, quel che conta è il viaggio nell'utero di Eywa, nel mondo lussureggiante e giurassico che, un tempo, era anche il nostro pianeta. Ciò che veramente vale, in finale, è riscoprire la Grande Madre che si è fatta corpo florido e fecondo e ricorda all'uomo la propria infanzia, ponendolo dinanzi al duro confronto col cadavere del suo pianeta, in cui lo Spirito ha già esalato da tempo l'ultimo respiro.
Andrea Betti – 16 gennaio 2010
Regia: James Cameron
Sceneggiatura: James Cameron
Direttore della fotografia: Mauro Fiore
Montaggio:James Cameron, John Reflua, Stephen Rivkin
Scenografie: Rick Carter, Robert Stromberg
Interpreti principali: Sam Wothington, Zoë Saldana, Giovanni Ribisi, Stephen Lang, Sigourney Weaver, Michelle Rodriguez
Musica originale: James Hormer
Produzione: 20th Century Fox, Dune Entertainment, Giant Studios, Ingenious Film Partners, Lightstor Entertainment
Origine: USA/UK 2009.
Durata: 162 minuti
Titolo originale: “Avatar”.
Commenti
ottimo approfondimento su
ottimo approfondimento su questo film che sta facendo tanto parlare di sè.
Grandi effetti speciali come sapevo, trama così così; penso che andranno a vederlo i miei figli, personalmente non ne sono molto attratta. Certo il 3d m'incuriosisce, ma magari aspetto Alice di Tim Burton.
(Avatar): scrivi: "ubris". In
(Avatar): scrivi: "ubris". In realtà, in IT si scrive "hybris", mantenendo - per quanto possibile - l'antica grafia:
http://it.wikipedia.org/wiki/H%C3%BDbris
ottima. Non volevo leggerla
ottima. Non volevo leggerla perché vado in settimana, ma a quanto pare il film è un esperienza sensoriale e non c'è trama o commento per questo. Vedremo la mia.
[Avatar] Una favorevole
[Avatar] Una favorevole congiuntura astrale mi ha portato ieri sera a vedere una "prima" per la prima volta appunto in vita mia. Detto questo, concordo con l'analisi sia dell'ingenuità narrativa sia della spettacolarità degli effetti speciali e del 3D che pure mi ha provocato una specie di contrattura del nervo ottico - ma sarà perché io ho già grossi problemi miei di vista? Un film da vedere SOLO al cinema, altrimenti non rimarrà neanche quell'impressione beata di cui ben dice Tarak, ma solo l'impressione di aver visto il film di Pocahontas anziché il cartone...
E tuttavia, confermo con il recensore che il film ha qualcosa di straordinario. E che va visto. Anche perché è costato tanti soldini... :)))
Un appunto: George Lucas inaugurava praticamente un genere quando uscì nel 1977 Guerre stellari e gli va dato il merito a mio parere doppio di effetti e narrazione. Quanto a Jackson il paragone non si può fare: aveva alle spalle il sommo Tolkien, mica uno sceneggiatore qualsiasi...
[Avatar] Pardon Tarak, ho
[Avatar] Pardon Tarak, ho corretto la forma del nome Aywa in Eywa.
reimpaginato con mozilla:).
reimpaginato con mozilla:). e' bastato aprirla e salvare, levando qualche riga bianca in fondo
(Avatar) devo vederlo:).
(Avatar) devo vederlo:). Intanto ti ringrazio per sensazioni, pareri, giudizi
(Avatar): Appena lo vedo
(Avatar): Appena lo vedo scrivo il mio pezzo e poi vengo a commentarti;)
@franchi: proprio per
@franchi: proprio per mantenere l'antica grafia di "ubris" ho deciso di scriverlo così... in greco, infatti, è questa la grafia corretta ;) avevo pensato di scriverlo alla latina, in effetti, ma il concetto è proprio dell'antica grecia e "latinizzarlo" mi sembrava un delitto =P
@ildelaura: hai ragione, in effetti gli sforzi fatti da Cameron, dopo Lucas e Tolkien, passano in secondo piano..
Non sono del tutto
Non sono del tutto d'accordo. La trama ha molte banalità da blockbuster americano, ma è infinitamente di più. E' impegno civile - e non parlo dell'ecologia -, è problematica, è geniale in alcuni suoi concetti di fondo: l'avatar, la prospettiva della digitalizzazione della mente umana è tecnologia discussa da tempo, oltre che entusiasmante; l'oniricità delle scenografie è quanto più alto non vedessi da troppi anni, e non è l'effetto speciale ma il disegno. L'ho visto anche in 2d e il risultato rimane. C'è azione sparatutto, c'è matrix e buonismo, ma c'è anche forse il più diffuso, massiccio ed efficace attacco alla politica americana militarista del dopoguerra in poi. C'è il Vietnam e c'è l'Iraq. E per quanto si minimizzi questo aspetto è un film che vedranno milioni, forse miliardi di persone, e sarà tra i messaggi più forti in questo senso. Politica intransigente e ribelle e antiretorica vestita di fantascienza. E poi ci sono bellissime sensazioni che io avevo dimenticato al cinema. Non so voi.