Tim Burton è un genio, chi aveva qualche residuo dubbio in proposito vada a vedere questo film e certamente lo potrà fugare. È un genio perché non era semplice restituire l’incanto che regala questa fiaba meravigliosa scritta nei primi anni Sessanta da Roald Dahl. È un genio perché all’incanto aggiunge incanto, senza tradire lo spirito della storia, rafforzandone - semmai fosse possibile - il messaggio edificante che racchiude.
Charlie è un bimbo povero, la sua famiglia vive in condizioni disagiate in una piccola casupola che si tiene su a stento. La famiglia per lui è tutto; il signor Bucket e la moglie, i quattro nonnini raggomitolati in un letto: l’amore va oltre e vince su una vita difficile. Charlie ama il cioccolato e ascolta da nonno Joe le mirabolanti storie di Willy Wonka. Nella città in cui abita il bimbo, infatti, si erge un’immensa fabbrica di cioccolato di cui il signor Wonka è l’inventore. Wonka sembra essere un mago, un essere fuoriuscito dalla fantasia di un fanciullo e trasferito nella realtà. Egli aveva costruito castelli di cioccolato, inventato dolci impossibili e improbabili: colorato i sogni dell’umanità, non solo infantile. Ma era stato tradito; i segreti delle sue opere dolciarie erano stati diffusi da qualche suo operaio: la sua fabbrica un giorno chiuse i battenti. Ma ora era riaperta, il cioccolato scorreva nuovamente a fiumi per le vie del mondo, e i bimbi erano tornati a favoleggiarci su. Ma chi ci lavora adesso? Gli operai furono tutti licenziati - qualcuno aveva tradito e rivelato i magici segreti del cioccolato - e le macchine sembrano mosse da forze invisibili. Charlie apprende con stupore e felicità che Wonka ha messo in circolo cinque biglietti d’oro nascosti nelle tavolette di cioccolato: i vincitori - esclusivamente bambini - avranno la possibilità di visitare la fabbrica. Certo, le possibilità di trovarne uno per lui sono poche: riceveva in dono una tavoletta l’anno per il suo compleanno - comunque imminente - e i preziosi dolciumi erano diffusi in tutto il mondo. Il bimbo vede scorrere davanti a sé, attraverso immagini televisive, quattro dei i cinque fortunati: Augustus Gloop, un grassone che mangia in continuazione; Violetta, campionessa mondiali delle masticatrici di gomme; Veruca Salt, una bimba viziatissima, e Mike Tivù, un malato di televisione ipersaccente. Bimbi viziati e facoltosi, ispirati dall’avidità e dalla brama dei loro borghesi genitori. Ma proprio quando tutto sembra impossibile, un aiuto del destino viene in soccorso a Charlie: il quinto, prezioso biglietto sarà il suo. Qui comincia il viaggio dei bimbi nel fantastico mondo di Willy Wonka. Ma il vero dono che Wonka ha in serbo non è la visita alla fabbrica: lascerà al bimbo più puro un’eredità meravigliosa.


Ho amato il libro di Dahl profondamente, l’ho letto a tutti i bambini che ho potuto, l’ho riletto io stesso nei momenti in cui mi serviva risvegliare l’incanto, l’ho donato a chi pensavo potesse apprezzarlo. Amo Tim Burton e lo aspettavo con curiosità ed emozione a questa prova. Ora che ho visto il film, posso ringraziare sentitamente.
Sulla suggestiva musica del fido Elfman, le prime immagini della pellicola introducono i macchinari della fabbrica intenti ad inserire i biglietti d’oro nelle tavolette di cioccolata. Non saprei dirvi perché; probabilmente, tutto ciò esula dalla ragione, ma ho immediatamente compreso che il grande regista californiano mi portava nuovamente nella fabbrica, come qualche anno fa aveva fatto Roald Dahl. Fiumi di cioccolato, navi di caramello e ascensori di cristallo: è tutto come mi ero immaginato. Charlie ha il volto del bravissimo Freddie Highmore (già visto con Depp in Neverland): non si poteva scegliere ragazzino più appropriato. E poi c’è Wonka-Depp: nonostante il personaggio del romanzo sembri più anziano, nessuno meglio di Depp può incarnare un volto sospeso e senza tempo, senza dimensione e senza confini, se non quelli sconfinati del mondo fantastico di Willy Wonka. Come dicevo in apertura, Burton aggiunge incanto all’incanto, immagina la vicenda che portò Willy Wonka ad essere il mago del cioccolato: Un padre dentista ossessivo e scrupoloso (un grande Christopher Lee) gli nega i dolci e lo costringe, ancor bambino, a trovar la via della realizzazione del sé in modo assai inconsueto. E la realizzazione passa attraverso i dolci: teorizzare e fabbricare dolci inusuali e sovrumani, per i bambini e per se stesso. I bambini viziati, visitatori della fabbrica, si squalificheranno ad uno ad uno, tra i canti degli Umpa Lumpa, lo stupore di Charlie e il sarcasmo (simpatico e grottesco) di Wonka. Chi sono gli Umpa Lumpa? Chi ha letto la fiaba lo ricorderà, chi non l’ha letta li vedrà esserini danzanti e canterini (dal volto del piccolo keniota Deep Roy centuplicato dal computer) stigmatizzare vizi e insensatezze di bimbi e genitori, nonché operai tuttofare nelle innumerevoli stanze dimensionali della fabbrica (addirittura se ne vedrà uno psicanalizzare Wonka).
Charlie, una volta rimasto solo, capirà quale immenso dono è pronto a regalargli Willy Wonka: la sua fabbrica di cioccolato e tutti i suoi segreti. Perché? Perché il tempo scorre e il mago vuol trovare un erede, il meno rompiscatole dice lui; il più puro e incantato, in realtà. Quando Charlie pone come unica richiesta quella di portar la famiglia con sé, Wonka sarà prima spaesato, poi deluso e non consenziente. Willy aveva reciso i legami famigliari da bambino e credeva che i parenti fossero d’ingombro alla creatività. Wonka sarà in crisi creativa e tornerà da Charlie che a sua volta gli regalerà il suo dono: la purezza e il candore di un’anima limpida: incontaminata, cristallina, pronta a sognare con lui. Lo aiuterà a ricongiungersi al padre dentista e gli troverà una nuova famiglia in cui credere, la propria. E tutto sarà compiuto. L’epilogo, pertanto, cambia lievemente rispetto alla fiaba, ma come già accennato non ne modifica le finalità educative.


WILLY COME EDWARD: IL FANTASTICO MONDO AGRODOLCE DI TIM BURTON
Che Edward mani di forbice sia l’opera che estrinseca compiutamente e per prima tutto il mondo interiore burtoniano è fuori di dubbio. Il Willy Wonka di questa pellicola ne è fratello è erede cinematografico. Nella genesi: un padre ideatore geniale, solitario e lontano dal mondo. Il giovane dalle forbici al posto delle mani rimane solo al mondo alla morte del suo inventore, mentre Willy abbandona il padre. In un certo senso, sia Willy che Edward sono stati ideati, l’uno da un inventore, l’altro dalle privazioni dolciarie del babbo. Christopher Lee e Vincent Price (l’ideatore di Edward, nonchè vera e propria icona burtoniana: vedere il corto Vincent ) sono due attori che nell’immaginario associamo al genere horror e che, pertanto, trovano identiche suggestioni nell’interiorizzazione dello spettatore. Willy e Edward sono soli e restano soli, compresi da un unico essere (una Lei amata in Edward e Charlie ne La fabbrica) e guardati perennemente con sospetto. Sono dei geni, degli artisti (Edward faceva costruzioni incredibili con le sue forbici), ma sono dei diversi. E nell’ottica burtoniana questa diversità è da proteggere, da salvaguardare e da portare come esempio. I diversi, tanto disprezzati perché incomprensibili, non omologati e non conformi – e in questo sarò tutta la vita con lui -, saranno coloro che ci salveranno! Leggete, dello stesso Burton prestato alla scrittura, Morte malinconica del bambino Ostrica e altre storie, vi accorgerete che ci sono anche li i suoi Edward e Willy, in diversa forma ma egualmente lucenti. Un mondo agrodolce e malinconico, quello burtoniano, mimetizzato tra le pieghe del fantastico e, forse, per questo più che mai degno di rispetto e considerazione. Perché questo mondo torni a sognare, sembra esser chiaro almeno a lui, c’è bisogno di storie dalle idee improbabili e dalle altezze lucenti che attraversino ogni età; lontane dal tranquillizzante buonismo e necessariamente conviventi con un mondo che, ad oggi, più crudele non potrebbe essere. Per questo servono gli Edward, i Willy Wonka, i bimbi Ostrica e chi più ne ha più ne metta, per risvegliare le coscienze attraverso l’allegoria fiabesca. La più potente, la più irradiante; l’unica, veramente possibile. Perché le fiabe non sono né per adulti e né per bambini, non hanno un orizzonte circoscritto e, soprattutto, non hanno tempo né luogo, se non il tempo e il luogo della nostra immaginazione: vivono ovunque e sono per chiunque, chiunque abbia l’animo e la sensibilità per poterle apprezzare. Grazie al cinema di Tim Burton e alle fiabe di Roald Dahl, trovare questo tempo senza tempo e questo luogo sospeso – li dove l’immaginazione si dilata e non trova più ostruzione - sembra essere ancora possibile. Tanto di cappello, la gratitudine e d’obbligo.

Regia: Tim Burton. Tratto dal romanzo: “La fabbrica del cioccolato” di Roald Dahl. Sceneggiatura: John August. Direttore della fotografia: Philippe Rousselot. Montaggio: Chris Lebenzon. Interpreti principali: Johnny Depp (Willie Wonka), Freddie Highmore (Charlie), Helena Bonham Carter (signora Bucket), James Fox (sig. Salt), Christopher Lee (padre di Willie Wonka), David Kelly (Nonno Joe). Musica originale: Danny Elfman. Produzione: Richard D. Zanuck, Michael Siegel e Brad Grey per Warner Bros., The Zanuck Company, Plan B Films, Warner Bros. Origine: Usa / Gran Bretagna, 2005. Durata: 115 minuti. Titolo originale: “Charlie and the Chocolate Factory”.
Commenti
Un film eccezionale, che preferisco a "La sposa cadavere". Aleggia un senso di schizofrenia senza pari negli altri Burton. Ma, come ho detto altrove, l'interpretazione di Depp non ha niente a che vedere con quella del precedente Wilder.
Schizofrenia? eh, si. in un certo senso hai ragione. Comunque a me, per diversi motivi, sono piaciuti tutti e due. Visivamnte sono splendidi. Ma io con Burton sono un po' di parte, immagino.
L'intepretazione di Wilder? certo è molto differente da quella di Depp, ma la prima trasposizione del romanzo non m'è piaciuta gran che. Forse questo me l'ha resa meno memorabile.
Non c'è da essere di parte con Burton, fortuna vuole che quasi tutti noi riconosciamo il suo talento. Viva noi Il precedente è assai mieloso, ma Gene Wilder ha scatti di eurofia e rapidi cambiamenti di umore che in pochi possono permettersi. In questo secondo me è grandiosa la cattiveria malcelata - nella scena degli scoiattoli lo spettatore non può non gioire per la sventura alla mocciosa, e forse le augura una fine anche peggiore. (memorabile il Willy Wonka in una puntata dei Griffin, crudele e razzista affatto adatto ai bambini)
Eh, lo so. Tim Burton è Tim Burton. Difficile non amarlo. Viva noi!
Non sapevo di Willy Wonka ospitato dai Griffin. Su vostro consiglio - tuo e di Elio - quando posso mi seguo la serie. Riconosco: è geniale.
Dovrei rivederla la performance di Wilder. Ho visto il film parecchio tempo fa.
(OFF TOPIC sui Griffin. Ne ho visto due puntate, quest'estate. In una rapivano il Papa che si ritrovava in casa Griffin a sistemare beghe domestiche padre-figlio. Impagabile)
Molto Off topic.. American Dad. Stessi autori dei Griffin. Ancora più spinti politicamente scorrettissimi !! Stanno per arrivare in Italia.
grande libro e grande film. fantastici, mi sono divertita quanto i ragazzini.
Quanti giudizi contrastanti ho sentito su questo film. Non sono ancora riuscito a vederlo, e per una ragione o per un'altra non so se accadrà a breve. Non so più cosa aspettarmi, nel senso che credevo che Burton avesse raggiunto la sintesi dei suoi talenti in "Big Fish", quindi mi ritroverei (piacevolmente) stupito se si fosse ancora migliorato. Per come conosco il libro di Roald Dahl so già che non devo aspettarmi altro che divertimento, fantasia e semplicità. Mica poco:).
Visto ieri, mi ha profondamente impressionato. Non tanto per la storia, che comunque racchiude una morale importante ed educativa, ma per le capacità registiche di Burton. E' un genio,li ho visti quasi tutti ed ormai ne ho la certezza che tra i contamporanei è fra i migliori. Lo dico come semplice spettatore, non critico :-)
9 - Eh Paolo, è un grande film, per chi ama il cinema burtoniano e non solo.
8 - A proposito, Franco, l'hai più visto, poi? Mi pare assurdo che tu a quasi 5 anni dall'uscita nelle sale non l'abbia ancora visto;)