Burton Tim

Ed Wood

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Burton Tim
Due anni dopo aver portato nelle sale il secondo episodio di Batman, l’eccentrico e geniale Tim Burton si misura con la biografia romanzata di Edward D. Wood Jr., colui che è ancor oggi definito il peggior regista di tutti i tempi.
 
Ed Wood è un trentenne trapiantato a Los Angeles che aspira a ripercorrere le gesta di Orson Welles. È un personaggio bizzarro che ama vestirsi da donna (con una predilezione per i golfini d’angora) nonostante la sua conclamata eterosessualità. Ha molta immaginazione e ama improvvisare, si propone ai produttori di Hollywood come colui che riuscirà a farli ricchi con un budget minimo. Però le sue idee non convincono, i suoi copioni restano in naftalina fino ad un incontro che gli cambierà la vita: l’attore Bela Lugosi, il famosissimo (e dimenticato) interprete del primo Dracula (se si esclude Nosferatu del 1922, capolavoro muto di F.W. Murnau). Bela, però, è tossicodipendente e prossimo alla fine; Ed gli donerà le ultime improbabili, artistiche emozioni e stralci di vita da portar nell’altrove. Plan 9 from Outer Space, film girato in omaggio all’attore scomparso, regalerà al fischiatissimo regista un raro momento di polarità.                                             
 
 
Ilare e malinconico, Tim Burton ci dona il suo personale omaggio alla settima arte. Lo fa presentando un personaggio, Ed Wood, che è immaginabile solo lui potesse scegliere come immortale della celluloide: “Orson Welles, a 26 anni, ha fatto Quarto Potere, io ne ho già 30…” Con questa frase Ed Wood sintetizza la sua smania e voglia di cinema. “Per difendere l’immaginativa bisogna combattere”. Queste invece le parole che Welles - brevissimo e somigliante cammeo di Vincent D’Onofrio - regala a Wood in un loro fuggevole (e buffo, con Ed vestito da donna) incontro. Attore, produttore, regista e sceneggiatore, tutto questo fu Wood, e forse molto di più. Glen or Glenda - suo primo lungometraggio - tradisce la sua ansia di vivere di e attraverso il cinema, in cui trasferisce amabilmente le proprie manie-idiosincrasie, i suoi vezzi e le sue bizzarrie. Su tutto, Lugosi, questa atemporale figura d’oltretomba più umana e disperata che mai - che dirà convinto a Ed: ”Le donne preferiscono i mostri tradizionali” -, schiava della morfina e dei fasti andati, bisognosa d’affetto e di qualcuno che lenisse la sua solitudine. Ed Wood è tutto questo, è colui che restituisce vita all’umano vampiro e che ne filma il degno e (in)consapevole addio. C’è poesia in tutto ciò, c’è poesia nel genio malinconico di Burton che regala emozioni nelle scene agrodolci e simboliche, che non appesantisce per nulla più di due ore di narrazione che vivono di tocchi lievi e mai banali della macchina da presa. C’è ispirazione nella ricostruzione della vecchia Hollywood, nella fotografia in bianco e nero, nella scelta degli attori che rendono viva questa storia sospesa in un territorio che noi spettatori possiamo soltanto percepire. È la suggestione che ci regala il regista, perché il suo prezioso mondo - quello in cui vivono Ed, Bela e i buffi personaggi di contorno, ma anche il precedente Edward o il successivo “cavaliere senza testa” – è territorio incantato e per noi inafferrabile, ed è giusto che resti tale. L’arte è dell’artista e lasciata a tutti come eco, come vastità in cui perdersi. Martin Landau è superbo nell’interpretazione dell’attore ungherese che gli valse un meritato Oscar come attore non protagonista. Johnny Depp - ancora una volta incarnazione dell’estro del cineasta – è l’immancabile messaggero del visionario mondo burtoniano interpretando il poliedrico Ed Wood, uno che il cinema (pur a suo modo) l’amava davvero - finì pornografo alcolizzato.  


Ancora una volta Tim Burton sceglie dei diversi, degli emarginati e dei dimenticati (pur del luminoso mondo hollywoodiano), per rappresentare il suo universo immaginifico davanti al proprio pubblico. E come sempre li sposa in pieno, ci si immedesima a tal punto che li rende immortali. Non ho alcun dubbio nell’immaginare che la figura di Bela Lugosi, resa immortale con amore da Wood nella pellicola, abbia insinuato un senso di pietas-ammirazione in coloro che hanno amato questo film. Non molti, purtroppo. Al botteghino, in effetti, nonostante due Oscar - oltre al citato Landau, per il trucco -, Ed Wood è stato forse il maggior fiasco del regista statunitense. È un peccato, perché il quinto lungometraggio burtoniano possiede innumerevoli pregi ed è esemplificativo del suo modo unico di fare cinema. Un cinema agrodolce fatto con amore, che regala poesia ed emozioni anche quando non si avvale di trucchi fantasmagorici. In fondo, anche un piovra meccanica senza motore può sorprendere, anche il “peggior regista” che la storia abbia conosciuto può essere un genio. Dipende da chi narra la storia. E quando è Tim Burton il narratore, basta un quadro, un’idea, un’immagine, e cominciamo a sognare.
 
Regia: Tim Burton. Soggetto: Rudolph Grey. Sceneggiatura: Scott Alexander, Larry Karaszewski. Direttore della fotografia: Stefan Czapsky. Montaggio: Chris Lebenzon. Scenografia: Tom Duffield. Interpreti principali: Johnny Depp, Martin Landau, Sarah Jessica Parker, Patricia Arquette, Vincent D’Onofrio, G.D. Spradlin, Bill Murray, Jeffrey Jones, Lisa Marie. Musica originale: Howard Shore. Produzione: Tim Burton, Denise Di Novi. Origine: Usa, 1994. Durata: 127minuti.
 
Articoli e approfondimento: Tim Burton Dream Site.
 
Léon, Novembre 2005. Originariamente apparso su www.lankelot.com
 
ISBN/EAN: 
8007038051501

Commenti

"c?è poesia nel genio malinconico di Burton che regala emozioni nelle scene agrodolci e simboliche" - eppure è facile che il simbolismo sprigioni poesia. E' una deviazione dai canoni della percezione della realtà, una lettura - un'interpretazione pura. La difficoltà è che la poesia esista e sussista nella rappresentazione di quel che è agrodolce. Niente facile quando non vuoi essere troppo distante dal famigerato e maledetto "quel che è".

Burton ha rivoluzionato la poetica cinematografica: lirismo e malinconia si fondono armoniosamente in ogni sua pellicola. La realtà che ci pone innanzi è sempre trasfigurata: colori sfumati, atmosfere gotiche e personaggi di mondi altri (vengono dritti dritti dalla sua immaginazione... ricordi l'immaginazione al potere?) che con-vivono con gli umani sono il suo marchio di fabbrica: un simbolo.

Ma lirismo e malinconia si fondono armoniosamente in molte opere d'arte. E tutte le realtà proposte dalle opere d'arte sono una trasfigurazione.

Beh, c'è chi ci riesce meglio di altri. Burton è tra questi, a mio modo di vedere. Si, tutte le opere d'arte sono trasfigurazione, ma non tutte hanno un impatto emotivo che trasfigura noi. A me il grande Tim fa questo effetto in maniera dirompente.

D'accordo, ma non è rivoluzionario - fondere lirismo e malinconia non è motivo di rivoluzione.

Ma non è solo quello, e anche il modo con cui lo fà.

E' grande ma non ha niente di rivoluzionario. Almeno, non sulle basi di questo discorso.

Ma io non ho detto che è rivoluzionario, "solo" che ha rivoluzionato la poetica cinematografica.

Ho capito, ma non è vero. E' una frase enorme e va argomentata. E poi cosa intendi per "poetica", allora? Cosa significa la parola "poetica" per te?

Parlo di linguaggio visivo, trattandosi di cinema. Il modo con cui Burton assembla le sue suggestioni visivamente è indubbiamente nuovo rispetto al passato.

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