Tim Burton è un regista dalla straordinaria sensibilità nei confronti del “diverso”: a voler stabilire un parallelismo con un artista italiano, la corrispondenza più autentica può riconoscersi nello spirito delle opere di Tiziano Sclavi. Naturalmente e felicemente inclini al gotico, sono artisti capaci di intuire, riconoscere e rappresentare la poesia e la dolcezza del “mostro”. Senza cedere alla retorica, senza mai dover forzare, senza mai trasmettere una sensazione d’artificio: autenticamente umani, sublimi nell’interpretazione del canto dei cigni muti: che nessuno ascolta, e pochi ancora possono intendere.
Qualcuno ha scritto che “Big Fish” è un film alieno dalla consueta vena del geniale regista di “Edward Scissorhands”: probabilmente non ha tenuto conto della pur evidente presenza, in “Big Fish”, di nani, giganti, licantropi e streghe; o forse, ha preferito restar fedele alla prima direttrice del film, quella del legame tra padre e figlio, trascurando o non riconoscendo la firma del cineasta.
Altri, non appena hanno intravisto qualche scena ambientata in un circo, si son sentiti costretti a chiamare in causa Fellini (e perché non Seurat?): per carità, ognuno giudica un’opera d’arte sulla base delle proprie conoscenze e delle proprie competenze. Inutile domandare o pretendere uniformità di giudizio.
Il talento immaginifico e visionario, la purezza, la dedizione alla diversità sono tre tratti distintivi e irrefutabili dell’opera di Burton: e questo è un film semplicemente indimenticabile. Profondo e divertente, fantasioso e commovente, traccia definitivamente il nome del regista nel solco dell’immortalità. Geniale apologia dell’immaginazione e garbato omaggio alla tradizione dei mentitori puri, come il Barone di Münchausen (che forse è il personaggio che più da vicino ricorda il protagonista), “Big Fish” è la bellissima storia d’un padre e d’un figlio che s’accorgono d’essersi sempre intesi proprio mentre il padre s’avvicina alla morte: e si riconoscono come simili, fraternizzando idealmente nell’arte dell’alterazione della realtà e dell’invenzione delle favole e dei sogni. Per nascondere e negare e vincere il male. Ogni male.
Si percepisce l’influenza di una traumatica esperienza biografica, trasfigurata con straordinaria sensibilità in un film destinato ad attraversare il tempo: esempio di come la coscienza d’un uomo sappia divenire paradigma universale, e sublime trionfo dell’arte come luce, sentiero e fonte di nuova vita.
Un film da dedicare, idealmente, a quanti hanno perso fiducia nel cinema: perché tornino a sognare e a respirare arte. Che siate o meno cultori del talento di Tim Burton, intendiamoci: questo è un capolavoro che appartiene all’umanità tutta.
TRAMA.
William Bloom (Billy Crudup) è un giornalista prossimo a diventare papà. Da tre anni, ha smesso di parlare col padre, Edward (nei flashback, Ewan McGregor; nel presente della narrazione, Albert Finney): adesso deve correre al suo capezzale, prima che sia troppo tardi – per ascoltare e per capire.
Per capire la natura e la verità d’un uomo che ha vissuto raccontandogli favole e menzogne: tradendo la realtà appena possibile, trasfigurando il dolore e dipingendo il buio di nuovi colori, alterando tutto quel che aveva vissuto.
Anni di cosciente reinvenzione d’ogni aspetto del vissuto: mitizzato, confuso da eventi e mutamenti straordinari e imprevedibili, popolato da giganti buoni, streghe che rivelano il futuro (Helena Bonham Carter), impresari-licantropi (Danny DeVito) d’un circo, in città fantasma dalla superficie incantata e dalle segrete inquietudini profonde.
William dovrà domandarsi quale sia stato il significato di tutte quelle alterazioni della realtà, di quell’adorabile e sconvolgente dominio della favola e del sogno: e dovrà capire perché la realtà sognata o inventata possa impadronirsi della realtà reale, cortocircuitando con estraniante dolcezza, per avvicinarsi allo spirito del padre e capirne e determinarne l’essenza.
Quella del grosso pesce che non voleva nuotare nelle pozzanghere: e s’è creato una vita romantica e gentile, deliziata da un unico eterno amore e dalla nascita d’un figlio che sapeva ascoltare – e non sempre, e non subito, capire.
Indagine sulle favole e sulle menzogne, per poter capire che di favole, menzogne e leggerezza è legittimo e umano tingere la vita: perché chi inventa storie non offende e non ferisce nessuno, ma ingentilisce e rallegra e dona sorrisi. E quanti sorrisi ha donato l’uomo delle bugie al suo bambino, per impedirgli di soffrire e di cedere alle tenebre. Alla realtà.
APPUNTI
Notevole l’interpretazione di Billy Crudup, già apprezzato in “Almost Famous” di Cameron Crowe e nell’allucinato “Jesus’ Son” di Alison MacLean: il cast, complessivamente, risulta in stato di grazia, offrendo un’interpretazione superba, senza eccezioni. Solare e adorabile Jessica Lange, innocente e puro Ewan McGregor, intenso e trascinante Albert Finney.
Ispirata e indovinata, nei titoli di coda, una ballata dei Pearl Jam, “Man of the Hour”: merita segnalazione e ripetuti ascolti.
“Big Fish” è una favola contemporanea di vita, morte, menzogna e verità: canto della libertà di esistere in un realtà che s’è solo immaginata, gioco perfetto di bugia e amore. Bellissimo. Precipitatevi in sala.
Ripulirà le vostre anime.
Lankelot Franchi, febbraio 2004. Prima pubb: lankelot.com
Regia: Tim Burton. Sceneggiatura: John August. Tratto da un romanzo di: Daniel Wallace. Direttore della fotografia: Phillippe Rousselot. Montaggio: Chris Lebenzon. Interpreti principali: Ewan McGregor, Albert Finney, Billy Crudup, Jessica Lange, Alison Lohman, Helena Bonham Carter, Steve Buscemi, Danny DeVito. Musica originale: Danny Elfman, Eddie Vedder. Produzione: Bruce Cohen, Dan Jinks, Richard Zanuck. Origine: Usa, 2003. Durata: 125 minuti. Info Internet: Sito Ufficiale / Sito ufficiale di Tim Burton / Intervista di TrovaCinema a Tim Burton / Altre recensioni: Repubblica / Gli Spietati / Castlerock. it /
Commenti
A posto, oggi è il nostro Tim Burton's Day.
“Il talento immaginifico e visionario, la purezza, la dedizione alla diversità sono tre tratti distintivi e irrefutabili dell’opera di Burton: e questo è un film semplicemente indimenticabile. Profondo e divertente, fantasioso e commovente, traccia definitivamente il nome del regista nel solco dell’immortalità. Geniale apologia dell’immaginazione e garbato omaggio alla tradizione dei mentitori puri” scrivi, Gianfranco, e leggo entusiasta. Una volta ottenuta una fiducia sempre più rara e preziosa, il film si svela. Anzi non si svela: perché Big fish è la storia di un narratore che neanche davanti alla morte rivela la verità alla base delle sue storie. Un narratore che è lui stesso una storia, una pura creazione di se stesso nella metafora più perfetta ed elegante del mito del self-made man. Ciò che c'è dietro il narratore-storia non è vitale. E' importante ciò che viene evocato: è questa l'essenza, il fascino del racconto, ciò che arriva a comprendere Will, il figlio di Bloom, e che fa anche lo spettatore. La tua rec è semplicemente … unica. Grazie
Ah, finalmente questo bel pezzo che hai scritto, molto in linea con la mia visione personale del cinema di Burton, e non solo la mia, credo.
"Indagine sulle favole e sulle menzogne, per poter capire che di favole, menzogne e leggerezza è legittimo e umano tingere la vita: perché chi inventa storie non offende e non ferisce nessuno, ma ingentilisce e rallegra e dona sorrisi. E quanti sorrisi ha donato l?uomo delle bugie al suo bambino, per impedirgli di soffrire e di cedere alle tenebre. Alla realtà".
Questo è ciò che conta davvero. E Tim Burton - nel cinema - lo sa fare meglio di altri, meglio di tutti, forse. é davvero un antidoto alle tenebre (alla realtà...).
grande :-)
L'ho visto 7 volte in 10 giorni su sky.. a suo tempo.. Magnifico, non ci sono altre parole.. Mi rode solo di non averlo visto al cinema, peccato.
Quando ho visto l'ultima volta questo film ero a casa con una persona che. E niente, credo che non ci riuscirò più per qualche anno. Ma al cinema, e nelle visioni subito successive, ho avuto modo di capire che da qui in avanti il cinema di Burton sarebbe stato diverso. Questo è l'epilogo della sua giovinezza, e il principio della maturità. Per adesso, non ripetuta nelle opere successive, ancora nostalgiche dei filoni primi e non altrettanto consapevoli e complete.
volevo citare la stessa frase citata da Léon: è un film credo ineguagliabile, che mi ha incantato. A xonferma che Burton è geniale, ed è vero che i lavori successivi hanno un sapore diverso.
Io l'ho visto da solo in un cinema romano. Per sbaglio avevo scelto la visione in lingua originale, quindi non ci ho capito nulla. Tutti ridevano e io mi sentivo un idiota. Poi l'ho visto su Sky e.
"William dovrà domandarsi quale sia stato il significato di tutte quelle alterazioni della realtà, di quell?adorabile e sconvolgente dominio della favola e del sogno: e dovrà capire perché la realtà sognata o inventata possa impadronirsi della realtà reale"...è qui il senso di tutto il film, è un messaggio di una purezza inaudita. Ti ricordi i Tinelli, Frà: "se puoi sognarlo, puoi farlo..":))
Ma anche: "Puellam ama. Habebis!"