Buñuel Luis

Il fascino discreto della borghesia

Autore: 
Buñuel Luis

Luis Buñuel viene studiato nelle università perché insieme a Ingmar Bergman, Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e pochi altri è considerato uno degli inventori del cinema cosiddetto “moderno”, dando peso al ruolo del regista all’interno dell’opera cinematografica, superando quindi il classico e anticipando il cinema contemporaneo.

A parlare di Buñuel due cose emergono subito: la ferocia nel trattare temi religiosi e la spietatezza nel ritrarre la borghesia. Guardando i suoi film, invece, si comprende innanzitutto un profondo interesse per la teologia (i dvd dei suoi film “anticlericali” sono prodotti dalla San Paolo e non è casuale), conoscenza che lo spinge a criticare aspramente i difetti dei mortali e della loro fede talvolta ipocrita, non limitandosi ad angeliche osservazioni ma colpendo a fondo, spesso anche a morte. Nella “Via lattea” (1968) per esempio ci mostra un plotone di esecuzione che giustizia… il papa. Tuttavia, dice uno dei personaggi poco più tardi, “se ne vedranno parecchie, ma un papa fucilato certo non lo si vedrà mai”. Eppure la visionaria e spesso crudele rappresentazione del cattolico (sia esso un prelato, un semplice fedele o anche un santo) non va confusa con infantile disprezzo verso il sacro: è l’immagine terrena di Dio che Buñuel mette in crisi, e la sua tracotante pretesa di dogma assoluto.
 
 
 
Il rapporto tra la borghesia e il proletariato è un altro tema caro che non viene raccontato in maniera puerile o prevedibile. “I figli della violenza” del 1950 descrive la povera gente messicana – e specialmente i bambini – non come umani da santificare a tutti i costi, ma mostra fra loro anime che sanno essere infernali e non vittime per forza. Non è un concetto universale e classista, Buñuel è al di sopra di ogni etichetta, e in epoca neorealista è stato uno dei primi a mostrare un volto diabolico del popolo: perché l’uomo nasce perfido, al di là della sua condizione sociale, e anche tra gli sfruttati c’è e ci può essere il male. E dell’alta borghesia non esita a rappresentare il marcio, di più, l’antipatica superiorità che sfoggia qualsiasi uomo di potere, sia esso un alto ufficiale o un ministro.
 
 
“Il fascino discreto della borghesia” esce nel 1972 ed è un boom di consensi, arrivando a guadagnare perfino l’Oscar come miglior film straniero. Buñuel ha 72 anni ma un cervello ancora molto tagliente.
Il film ha una struttura rizomatica che racconta le vicende di un gruppo di amici appartenenti all’alta borghesia francese cui si aggiunge un politico sudamericano (“di Miranda”), un vescovo e un ufficiale. Ciò che in realtà la trama racconta è il loro tentativo di mangiare insieme; l’atto di cibarsi è di volta in volta interrotto dai più comuni incidenti ed equivoci: si comincia con un fraintendimento (gli ospiti si presentano con un giorno in anticipo a casa degli amici), con un atto nefasto (vanno in un ristorante appena colpito da un lutto, con la salma ancora lì), dall’arrivo dei gendarmi (che arrestano i protagonisti rei di spaccio di cocaina), dall’improvvisa venuta di militari pronti alle manovre, dai terroristi, dal sogno, dall’eros. La trama non procede, è soffocata da continui rinvii che man mano si trasformano in parentesi oniriche alternate a racconti che dischiudono nuovi sogni. Il film è un’elegante matrioska, una collana di perle tenute insieme da una sequenza simbolica trasognante che ritorna come un pensiero ricorrente: una lingua d’asfalto su cui camminano imperterriti i protagonisti, spediti nella loro lunga strada che non può contenere nessun altro, e non ha inizio e non avrà fine. Questa sarabanda è raccontata con una calma inimmaginabile. La penna di Buñuel filma con distacco mascherando quello che è in definitiva un film comico come un’opera seria. È satira, ma satira raffinatissima, che eccede talvolta in momenti di perfida cattiveria buffonesca (per esempio il vescovo che dice “avevo la macchina, l’ho venduta a beneficio dei poveri” con una faccia da schiaffi che scatena il riso anche allo spettatore più devoto) e arma il suo fucile con un elemento che l’autore sa dosare come vuole. L’assurdo. Il surrealismo dei primi film di Buñuel diventa ora strategia per rendere ridicolo il potente e mostrarlo in un’ottica diversa. Ma, ripeto, il film tenta di non eccedere con la satira e affida al dialogo il lato più mostruoso dei suoi protagonisti, interpretati peraltro da attori straordinari che sono più veri del vero: su tutti Fernando Rey, attore fedele del maestro, l’immortale Michel Piccoli e l’impassibile Milena Vukotic che interpreta una cameriera esangue e passiva.
 
 
 
L’assurdo regna sovrano, dunque. Il surreale presuppone un’immagine distorta del reale, simbolica, stridente, folle. Ecco allora che il vescovo di una diocesi francese decide di diventare giardiniere di una coppia di innamorati, che una stanza da pranzo diventa improvvisamente un palco teatrale con tanto di pubblico infervorato, che la polizia usa un pianoforte per dare scosse elettriche ai detenuti, e non mancano i riferimenti letterari: a un bambino appare il fantasma della madre che gli confessa che il suo non è il vero padre, ma questi è stato ucciso dall’uomo che lo accudisce. De Sade, l’autore più citato da Buñuel, stavolta non appare, perlomeno non esplicitamente.
L’autore aragonese sembra suggerire che noi altro non siamo se non la divisa che abbiamo addosso. E senza questa divisa / corazza – che è anche un biglietto da visita e un passepartout – non siamo più nulla. Proprio sull’importanza della divisa gioca il maestro in una delle sequenze più assurde de “Il fascino discreto della borghesia”. Alla villa Sénéchal si presenta il Vescovo della diocesi locale. I signori non ci sono, viene dunque accolto dalla domestica e confessa di voler diventare il giardiniere della villa. In attesa che i signori rientrino il monsignore va nel magazzino e si veste da fattore. Una volta rientrato in casa ecco apparire i signori Sénéchal che, vedendo un fattore autodefinitosi vescovo, non esitano a cacciarlo fuori. L’uomo si ripresenta, stavolta vestito con la tunica, e gli baciano la mano in segno di rispetto, facendolo sedere in salotto e chiedendo umilmente scusa.
Prelati che diventano servitori ma non di Dio e all’occasione anche assassini, politici che con una sola telefonata liberano di prigione altri politici anche se colpevoli, militari che vivono della stupida virilità della guerra – non difensiva, ma colonialista –, il disprezzo reciproco figlio della rivalità tra uomini altolocati. Ecco cosa diverte Luis Buñuel. Burattini che fremono per muovere i loro e altrui fili, che smaniano per copulare con la moglie del rivale, che sognano rapporti carnali con i loro attentatori, che si nascondono sotto un tavolo per lappare una gustosa fetta di carne rubacchiata di nascosto dal piatto. Sarebbe così noioso riassumere questo film con una tesi di fondo. E il caos è l’antidoto per rappresentare il punto di vista anarchico di questo vecchio che tutto osserva, come il Savinio del Signor Dido. Con la differenza che il signor Dido vuole mettersi da parte e fuggire dalla trappola, Buñuel si diverte a mettere in luce la ridicolaggine di questi personaggi tanto pomposi e importanti (i cosiddetti pilastri: Chiesa, Stato, Esercito) e mostrarne il vero volto assolutamente terreno, discretamente affascinante e incredibilmente divertente.
Una presa in giro epocale.
 
Regia: Luis Buñuel
Soggetto e sceneggiatura: Luis Buñuel, Jean Claude Carriere
Montaggio: Hélène Plemiannikov
Interpreti principali: Fernando Rey, Michel Piccoli, Bulle Orgier, Delphine Seyrig, Milena Vukotic, Paul Frankeur, Julien Bertheau
Fotografia: Edmond Richard
Scenografia: François Sune
Origine: Francia, 1972
Durata: 105 minuti.
Buñuel in Lankelot:
ISBN/EAN: 
8032442200689

Commenti

[fascino discreto della

[fascino discreto della borghesia] Il film più bello di Bunuel, ma non il più folle. Il successivo "Il fantasma della libertà" sembra un film dei Monty Python.

[fascino] purtroppo il dvd è

[fascino] purtroppo il dvd è fuori catalogo...

[neo hammer!] che bellezza

[neo hammer!] che bellezza

[bunuel] In realtà non è un

[bunuel] In realtà non è un film laterale o sconosciuto (è uno dei cosiddetti capolavori assoluti del cinema), in compenso è un film anarchico e tanto basta.

(Bunuel) Ha ragione Epic, "Il

(Bunuel) Ha ragione Epic, "Il fascino discreto" è un film arcinoto e assai premiato, ma a mio modo di vedere non tra i migliori di Bunuel. Il mio preferito resta "L'angelo sterminatore", seguito a ruota da "Un chien andalou", "I figli della violenza" e "Quell'oscuro oggetto del desiderio".

[bunuel] E "La via lattea"?

[bunuel] E "La via lattea"? E' un altro dei miei preferiti, il più feroce contro il cattolicesimo, nei miei deliri adolescenziali era un esempio da seguire. Oggi non saprei :))

(Bunuel) "La via lattea" non

(Bunuel) "La via lattea" non l'ho ancora visto, mea culpa;)

[bunuel] E' molto

[bunuel] E' molto dissacrante, secondo alcuni blasfemo. Per me no. Se Franchi è d'accordo magari ne scriverò :)

(Bunuel) Si si è d'accordo,

(Bunuel) Si si è d'accordo, non devi nemmeno chiederlo;) Ad ogni modo, ora me lo scarico e poi ti dico.

[bunuel] ah io mi metto qua

[bunuel] ah io mi metto qua coi popcorn a leggervi, dateci dentro:)))

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