Cinema belga? Si, cinema belga. Non di grande richiamo, comunque, tanto che gli estranei alle sale non immaginano nemmeno l’esistenza dell’industria di celluloide in terra di fiamminghi e valloni. A dire il vero, non è che questa industria sia stata cosi fiorente nel secolo abbondante della settima arte, più che altro aprendosi alle coproduzioni – anche con noti cineasti (Ken Loach, Un bacio appassionato; von Trier, Le cinque variazioni; Troisi-Radford, Il postino, solo per fare alcuni esempi). Certo il Belgio è anche – restando al mondo di celluloide - il paese dei fratelli più premiati della Costa Azzurra, Jean-Pierre e Luc Dardenne, i cui film sono veri e propri must per i cinefili festivalieri, del coraggioso Berliner (incantevole il suo La mia vita in rosa), del raffinato e intimista Jaco Van Dormael (Toto le heroes, L’ottavo giorno). Noi, ad ogni modo, non parleremo di nessuno degli autori citati in questa breve introduzione, volendo conoscere e approfondire, per quanto possibile, una singolare opera prima di un artista poliedrico e provocatorio, affatto sostenuta – né economicamente, né mediaticamente - dal suo paese d’origine. E questo ci interessa assai.
È una storia autobiografica, il cui Bucquoy ripercorre le tappe della sua formazione (soprattutto sessuale) in un periodo che va dagli anni Cinquanta fino al declino – nei Settanta più che inoltrati - dei fervori ideali generati dal Sessantotto europeo. Un padre analfabeta ma onesto lavoratore, una madre fredda, ruvida, insensibile e irragionevolmente tirchia (alla morte del marito contratta miseramente anche il prezzo della lapide), una sorella maggiore che cambia subito aria sposando un uomo molto più anziano: questo è il nucleo familiare che accoglie un bimbo fiammingo solitario e taciturno. Rigida educazione cattolica e schiaffoni in viso, cosi cresce il piccolo Jan che, al sopraggiungere dell’adolescenza, ha la sua prima esperienza sessuale, davanti ad un film di Stanlio & Ollio, durante una reciproca masturbazione con un amico poco più grande di lui. Ma è curioso di conoscere l’universo femminile, di raffrontare il piacere provato nell’iniziazione omosessuale. Nonostante alcuni avvicinamenti, ci vorrà un po’ di tempo per soddisfare questa curiosità. Arriva il Sessantotto, e con esso la maggiore età, nonché l’allontanamento dalla provincia fiamminga per cercar fortuna nella capitale: come scrittore. Qui conosce donne disinibite, Marx, Lenin, Mao - naturalmente sotto di forma di lettura e indottrinamento -, la lotta di classe, la rivoluzione sessuale e tutto l’armamentario ideologico tanto in voga al tempo. Si diverte, si impegna in politica, si arrangia nel lavoro ma, una volta messa incinta la ragazza (conosciuta nell’inutile tentativo di interessarla alla politica marxista-leninista e antiborghese: “della politica non m’importa nulla” – dirà lei), è costretto a sposarla. La madre ovviamente disapprova, il matrimonio costa troppo. I due, comunque, convolano a inevitabili nozze; in breve arriva un secondogenito e ben presto lui fugge, lontano, in cerca di libertà, in Scandinavia, per raggiungere nuovi compagni e nuove compagne. Ma si può vivere senza donne? – Pensa Bucquoy. Fatti i dovuti ragionamenti in merito, arriva ad una inevitabile conclusione: sopportarle è quanto di più pesante possa esserci per uomo, ma starne senza è impossibile.
Dicevamo di questo Bucquoy, fiammingo, scrittore, fumettista, soggetto davvero singolare a quel che si legge in rete: pare abbia fondato un Museo della Mutanda e collezionato denunce per atti osceni in luogo pubblico (si sarebbe anche denudato in diretta televisiva). Detto ciò è bene subito sgomberare il campo da equivoci: pur essendo, questo La vita sessuale dei belgi, un film che abbraccia il periodo della rivoluzione sessuale, non è né una pellicola voyeuristica né tanto meno una delle ennesime riproposizioni del Sessantotto vissuto come mito incrollabile e inattaccabile. Anzi, il Sessantotto – per quanto intimamente elogiato, non v’è dubbio alcuno -, è solo una cornice rafforzativa del tempo di formazione principe del bizzarro e stralunato protagonista il quale, strano a dirsi, sembra passare attraverso gli eventi della sua vita quasi per caso, senza quelle brucianti passioni proprie all’epoca. Ma forse è solo un fatto caratteriale, perché il nostro si mette in gioco, sempre e comunque, non si trova mai nel caos, è a suo modo risoluto nelle scelte. È una sorta di diario in immagini, di elogio e autoanalisi, anche ironica, del tempo della propria formazione, raccontato attraverso una narrazione che fornisce soltanto piccoli quadri esemplificativi. Nulla, in effetti, è sufficientemente approfondito; la storia zoppica, non coinvolge come dovrebbe e trova il suo più grande limite in una sceneggiatura che sembra esser stata buttata giù con criteri poco cinematografici.
Ciò che emerge dall’opera di Bucquoy è una critica sociale e culturale al proprio paese d’origine, quel Belgio che trova la sua esemplificazione nella grigia e bigotta provincia fiamminga. Niente però è diretto e marcato nella critica immaginata dal regista, trasformata da subito in satira e grottesco, in cinema non privo di venature surreali e di elementi simbolici. I personaggi sono poco tratteggiati psicologicamente, eccetto quello della madre, incarnazione della mediocrità dalla quale l’artista, fin da bambino, voleva liberarsi.
La pellicola, in principio, avrebbe dovuto chiamarsi “Le chagrin des Belges” (Il dispiacere dei belgi), ma visto che il titolo era già stato usato, Bucquoy scelse di utilizzare il termine “sessuale”, creandosi cosi inimicizie – anche tra gli stessi intellettuali – in tutta la nazione d’appartenenza. Ovviamente solidarizziamo con lui, ancorché non si capisca del tutto il motivo dell’aver voluto accomunare il suo percorso privato alla vita sessuale d’un intero Paese – ma è satira, ironia, sarcasmo -, certo però stigmatizzando i numerosi aspetti non convincenti di questa pellicola, penalizzata anche da attori affatto memorabili. Non basta la satira, la critica sociale, qualche tocco surreale ed un po’ di coraggio, perché questo percorso autobiografico si può anche vedere con un minimo di interesse ma non resterà mai nella memoria dello spettatore. Film curioso, innocuo, a conti fatti trascurabile. E non è un caso che sia rimasta l’unica opera cinematografica uscita oltre confine di Bucquoy il quale, immagino, si troverà maggiormente a suo agio con altre forme d’arte. Regista, soggettista, sceneggiatore, forse è andato un po’ oltre l’egocentrismo proprio agli artisti che tentano strade a loro non congeniali: il cinema autoriale lasciamolo a chi lo sa fare veramente.
Regia: Jan Bucquoy. Soggetto e sceneggiatura: Jan Bucquoy. Direttore della fotografia: Michel Baudour. Montaggio: Matyas Veress. Interpreti principali: Jean-Henry Compère, Noè Franq, Isabelle Legros, Sophie Schneider. Scenografia: Sabina André, Nicole Lenoir. Costumi: Sabina Kumeling, Marianne Rose. Musica originale: Francis De Smet. Produzione: Transatlantic Films. Titolo originale: “La Vie Sexuelle des Belges 1950-78”. Origine: Belgio, 1994. Durata: 85 minuti.
Commenti
Sessantotto: variazioni sul tema. Stavolta siamo di passaggio per il Belgio.
"singolare opera prima, di un artista poliedrico e provocatorio, affatto sostenuta ? né economicamente, né mediaticamente - dal suo paese d?origine. E questo ci interessa assai."
> Molto promettente, l'incipit. Nei riguardi dei Dardenne nutro ormai sviluppata diffidenza, invece.
Ocio: "davanti ad un film di Stanlio & Onlio, durante una reciproca masturbazione con un amico poco più grande di lui".
> Stanlio e Ollio
"Dicevamo di questo Bucquoy, fiammingo, scrittore, fumettista, soggetto davvero singolare a quel che si legge in rete: pare abbia fondato un Museo della Mutanda e collezionato denunce per atti osceni in luogo pubblico (si sarebbe anche denudato in diretta televisiva)."
> che altro ha combinato, post esordio? Al di là dei film, dico. Urgono link:)
Ecco qui un link sufficientemente esauriente: http://fr.wikipedia.org/wiki/Jan_Bucquoy. Ma dovete masticare un po' di francese per leggervelo. Noterete che tipino: un provocatore nato e artista a tuttotondo, pare. Sulla qualità non saprei dire. Visto il suo cinema qualche dubbio lo nutro. Ma tant'è...
Molto molto interessante. Grazie davvero, bella segnalazione.
"il piccolo Jan che, al sopraggiungere dell?adolescenza, ha la sua prima esperienza sessuale, davanti ad un film di Stanlio & Ollio, durante una reciproca masturbazione con un amico poco più grande di lui"
Bestemmia!
"Qui conosce donne disinibite, Marx, Lenin, Mao - naturalmente sotto di forma di lettura e indottrinamento"
Ci mancherebbe altro :)
"I personaggi sono poco tratteggiati psicologicamente, eccetto quello della madre, incarnazione della mediocrità dalla quale l?artista, fin da bambino, voleva liberarsi"
Un anti-edipo. Interessante...
Non l'ho ancora visto, ma da tempo lo tenevo d'occhio. Grazie Federico, lankelot.eu ha bisogno di segnalazioni "rare" come questa. Daje!
Per i romani, o per chi passa da qua: intravisto in dvd da Green Video, ai Colli Portuensi, esposto per bene sugli scaffali. Prendete nota...