Boulmetis Tassos

Un tocco di zenzero

Autore: 
Boulmetis Tassos

L’alchimia delle spezie

Ho imparato i primi segreti delle spezie nella bottega del nonno sulle rive orientali del Bosforo. Per imparare i segreti della nostra cucina bisogna partire dalle spezie. A volta bisogna usare quelle sbagliate per ottenere l’effetto desiderato. Il cumino è forte ed aggredisce, induce le persone a chiudersi. Lo zenzero è delicato e pungente, spinge a guardarsi negli occhi

Grecia dei nostri giorni.
Fanis sta aspettando, per l’ennesima volta, l’arrivo del nonno Vassilis che non vede da quando aveva sette anni.
Durante i preparativi di un banchetto in onore di Vassilis e dei suoi antichi amici, riceve una telefonata che forzatamente lo riporta trent’anni dopo nel paese che aveva lasciato. Un improvviso malessere del nonno ed i ricordi della vita trascorsa si riaprono in attesa di ricongiungersi al suo grande maestro che gli aveva insegnato i segreti della vita e del carattere delle persone attraverso l’accostamento delle spezie ai pianeti: “il pepe è caldo e scotta: è il sole che illumina ogni cosa; ecco perché va in ogni cosa. Venere era la più bella di tutte le donne; Venere è la cannella che è dolce e amara come le donne. Poi c’è la terra dove c’è la vita e di cosa ha bisogno la vita? Del cibo che necessita del sale per essere più gustoso”
 
Turchia, 1959.
Una famiglia di origini greche deve lasciare Istanbul per le tensioni tra i due Stati che si contendono Cipro. I greci li accolgono come turchi ed i turchi li scacciano come deportati. Il nonno resta nella terra amata promettendo al nipote di raggiungerlo presto. Passano gli anni, ma l’attesa resta sempre come quella pentola piena d’acqua che non riesce mai a raggiungere il punto di ebollizione. Ogni volta il nonno si annuncia, ma non arriva mai.
Fanis lo attende, pur conoscendo la verità delle cose. Mantiene, tuttavia, la promessa di guardare le stelle ogni volta che il nonno tarda nel ricongiungersi alla famiglia, perché nel cielo ci sono cose che si possono vedere e cose che non si possono vedere e le persone sono attratte da ciò che è a loro sconosciuto. E lo fa talmente tanto spesso che finisce per diventare un astrofisico.
Senza radici, senza terra, senza legami, Fanis vive nei ricordi di quei primi sette anni di vita, procrastinando le particolari tradizioni culinarie con la combinazione di spezie inusuali, quale poteva essere, per esempio, lo zenzero nelle polpette: l’anomalia e l’originalità degli alimenti che non possono essere accostati rappresentano un po’ quel ragazzo che non si sente appieno né greco né turco.
Fanis è cresciuto nel negozio del nonno e nell’ambiente della cucina, imparandone i segreti dopo aver osservato ed ascoltato gli scambi tra le zie e la mamma. Cucina di nascosto, prepara manicaretti invece di applicarsi nelle materie in una scuola che tenta di estirpare la cultura turca dalla sua mente per instillarvi il patriottismo greco. Scoperto a causa delle pressioni del prete cattolico ortodosso e della sua maestra, viene sottratto alla cucina e al piacere di guardare le stelle, interrompendo di fatto quel legame spirituale con il nonno lontano.
Il bambino soffre perché represso nelle sue passioni, con il timore dei genitori che possa avere qualche disturbo comportamentale. La sua è una caratteristica atipica per un bambino, ma non per questo è meno speciale degli altri, tutt’altro.
Ciò che tiene ancora viva la speranza è il sentimento tenero ed infantile per una bambina rimasta in Turchia, Saime, a cui un tempo confidava i segreti della cucina in cambio di un ballo.
Ed è per ritrovare la serenità di un tempo che prima tenta di scappare e poi si trova a cucinare in un bordello.
 
Le salse esaltano il cibo fino all’eccesso. Quando non lo si esalta con le salse, lo si fa con la conversazione
 
Film inaspettatamente piacevole che ha il difetto di ripercorrere strade già ampiamente esplorate ed il pregio di manifestare una sua originalità.
Film parzialmente autobiografico perché ripercorre le vicende personali del regista che dipinge Istanbul con i colori struggenti dei ricordi.
Un mix di sapori e di visioni planetarie racchiuse nel bozzolo della memoria che dalla storia familiare si allarga a quella sociale-storica.
Turchia e Grecia in conflitto sulla scena, ma unite per portare un tocco speziato là dove persiste ancora il retrogusto dolce amaro della cioccolata.
Una storia che assume contorni fiabeschi nella malinconia del suo svolgimento, con quell’ombrello colorato di rosso che si alza in volo, tra le stelle, e che si apre tra tanti ombrelli neri ad un funerale per farsi riconoscere, come quelle spezie sepolte dalla polvere che si sollevano con il soffio di un Fanis ormai adulto nella soffitta dove un tempo c’era la vita del nonno.
Il binomio cucina-sentimenti si presenta in Fanis, il giovane protagonista, attraverso il rapporto tra le spezie e le stelle, la cui conoscenza corre in parallelo grazie alla sapienza del nonno Vassilis. “La parola gastronomo racchiude in sé anche la parola astronomo”, diceva al piccolo portandolo a conoscere la vita attraverso accostamenti che destavano la curiosità per l’una e l’altra cosa.
Il bambino Fanis impara l’arte della cucina con un talento naturale che viene da lontano, da quei primi anni chiusi nella drogheria del nonno; l’uomo Fanis insegna astrofisica conservando traccia di quegli insegnamenti.
 
Fanis si muove in un mondo difficile di tensioni sociali ed interiori tra ciò che è il suo carattere e ciò che, invece, la società gli impone.
Si muove tra elementi dai forti colori con un nonno che costituisce il perno su cui ruota l’equilibrio delicato di una famiglia da personaggi pittoreschi: la zia con il morbo di Parkinson ad intermittenza a seconda dello shock o dell’uso di un frullatore; il padre che interviene in ogni occasione nella cucina della moglie; la madre che ne ha guidato i primi passi nel mondo per poi passarne il testimone al nonno; gli amici di quest’ultimo sincronizzati ad ogni movimento; lo zio che tenta di insegnargli l’arte dell’amore con esperienze fallimentari alle spalle; le fidanzate che devono superare prove culinarie prima di essere riconosciute come adeguate.
Il bambino curiosamente si tiene legato ai sapori domestici per conservare il calore delle conversazioni con il nonno. È curioso come tenti prima la strada della cucina professionale e poi lo studio universitario dell’astronomia. Il tentativo di sradicare totalmente queste sue propensioni fallisce anche perché la sua stessa famiglia fa fatica ad ambientarsi totalmente, non riuscendo a dimenticare i profumi delle vie delle città turche.
Fanis è la figura che ricorda la Tita del film di Alfonso Arau nel suo tentativo di trovare il mondo magico nella cucina e nelle stelle per dimenticare di essere in una terra che sente estranea. Eppure si abitua alla realtà tanto da non tornare in Turchia, nonostante le opportunità avute negli anni. Quando la notizia del male del nonno lo riporta all’infanzia capisce sia perché il nonno non si sia mai staccato dalla sua terra, sia perché lui non si sia mai recato a trovarlo: la paura di non rivedere più la patria per l’uno e la paura di un nuovo distacco per se stesso.
E nel tornarci per la morte del nonno ritrova la bambina sempre amata che ormai è una donna adulta. L’ombrello rosso che lei portava con sé nell’infanzia è ancora là sospeso tra le stelle dove lo sguardo di Fanis non ha mai smesso di posarsi. Il momento dell’incontro è emozionante per entrambi, ma le strade possono ricongiungersi o separarsi ancora una volta, dipende dalla loro volontà o dall’accettazione delle mutata realtà delle cose.
 
Il dessert attutisce i suoni, interrompendo i fasti del pasto celebrativo
 
La cucina, dall’antipasto al dolce, e tutto ciò che vi ruota attorno, è quindi l’elemento naturale del film. Come dice Fanis “i piatti principali della nostra cucina riportano all’infanzia ed è per non perdere le radici familiari che non lascia quell’ambiente. Simbolica è l’immagine iniziale del film dove si vede il bambino allattato dalla madre che sparge zucchero sui suoi capezzoli per rendere più gustoso il latte al neonato, rito di iniziazione, così come quel tocco di zenzero nelle polpette. Fanis, ormai adulto, non può non notare che gli anziani portano sempre con loro caramelle di latte e zucchero, i primi elementi che si gustano nella vita.
Fanis riversa sulla cucina il desiderio di ritrovare le radici di famiglia, i ricordi dell’infanzia, l’armonia con il nonno e la ragazzina il cui amore conserva gelosamente nel cuore.
Il film è un tripudio di odori e colori, tra fumi e polveri che si sollevano per ricongiungersi idealmente alle stelle, con una sceneggiatura senza eccessi ed una fotografia esaltata da tocchi in digitale nei punti in cui il passato si intreccia con il presente.
Particolare l’avvio del flashback con l’immagine fiabesca del muezzin che, dall’alto del minareto di una moschea di Istanbul, richiama la memoria storica e con questa le stanze, tra le vie popolate, si aprono come se si stesse sfogliando l’album di fotografie di famiglia. Nota di merito alla colonna sonora che ripete temi caratteristici per poi fondersi in elementi melodici che ripercorrono le strade della memoria.
Nonostante la malinconia della storia, non si cade nel facile sentimentalismo e nelle sdolcinatezze che ci si aspetterebbe da un film con un tale titolo (in italiano).
Gustoso per via di quell’esaltazione del cibo, nutrimento della vita. Equilibrato e soddisfacente grazie a quelle spezie utilizzate in alimenti poco idonei, ma che l’originalità degli accostamenti rende speciali.
In Grecia il successo di “Politiki Kouzina”  è stato addirittura clamoroso, in Italia faticherà a trovare un giusto riconoscimento per memorie cinematografiche ancora molto forti ma assai diverse (“Il mio grosso grasso matrimonio greco” di Joel Zwick).
 
Intenso il momento del ritorno in Turchia con un Fanis che ripercorre la geografia dei ricordi dei suoi primi anni, tentando di afferrare una memoria evanescente. La bellissima Istanbul con i suoi vicoli, le moschee, i viali eleganti, i suoi ponti, i suoi profumi, è nelle sue mani, ma gli sfugge. Triste destino il suo, nel vedere il passato allontanarsi del tutto proprio nel momento del ritorno in Turchia, dopo aver tentato di conservarlo ad ogni costo durante gli anni della Grecia: restano quei residui di spezie che pone sul tavolo a formare una galassia su cui soffiarci affinché possano assumere la forma di pianeti sospesi nell’aria.
 
Sui binari del treno ci voltiamo e quell’immagine resta come una promessa

Regia: Tassos Boulmetis. Soggetto e sceneggiatura: Tassos Boulmetis. Fotografia: Takis Zervoulakos. Montaggio: George Mavropsaridis. Interpreti principali: George Correfacem (Fanis), Tassos Bandis (Vassilis), Basak Koklukaya (Saime), Ieroklis Michailidis (Savas Iakovides), Renia Louizidou (Soultana Iakovidou), Stelios Mainas (Aimilios), Tamer Karadagli (Mustafa), Markos Osse (Fanis da bambino). Musiche: Evanthia Reboutsika. Scenografie: Olga Leontiadou.  Produzione: Village Roadshow Productions. Distribuzione: Ladyfilm. Origine: Grecia/ Turchia 2003. Durata: 108 minuti. Titolo originale: “Politiki Kouzina”, “A touch of spice”, nomination American Academy Awards - Best Foreign Language Film, 2005. Info: Sito Ufficiale/Video spezie ed astronomia

Movida, 16 aprile 2005.

 Originariamente apparsa su Lankelot.com

      

ISBN/EAN: 
8017229426254

Commenti

per tutti quelli che hanno un ricordo speciale di un nonno, anche se non l'hanno mai conosciuto:
http://www.youtube.com/watch?v=LeqgMTz0QUg&feature=related

"Senza radici, senza terra, senza legami, Fanis vive nei ricordi di quei primi sette anni di vita, procrastinando le particolari tradizioni culinarie con la combinazione di spezie inusuali, quale poteva essere, per esempio, lo zenzero nelle polpette: l?anomalia e l?originalità degli alimenti che non possono essere accostati rappresentano un po? quel ragazzo che non si sente appieno né greco né turco"

è un film che è diverso da quell'immagine con cui era stato presentato in Italia.
E' delicato e malinconico nei punti cardine che sono l'esilio e la separazione. E' comico e surreale nella passione per la cucina del bambino Fanis, con tutti quei personaggi di contorno che sono la sua famiglia.

"Una famiglia di origini greche deve lasciare Istanbul per le tensioni tra i due Stati che si contendono Cipro. I greci li accolgono come turchi ed i turchi li scacciano come deportati. "

> Questo E' un contesto decisamente affascinante e poco indagato.

"La bellissima Istanbul con i suoi vicoli, le moschee, i viali eleganti, i suoi ponti, i suoi profumi, è nelle sue mani, ma gli sfugge. Triste destino il suo, nel vedere il passato allontanarsi del tutto proprio nel momento del ritorno in Turchia, dopo aver tentato di conservarlo ad ogni costo durante gli anni della Grecia:"

> Giusto qualche mese fa domandavo a Marco Fress notizie dell'aspetto della città, della sua architettura, della sua storia secolare; nel mio immaginario non poteva che essere rimasto qualcosa di Costantinopoli, ma pare proprio non sia così. Soltanto quel che proprio non si poteva abbattere. Poveri greci.

Fress vive ad Istanbul?
Io ci sono stata l'anno scorso...e questo film non è del tutto estraneo al mio viaggio...
Di Costantinopoli ..sì, le mura...ma è una città affascinante, un po' diversa da come l'avevo immaginata. Anche elegante, curata, soprattutto nella parte occidentale...ma il fascino sta in entrambe le zone, il panorama del Bosforo è meraviglioso. Ho visitato anche altre zone...la Turchia sta facendo passi da gigante...ma c'è un grande contrasto con la zona dell'Anatolia.

3.decisamente.

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