Suscita entusiasmo l’idea che il poemetto di Rutilio Namaziano, “De reditu suo”, sia argomento d’una riduzione cinematografica: deprime registrare l’indifferenza degli esercenti, della critica e degli spettatori italiani. Niente di imprevedibile nella nazione che idolatra bolse commediole piccolo borghesi e paga una bulimica dipendenza, oltranzista xenofila, dalla cinematografia hollywoodiana: però infastidisce dover penare per individuare una sala che proietti questo film, a pochi giorni dall’uscita. La maggior parte dei quotidiani, manco a dirlo, s’affloscia compiaciuta sui comunicati stampa delle principali case di distribuzione e si piega alle loro avvilenti logiche: non si negano interviste e pubblicità ai manichini e agli artigiani di turno, mentre la novità, soprattutto se e quando estranea a certi “circuiti”, si seppellisce con odiosa indifferenza.
Che il cinema italiano si interessi a un incompiuto poemetto latino del quinto secolo dopo Cristo è un miracolo. Che il film si riveli suggestivo e intelligente, e apprezzabile nella pure non sempre condivisibile, ma comunque coerente, interpretazione dell’opera di Rutilio, è ragione di lode e plauso. Non posso concludere questa premessa invitando i lettori ad andare in sala: l’avrei fatto se io stesso e i miei compagni non avessimo girato a vuoto per più di due settimane per trovare traccia del film: e questo nella capitale... That’s Italy.
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Agnosci nequeunt aevi monumenta prioris:
grandia consumpsit moenia tempus edax;
sola manent interceptis vestigia muris,
ruderibus latis tecta sepulta iacent.
Non indignemur mortalia corpora solvi:
cernimus exemplis oppida posse mori.
(Rutilio Namaziano, “De reditu suo”, I, 409-414)
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Trama. 410. La Città Eterna, rimasta inviolata per otto secoli, è presa e saccheggiata dai Goti di Alarico. 415. Claudio Rutilio Namaziano (Elia Schilton), già prefetto della città di Roma, deve abbandonare la capitale per tornare nelle sue terre, in Provenza, nel tentativo di organizzare un colpo di Stato che rivitalizzi l’Impero, avvilito e abbattuto dai nuovi micidiali nemici, le popolazioni barbariche e i cristiani. Ormai perfettamente integrati nel tessuto sociale e nel sistema statale, hanno sgretolato l’antica cultura, seppellito gli dèi e corroso le fondamenta dello spirito dello Stato.
Rutilio è addolorato e ferito, ma non abbattuto: serve Roma, come suo padre, e non intende lasciarla, senza combattere, a chi già la sta facendo marcire. Così, congedatosi dagli amici (uno di loro lo tradirà poco dopo, rivelando lo scopo del suo viaggio) nei pressi di Porto e affrancata la servitù tutta, s’avvia in una missione disperata: risvegliare la dormiente dignità romana.
Siamo in inverno: si parte per mare, perché la via Aurelia e le altre vie terrestri non sono più sicure né praticabili. Costeggiando la penisola, pronti ad adripare per evitare di cadere in balia delle tempeste e delle piogge, Rutilio e gli otto marinai del suo pilota (Romuald Klos), assoldati in una locanda, lentamente risalgono. Sono a bordo d’una cymba: una nave a vela, di circa dieci metri, adatta al piccolo cabotaggio. Lo scenario è deprimente, s’incontrano a riva simulacri e segni dell’antica civiltà in via di decadenza: un’umanità di ombre e spettri che non più abita, ma infesta la terra. Ovunque simboli di rovina e distruzione: ovunque rassegnazione e abbattimento. Rutilio, pur provato dalla fatica del viaggio e costretto a guardarsi alle spalle da sicari inviati dai nuovi e potenti dignitari cristiano-romani, ha solo una fortuna: una banda di briganti toscani, capitanata da Lupo (Pierfrancesco Poggi), può tranquillamente aggredire e massacrare i sicari della prefettura. Il viaggio prosegue lungo la rotta prevista.
Gli attesi alleati, aristocratici un tempo fedeli allo stesso ideale e agli stessi sogni di Rutilio, vivono nell’eleganza e nel lusso consueto: egualmente cinici e dissoluti, si sono già moralmente consegnati alle nuove divinità e al nuovo potere. Rutilio non ha più sostegno. L’aristocrazia bada a preservare i propri privilegi: riecheggia l’insegnamento del Gattopardo, in qualche modo: se vogliono che tutto rimanga come prima, bisogna che tutto cambi.
Protadio (Roberto Herlitzka) è l’ultimo ideale avamposto della romanità. Uomo politico di ferrea fede stoica, s’è ritirato, disgustato dalla corruzione e dal degrado di Roma, nei suoi possedimenti. Là attende Rutilio, per un drammatico e virile congedo che ha il significato e l’amaro sapore d’un addio a un intero mondo.
Protadio non si riconosce più nel nuovo tempo: si ucciderà, tagliandosi le vene in una vasca, dettando le ultime volontà e riflettendo sulla natura degli Dèi e di Dio: senza lamentarsi, e senza affliggersi. Muore, senza morire. È già spirito: memoria, esempio, eternità.
Rutilio saluta Protadio, e torna a navigare. A questo punto è consapevole che la sua impresa è una follia. Nessuna illusione: va incontro al niente, perché la Roma cui apparteneva non esiste più, è già leggenda. Rutilio è l’incarnazione della nostalgia: l’intero suo viaggio è un inno alla perduta Roma, e la sintesi del dolore per ciò che è irrimediabilmente perduto.
Avanti: avanti, avanti!, Rutilio, fino al niente.
Sive datur patriis vitam componere terris,
sive oculis umquam restituere meis,
fortunatus agam votoque beatior omni,
semper digneris si meminisse mei.
(“De Reditu Suo”, I, 161-164)
APPUNTI
Il taglio dato alla lettura dell’opera è discutibile. “De reditu suo” non è il libro di viaggio di un politico che, nell’ombra, si dedica a tessere le fila di un colpo di stato: è il commovente canto di dolore di un uomo che torna nella sua terra, allontanandosi, forse per sempre, dall’Eterna che l’aveva adottato e onorato. Non c’è traccia d’altro che non sia malinconia, nostalgia, avvilente contemplazione delle rovine e memoria della passata grandezza. Tuttavia, considerando l’onestà intellettuale di Ricci e Bondì, che hanno voluto il film fosse “liberamente ispirato” e non “tratto da” De reditu suo, possiamo limitarci a prendere atto della convenzionale scelta di sceneggiatura: si pensi al “Gladiatore”, film nel quale l’eroe combatte per ripristinare gli antichi valori romani, ma perisce a causa di un tradimento, prima di riuscire nella folle impresa.
Interessante l’idea di far esprimere servi e marinai in una lingua inesistente: tra loro, questi ultimi sembrano adottare un pastiche “slavizzante”. Senza dubbio l’espediente serve a trasmettere, da un lato, l’incomunicabilità tra “il mondo di Rutilio” e l’alterità; dall’altro, però, si fatica a immaginare che all’epoca esistesse una koinè non latina così stravagante. Se l’espediente voleva avere valenza simbolica, esso risulta indovinato: se voleva essere fedele all’epoca, non sembra accettabile.
La scelta dell’epilogo da dare alla vicenda non sembra probabile, per ragioni filologiche più che “simboliche”: si verifica un cortocircuito con la tradizione del testo. Si può avallare l’opzione soltanto rispettando la sua significativa carica allegorica. Memorabile il cammeo del triestino Herlitzka. Un’interpretazione superba e commovente.
Sembra che nella versione inglese il film verrà doppiato da attori shakesperiani. È paradossale pensare che “De Reditu”, che doveva essere girato in latino, possa diventare un paradigma della decadenza del sistema per le culture anglosassoni e non per i neolatini italioti: è quel che accadrà.
Tam prope Romanis, tam procul esse Getis.
BIBLIOGRAFIA
Rutilio Namaziano, “Il Ritorno”, Einaudi, Torino, 1992. A cura di Alessandro Fo.
Lankelot Franchi, in collaborazione con Marco Fressura. Gennaio / febbraio 2004. Regia: Claudio Bondì.
Soggetto e Sceneggiatura: Alessandro Ricci, Claudio Bondì. Liberamente ispirato da un’opera di: Rutilio Namaziano. Direttore della fotografia: Marco Onorato. Montaggio: Roberto Schiavone. Interpreti principali: Elia Schilton, Rodolfo Corsato, Romuald Klos, Roberto Herlitzka, Caterina Deregibus, Roberto Accornero, Pierfrancesco Poggi. Musica originale: Lamberto Macchi. Produzione: Alessandro Verdecchi, Patrizia Tallarico. Origine: Italia, 2003. Durata: 100 minuti. Info Internet: Verdecchi Film / Trovacinema / Reflections. it / Fice. it / Rutilio Namaziano: De Reditu Suo.
Commenti
Con questo articolo sono a quota 300 pezzi: 298 provenienti da Lankelot.com, 2 del tutto nuovi. Così vanno le cose, così devono andare. La scelta del film non è accidentale.
Arriverò a 535, o giù di lì. Ci vorrà ancora parecchio tempo. Poi credo che ricomincerò a scrivere qualcosa di seriamente nuovo.
Complimenti! Ricordo che a Roma ebbe una programmazione brevissima (figuriamoci nel resto d'Italia). Mi incuriosiva assai, ma non sono riuscito a vederlo. Vale la pena recuperarlo?
Per i Romani ha senso, per chi ama la cultura latina ha senso, per chi vuole ricordare cosa era Roma e qual era il sogno che ci ha generato è importante.
Allora mi basta. é da recuperare.
Purtroppo in dvd sembra non esistere...
L'hanno dato pochi giorni fa in un cinema romano d'essai. Non sono riuscito a vederlo, e come dici non esiste il dvd (non l'ho nemmeno trovato dove puoi immaginare). Un vero peccato.
Tam prope Romanis, tam procul esse Getis
perché Bondì Sandro, se la regia è a nome Claudio??? ah, cosa non fanno gli accenti, eh?
Oddio hai ragione :))))
Ci penso sempre, al poeta di Vanity Fair. E' più forte di me. Ne sono fisicamente attratto, è un magnete. Correggo...