Riflettere sul rapporto tra corpo tecnologico e sostrato emozionale, sull’incontro tra strumento e la sua espressione, vuol dire automaticamente riflettere sul cinema.
Se è vero che lo specifico cinematografico si compone delle due istanze - luce ed emozioni, linguaggio e visione, macchina e storia - allora un’analisi della dialettica tra queste due variabili, entrambe causa ed effetto del “fare film”, non può essere che cortocircuito autoreferenziale, metadiscorso sull’essenza del cinema. Un film che “parla” di tecnologia e sentimenti racconta anche di sé, definisce una categoria espressiva, apre considerazioni sul senso e sulle sue finalità.
Tutto ciò, in “Blow up” di Antonioni, è presente sin nella locandina.
Due corpi uniti da un’animosità quasi violenta eppure apparentemente assenti l’uno all’altro; in un rosso dilatato e senza contorni, nell’aggressività statuaria di una figura che domina un’ombra esanime, il contatto sembra avvenire soltanto attraverso l’artefatto tecnologico che, rappresentato, rappresenta.
La fotografia stessa è d’altronde la chiave di un film in cui la contrapposizione tra finzione e verità si risolve in quella tra realtà alienata e immagine rivelatrice. Nella Londra degli anni Settanta, apatica, cinica, svuotata, i rapporti umani si trasformano in concitate rincorse e urlanti baraonde selvagge; ritmo paranoico immerso in atmosfere opache e aride.
È il mezzo fotografico a squarciare la realtà attonita, scarnificata di ogni traccia di umanità, per svelarne il lato oscuro di un omicidio altrimenti invisibile e inspiegabile.
L’occhio potenziato di un obiettivo, apparato tecnico al servizio dell’uomo, diventa impulso fondante del reale. L’uomo, la sua storia, la sua interiorità, svaniti in un paesaggio umano desolato e senza legami, esistono soltanto a partire da quella rappresentazione.
Emozioni annichilite e una sensibilità prosciugata generano una patina di fissa estraneità che avvolge un esistente depotenziato e in superficie.
La tecnologia, nel riprodurne l’immagine, va oltre: coglie forse la verità?
E la pallina invisibile della sequenza finale è testimonianza dell’intrinseca onestà del mezzo-cinema o segno della sua incapacità di centrare ciò che, nonostante tutto, soltanto i sentimenti degli uomini possono creare?
E cos’è questo se non un perfetto paradigma dell’idea di Cinema?
Durata: 111 minuti.
Approfondimenti in rete: http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=7164
Commenti
Ave Danilo!
Sistemo qualcosa (titolo, tags, archivio del regista) e arrivo.
Tutto a posto, adesso. Ben ritrovato e grazie per aver ripubblicato questo articolo, altrimenti smarrito nel web d'antan.
Passo all'altro pezzo, per i commenti un'altra volta e in orario decoroso (la differita del .eu, in questi giorni, è - 2 ore:) )
"in un rosso dilatato e senza contorni, nell?aggressività statuaria di una figura che domina un?ombra esanime, il contatto sembra avvenire soltanto attraverso l?artefatto tecnologico che, rappresentato, rappresenta."
> Questo era il mio passo preferito.
Ottimo, Danilo, finalmente hai ripostato i tuoi pezzi.
Questo è il film di Antonioni che ho preferito, non essendo comunque appassionato del regista. Ne dai una lettura che sostanzialmente condivido, relegando in secondo piano la trama, che in effetti è decisamente meno importante delle suggestioni che l'opera regala al suo fondo. Resta, comununque, come uno dei suoi film più lineari.