Siamo in piena commedia sexy all’italiana. Il grande pubblico è attratto dalla televisione e scarseggia in sala; i grandi registi, in piena coscienza di sé, hanno cominciato a ignorare i propri interlocutori meno colti e il Cinema si è scisso: da una parte i film più impegnati, dall’altra le opere di sottomarca per la massa. La massa non sa apprezzare un linguaggio alto? Bene, il popolo si prenda ciò che si merita: chiappe e caserma. Sia dunque concesso lo spazio ai Michele Massimo Tarantini, Mariano Laurenti, Joe D’Amato, Nando Cicero (uno che si vantava di conoscere tutte le prostitute di Roma), Sergio Martino. E la televisione è la prima promotrice di comici che poi passeranno a pietose comparse filmiche: cervelli come Vittorio Caprioli, Alberto Lionello, Renzo Montagnani, Lando Buzzanca. Caroselli, riviste registrate in studio, erano trampolini di lancio per talenti abili sulle scene, in rivista o in prosa. Attori non considerati degni d’interesse per autori, al massimo gli si concedeva qualche particina, si rifacevano in film di bassa lega e dal cospicuo guadagno: poche gags, qualche nudo accennato, ambienti scolastici o militarescospedalieri, e un patetico quanto furbo divieto ai minori di 18. Ha ceduto anche Alighiero Noschese, poco tempo prima del suicidio.
Una certa fedeltà cronologica implicherebbe un accenno al filone boccaccesco. Per dirla breve, tutto ebbe inizio con Pasolini. Il suo Decameron ebbe un successo clamoroso soprattutto perché si parlava di numerose scene di nudo e perché l’argomento principe era il sesso. Presto nacquero decine di imitazioni ispirandosi ai poeti trecenteschi e, in cima a tutto, alle novelle di Boccaccio, da cui prende nome, appunto, il filone. Decameron proibitissimo - Boccaccio mio statte zitto, La bella Antonia, prima monaca poi dimonia con Piero Focaccia, Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda con Pippo Franco, sono titoli che appartengono a pieno titolo al genere. Naturalmente questi hanno un’impronta più ridanciana, alcuni invece pretendevano di essere erotici e nient’altro. Chiusa l’era boccaccesca, nasce la cosiddetta “commedia scollacciata” capitanata da eroi immortali quali Lino Banfi, Renzo Montagnani e Alvaro Vitali. E, con minor peso, Gianfranco D’Angelo. Naturalmente non sono da considerarsi allo stesso livello: Renzo Montagnani rimane il vero professionista sprecato, parzialmente rivendicato in teatro d’autore e negli ultimi due Amici miei. Un talento umile di cui si rimpiange tutt’oggi l’immensa grandezza. Anche Lino Banfi in qualche modo si è rifatto con Luciano Salce – regista dei primi due Fantozzi e de Il federale, prima pellicola di vera qualità di Ugo Tognazzi – in Vieni avanti cretino che lo vede protagonista assoluto per l’intera durata del film, con autoironia e accennato (diluito) metalinguismo. Altro film di gran lunga superiore alla media è Cornetti alla crema con un Lino Banfi in gran forma e la preziosa presenza del “pupiavatiano” Gianni Cavina.
Francesco Mulè fu doppiatore storico di Yoghi, attore in decine di filmetti – taluni insopportabilmente trash – teatrale e televisivo. Tra i suoi titoli ricordiamo il brutto Le spie vengono dal semifreddo con Franco, Ciccio e Vincent Price, per la regia di Mario Bava, Kakkientrupen, Totò Peppino e la dolce vita, Psycosissimo e Calore in provincia, commedia sexy dal misero budget, diretta “con la mano sinistra” dallo stesso Roberto Montero.
Trama? Raffaele Moscone, padre di famiglia, lavoratore in una corniceria, ha superato ormai la quarantina e il sesso è un problema: con gli anni si è lasciato andare, è obeso, la moglie non lo desidera più e i suoi occhi sono violentati da continue immagini procaci di donne scollate sui tram, nei manifesti. Quando è sul bus non riesce a trattenersi e comincia a palpeggiare, fra le vittime trova una che ci sta: diventerà la sua amante a costo di disfare la famiglia. Ecco.
Chiariamoci, Montero ha fallito in pieno: la commedia sexy da due lire con procaci bellone e tradimenti vari non regge. Questo film rivela di avere un’anima; c’è qualcosa che pulsa, sotto il letame. E per quanto tutti si impegnino a rendere il film sgradevole basta solo il volto di Mulè per riscattarne la visione. È un film che vuole essere brutto, perché brutto è il tipo di circuito in cui nasce, si sviluppa, muore. Ma qualcosa non va.
Il pomicione si annuncia come sottogenere dei film di Banfi e Vitali, non pretende quindi trame particolarmente articolate con imbrogli di cornificazioni e inseguimenti. Vuole essere un film facile, per uno spettatore che finge di sorridere alle smorfie del (presunto) comico di turno aspettando con ansia di misurare le curve della protagonista femminile. E di certo Montero non indugia ad accontentarlo. La collega di lavoro di Raffaele si denuda con disinvoltura e sa di essere spiata, ma risponde con un sorriso; la moglie casalinga del protagonista non è affatto brutta, anche se per contratto “si trascura”; l’amante poi si concederà ad un book fotografico senza mutandine in totale frivolezza. Ma Francesco Mulè è sempre davanti alla macchina da presa… E nelle scene in cui non è presente, ad esempio durante il coito della sua amante con un fotografo, francamente si sente la sua mancanza e il film diventa insostenibile: indigesto. E questo sorprende perché indigesto dovrebbe esserlo per tutta la durata, in tutta la sua essenza di film mondezza. E se lo si guarda con l’intento di denigrarlo e, con dichiarato autolesionismo, lo si vuole subire e non apprezzare, ecco che qualcosa non quadra, e lo spettatore snob si trova contrariato. Quasi quasi gli piace. E si sente in colpa, perché è abituato a provar piacere solo per Godard, e si vergogna di trovare buono un film di Roberto Montero. Che birba, lo spettatore snob!
Tra l’altro è, carta alla mano, impossibile trovare una sceneggiatura decente nella commedia sexy – e qui si parla del suo magro epigono. Però a film finito lo stesso spettatore snob che risente di un Mulè in absentia riconosce di aver subìto un nuovo colpo: qualche riga di sceneggiatura può essere salvata. Il titolo spinge ad immaginarsi le avventure di un porcellone che stringe chiappe e tette fra i polpastrelli, un essere sudicio che si struscia e toglie la lingua di fuori come il Fantozzi più osceno. In effetti un’immagine simile c’è. Appena appare il protagonista, su un bus particolarmente affollato, c’è un accenno di mano morta, ma la cosa finisce presto. L’unica situazione simile è quando Raffaele Moscone/Francesco Mulè tocca la schiena di quella che poi diventerà la sua amante. Dargli del pomicione è un po’ eccessivo. Nella prima parte di film il personaggio di Mulè è alquanto viscido, sudaticcio e stanco. Ma non dà l’impressione di un pervertito quanto di un poverino che merita tutta la compassione dello spettatore. Grasso, insoddisfatto e bombardato da immagini di cosce e tette, come lui stesso confida all’amico: come dargli torto?
Ma così scrivendo, gli sceneggiatori, non si sono accorti di darsi la zappa sui piedi? Cioè: la vittima protagonista della storia è lo stesso spettatore coevo che pagava un biglietto per vedere questo film in sala. Uno spettatore di mezza età che va da solo al cinema per vedere due tette, probabilmente, ha qualche carenza particolare. E così il personaggio Mulè, sfidato dal seno della collega, dalle gonnelle corte sul bus, dalle protuberanze nascoste della moglie, cede ed entra in un cinema hard. Le immagini sono fisse su due corpi incollati e il suo sguardo si rivolge a giovani coppiette che si baciano in fondo alla sala. Qualcosa di amaro e tenero c’è, ma Montero fa di tutto per rendere la scena insipida e volgare. Poi però tutto si stravolte: Raffaele Moscone vince con una schedina non sua e può permettersi un’amante, abbandona la moglie e il figlio (e il loro inseparabile pappagallo comunista, Stalin, che canticchia l’Internazionale) e si reca in un hotel con piscina. Una sequenza particolarmente ‘logica’ narrativamente è quella in cui la moglie, fattasi procace, capisce di essere tradita. Lei grida di aver inteso che c’è un’altra, lui pacatamente non nega e, anzi, confessa “È successo. Anche tu spesso eri stanca, dicevi che io ero grasso e che non ne avevi voglia. Ora io non ne ho voglia. E allora? Forse desidero qualcosa di diverso”. Tutto fila. Sono parole che in nessun film, nessuna commedia, del filone si potranno sentire mai. E lo spettatore continua a rammaricarsi dei propri pregiudizi e non si dà pace. Che razza di film trash è questo?, si domanda. Nessuna palpata di tette o lancio di piatti. Nessun amante che spunta da sotto il letto. La sequenza si chiude col volto della donna che guarda nel vuoto. Incongruo, perdinci.
La seconda parte del film vede un Raffaele Moscone senza baffi, ripulito, elegante, ma pur sempre triste: un giovane fotografo gli sta per soffiare via la donna – e lei è pronta a scappare. Mulè ha un corpo da comico idoneo, grasso con una pancia inverosimile, il viso è decisamente espressivo e può permettersi parecchie smorfie, quasi tutte azzeccate; ha una voce notevole, in quanto doppiatore di professione. E poi, cosa ancor più rara in questo tipo di commedie, Francesco Mulè fa ridere. Il talento risale a galla nel mare di sciocchezze impostegli; sembra quasi che ci sia un secondo film dentro Il pomicione, un’anima non ancora venuta alla luce, che scalpita nel grembo materno, e si fa sentire ogni tanto. Vuole riscattarsi e ci riesce. Nemmeno il finale è degno del titolo. Mulè è nuovamente sul bus e una donna particolarmente svestita ed attraente gli si siede affianco: lui appoggia la mano sul sedile prima che lei possa sedersi, lei se ne accorge e si volta: è la moglie. Ci fosse stato Alvaro Vitali sarebbero volati gli schiaffi, ma così non è. “Alla prossima scendiamo – dice la moglie timidamente – tornerai a casa, vero?”. “Sì – risponde lui, confuso – torno a casa”. Il film finisce e i titoli di coda partono, dal basso verso l’alto su schermo nero. Quando mai in un film targato “Italia ’70” c’è lo schermo nero dietro i titoli? E perché un finale così giusto, logico, piacevole? Lo spettatore dovrà farsene una ragione.
Per quanto il regista ce l’abbia messa tutta a riprenderlo il peggio possibile, lo spirito Francesco Mulè trasuda dal video in tutto il suo onesto candore e la sua innegabile tenerezza. Un grande ingegno inespresso.
Regia: Roberto Montero.
Soggetto e Sceneggiatura: Adriano Asti, Delia La Bruna.
Interpreti principali: Francesco Mulè, Grabriella Lepori, Rosalba Neri, Venantino Venantini.
Fotografia: Luigi De Maria.
Montaggio: Antonio Fusco.
Musica: Alberto Baldan Bembo.
Scenografia: Luigi Latini De Marchi.
Produzione: Collettivo ‘1’, Dema G.
Origine: Italia, 1976.
Durata: 90minuti.
Luca Martello
Commenti
"Questo film rivela di avere un'anima; c'è qualcosa che pulsa, sotto il letame. E per quanto tutti si impegnino a rendere il film sgradevole basta solo il volto di Mulè¨ per riscattarne la visione. E' un film che vuole essere brutto, perché brutto è il tipo di circuito in cui nasce, si sviluppa, muore. Ma qualcosa non va".
Questo film è un miracolo.
Eppure non se ne è parlato abbastanza, da queste parti:)
"Chiariamoci, Montero ha fallito in pieno".
Ah.
ahhahahah questa rec è impresentabile :))
potente invece.
Al Lupi piacerebbe molto (ma è in ferie fino al 3...)