È una storia di sesso. Ma è come fosse una storia d’amore, o invece l’amore è proprio questo. Perché forse l’amore non è fatto solo di baci e di carezze, perché forse l’amore è una passione finita che finisce prima o poi e non ricomincia. E tutto quello che viene dopo è un corollario, un’appendice, ma non è amore. E allora capita che due sconosciuti si incontrano in un appartamento vuoto, grigio e desolante, e lo prendono per zona franca. E non si dicono niente dell’uno e dell’altro e fanno l’amore in tutti i modi possibili e in tutte le varianti impossibili. E non c’è nessun biglietto da visita, nessun codice, niente chiacchiere e niente distintivo. E non sanno niente dell’uno e dell’altro, eppure serbano un segreto, il loro segreto. E la conseguenza è che nasce la passione chimica, sintesi materiale e corporea di due anime: Paul, proprietario di un albergo malfamato, meta frequentata da prostitute e clienti frustrati, vaga per le vie di Parigi, vittima del vento del passato e dei ricordi e ossessionato dal suicidio della moglie Rose; Jeanne, ragazza emancipata, fa l’attrice per il suo fidanzato, regista di cinema, alla sua opera prima, incantato e rapito dal potere fascinatorio e voyeuristico del mezzo.
E Paul per Jeanne è l’inconscio che fino allora ha represso, è il suo lato oscuro che una società pigra e moralista gli ha vietato di approfondire. E Jeanne per Paul e il sesso con Jeanne per Paul è l’unica ragione di vita, l’ultima spiaggia prima di lasciarsi morire dai fatti di una vita che lo condanna a un destino di uomo solo e dannato. A vagabondo. E anche se è solo sesso, il sesso è come una panacea. È il suo ultimo capitolo.
Ed è un rapporto fisico e carnale che si consuma senza nomi e senza passato. Perché cosi deve essere, perché se non hanno che un segreto in comune, vuol dire che si amano per quello che sono, nudi e senza veli. Ed è un rapporto di coppia anomalo e dionisiaco, perché i protagonisti si fanno consapevoli delle loro azioni, e anche se compiono atti spudorati e licenziosi, li accettano senza alcun compromesso, senza chinare il capo, consci del proprio inconscio e di abbracciare quello altrui. Consci del proprio passato e di quello che gli aspetta. Ed è una ricerca dell’identità, un tentativo per riaffiorare dalla crisi, per essere ancora Uno al di sopra di tutto. Per perdere quell’anonimato che pure è la chiave del loro rapporto. E alla fine è un’analisi spietata di sé stessi, e un riaffiorare del marcio e del macabro dei propri recessi. E quando Paul decide di amarla, di progredire e di abbandonare la zona franca, Jeanne capisce che è finita.
Bertolucci, a soli trent’anni, firma un capolavoro della storia del cinema per coraggio e visionarietà. Più realista di un film neorealista, è un realismo torbido e senza patina, senza censure. “Ultimo tango a Parigi” ha il merito inequivocabile di indagare l’uomo senza remore o dubbi di alcun tipo. L’analisi è cruda e cinica, vera. In contraddizione con il neorealismo, con le storie convenzionali e romantiche, con i bambini di zavattiniana memoria che piangono, con l’amore edenico e spirituale, con i baci-sequenza hollywoodiani e hitchcockiani, Bertolucci impone l’aut aut del sesso, l’alternativa dello sfogo ormonale come unica cartina di tornasole per decifrare il rapporto di coppia. E nella scena finale, quando Jeanne svela il suo nome a Paul, si ha un classico esempio di maestria autoriale, quello che Chion chiama parola-emanazione. Il rumore del colpo di pistola non rende intelligibile la parola e la relativizza. Paul non riesce a sentirla, perchè, dopo una vita di stenti e di eccessi, il suo spirito non è più in grado di ritrovare la strada che conduce alle vette della purezza.
Per i cinefili più accaniti sarà un piacere notare i richiami di Bertolucci al cinema francese: Jean Pierre Léaud, vero alter ego di Truffaut nella parte di Antoine Doinel, impersona il ruolo del fidanzato di Jeanne; raffinato e subliminale è invece l’omaggio al film L’atalante di Vigo, cult e capolavoro del cinema francese: la scena è quella in cui Léaud chiede a Jeanne di sposarlo, imprigionandola con un salvagente sul quale è impresso il titolo del film.
Marlon Brando ha il fascino dell’attore d’altri tempi. Epocale e immenso nella sua interpretazione – uno dei migliori Brando di sempre – epocale e immenso nel volto, nelle espressioni che assume il suo volto. E Storaro è un genio – sette anni dopo premio oscar per Apocalypse now – nel dipingere Parigi e gli interni di Parigi: chiaroscuri ipnotici e colori conturbanti. E la musica di Gato Barbieri, contestuale e sensuale, è l’unica che può innalzare davvero l’ultimo tango dei due protagonisti, l’ultima scena significativa prima del tragico epilogo. Perché il tango è davvero il ballo più erotico e sensuale e il burro è un ottimo surrogato della vasellina. E forse le “pene” sono meglio della felicità. E sono l’unico strumento per sentirsi amati.
Regia: Bernardo Bertolucci Soggetto: Bernardo Bertolucci
Sceneggiatura: Bernardo Bertolucci, Franco Arcalli
Direttore della fotografia: Vittorio Storaro
Montaggio: Franco Arcalli
Musica originale: Gato Barbieri
Scenografia: Ferdinando Scarfiotti
Interpreti principali: Marlon Brando, Maria Schneider, Jean Pierre Léaud, Massimo Girotti
Produzione: PEA/Artistes Associés
Origine: Italia/Francia
Durata: 124 minuti
Commenti
"niente chiacchiere e niente distintivo": grande!
"In contraddizione con il neorealismo, con le storie convenzionali e romantiche, con i bambini di zavattiniana memoria che piangono, con l?amore edenico e spirituale, con i baci-sequenza hollywoodiani e hitchcockiani, Bertolucci impone l?aut aut del sesso, l?alternativa dello sfogo ormonale come unica cartina di tornasole per decifrare il rapporto di coppia".
Splendida analisi. Tutto il pezzo è memorabile (incipit fulminante). Uno dei migliori Degrassi di sempre. ;)
Mollica docet!! Sempre.
E la chiusura è più fulminante ancora dell'incipit! ;)
"È una storia di sesso. Ma è come fosse una storia d?amore, o invece l?amore è proprio questo. Perché forse l?amore non è fatto solo di baci e di carezze, perché forse l?amore è una passione finita che finisce prima o poi e non ricomincia. E tutto quello che viene dopo è un corollario, un?appendice, ma non è amore".
Ineccepibile, anche e soprattutto come valutazione di carattere generale. Complimenti per tutto il pezzo, Ian.
Grazie Léon. A presto:)
Grazie a te per questa bella pagina:)
Devo trovare il coraggio di rivedere questo capolavoro che Fofi chiama "una falsa opera d'arte". Qualche anno fa mi era piaciuto molto, ma poi il ricordo s'è corroso con altre visioni di Bertolucci che mi hanno piuttosto infastidito (Novecento, per es). In totale assenza di pregiudizi, affronterò l'impresa. Recensione sentita da amante di cinema come pochi. Gran pezzo.
Grazie Luca, ora scappo. A domani.
Eh. E forse le pene sono meglio della felicità. Davvero.