Bertolucci Bernardo

The Dreamers

Autore: 
Bertolucci Bernardo

Sgombriamo il campo da una serie di equivoci: non c’è intento paradigmatico. Non c’è “il ‘68”: siamo nel 1968. Non c’è rivoluzione e protesta, se non nello sfondo: non c’è coscienza e non c’è spirito, se non per intenti e velleità.

Non c’è erotismo, ma c’è una (apprezzabile) perversione; non c’è la Francia, né Parigi – non si confonda l’ambientazione con l’ambiente – : c’è la casa borghese di un poeta di regime (“ogni poesia è una petizione / ogni petizione è una poesia”), arredata con discreta eleganza, a dominare il film.

Non si torna, in nessuna circostanza, a pensare all’Ultimo Tango: si rileva, al limite, che per la terza volta Bertolucci risolve desideri e contrasti con l’espediente del ménage a trois: splendidamente condivisibile, intendiamoci, ma talmente topico nella sua produzione (penso a “Novecento” e a “L’Ultimo Imperatore”) da essere diventato sintomo, e non più simbolo.

C’è qualche provocazione interessante: tracimante il sangue dell’esordiente Eva Green, che in due scene regala il sangue della sua purezza e del suo marchese agli spettatori. Personalmente ho avvertito una lieve nausea, nella seconda circostanza: d’accordo che sia naturale, ma devo pur ribadire che l’umanità ha superato lo stadio ferino. Si poteva evitare: gli anni lieti delle gaie ordalie dovrebbero essere cristallizzati nel patrimonio genetico.

 

L’esito del film è piuttosto lineare: una personalissima (diremmo: parossisticamente peculiare) memoria di un periodo storico letto attraverso la relazione tra due giovani gemelli francesi e uno studente americano: svuotata di ideologia (vagamente ridondanti e didascaliche le apparizioni di busti e poster maoisti), ornata da una splendida serie di omaggi al Cinema, torbida e deliziosamente perversa senza essere morbosa.

Non mi sembra che si possa gridare alla provocazione: nessuna interpretazione del movimento studentesco, nessuna presa di coscienza, nessun impegno politico che non sia tutto verbale, verboso e intimista. Non m’illude l’ultima scena: è uno schizzo d’acqua d’un’onda piccola e tenerella, che s’è fermata sugli alluci degli spettatori distesi sulla riva. 

Dubito che il Sessantotto autentico sia stato tutto scopate in mansarde borghesi, buon cinema e il popolo in piazza a pestarsi con i fascisti e i poliziotti mentre i figli di papà scoprivano le gioie del sesso profittando dell’assenza degli evanescenti genitori. Almeno: se questo è stato, è bene che vada dimenticato.

Evidentemente la storia è differente: allora faremmo bene a rivendicare la natura intimista, elegiaca e personalissima del film, svuotandolo della timida ideologia che ogni tanto, intirizzita, fa capolino e domanda al vento se l’esistenza ha senso.

Al nostro Bertolucci si concede e si perdona tutto: è il regista di “Novecento”.

Dilettati, maestro, dilettati e sprofonda nell’adolescenza e nelle tue memorie: ma non pretendere d’essere applaudito, perché il diarismo da cameretta, pur trasfigurato dalla tua arte e dal tuo talento, è vagamente reazionario.

 

Trama e ultime osservazioni.

Isabelle (Eva Green) e Theo (Louis Garrel) sono due giovani cinefili parigini, divinamente intossicati dalla loro dedizione all’arte: gemelli, intrecciano da anni una relazione erotica che esclude l’alterità dal loro segreto mondo. Fin quando non entra nelle loro vite un americanotto (Matthew Pitt, ex “Dawson Creek”) dal viso di plastica e dall’impressionante erudizione cinematografica: sebbene abbia il vezzo di orinare nei lavandini, investendo spazzolini (ah, catulliano Egnazio!), egli turba il sereno e vizioso andazzo delle vite dei gemellini, che tramano alle sue spalle bramando un voluttuoso epilogo. Mentre studenti e lavoratori scendono in piazza a manifestare contro il sistema, i tre intrecciano una relazione tutta cinefila e scopaiola; i genitori dei fratellini sono in viaggio, la casa è deserta e i tre possono dedicarsi ai più vari esperimenti e alle più divertenti perversioni.

Fin quando, forse intorpiditi e assuefatti dall’andazzo della liaison, decidono di scendere in piazza: l’arte interiorizzata incita forse alla rivoluzione, oppure è sopraggiunta la coscienza che chi troppo teorizza e medita nulla stringe (e fa la figura del vigliacco e dell’incoerente).

    

Mi attendevo, da spettatore e da sincero ammiratore di Bertolucci, un film che fosse paradigma generazionale o almeno interpretazione poetica del 1968.

Ho assistito a una storiella giustamente perversa e al limite seducente: non ho inteso cosa volesse il regista insegnare a noi, nuova generazione. Ha dichiarato: “I giovani, i ragazzi, possono vedere il '68 come qualcosa di straordinario. Andare a letto voleva dire risvegliarsi nel futuro, in un mondo cambiato, diverso. Sembra una piccola cosa ma non è così. È per questo che i tre ragazzi del film vanno a duemila come bombe adrenaliniche. Vorrei comunicare ai ragazzi di oggi a cui non è dato di poter avere una speranza. Al massimo possono sperare di finire alla Rai, a Mediaset o a Sky. Speranze abbastanza misere. Spero che sognare 'i dreamers' abbia un elemento di contagio nei confronti dei ragazzi di oggi” (Fonte: Trovacinema).

 

Lasci che le risponda. Vedo il Sessantotto come qualcosa di straordinario, ma non mi va l’idea di confonderlo col Sessantanove. Vado a letto, (ogni tanto capita) e mi risveglio in un mondo in cui certi Sessantottini hanno tradito e adesso servono quelli che chiamavano Padroni. Il suo film è prodotto dalla Medusa (sbaglio?): si poteva evitare, mi creda (non crede? Almeno lei che potrebbe…).

Mi risveglio in un mondo che paga il tradimento della generazione passata ogni giorno, e l’atteggiamento dei padri distrugge il ricordo dei loro ideali e dei loro sogni: se qualcuno di troppo s’è venduto, ha compromesso l’immagine di un intero movimento. E non è giusto, certo: ma le assicuro che in questa mia generazione c’è chi disprezza rinnegati e apostati. Io, ad esempio. Invidio voi che potevate credere in qualcosa: a noi rimangono le rovine dei sogni.

Tra quelle rovine io vivo, e sogno: e non sono il solo, e le assicuro che i suoi giovinastri non sono adrenalinici, ma al limite cristallizzati in una “erotica catatonia”. Non vanno “a duemila”: vanno al rallentatore. Chiusi in una casetta. Sono pensatori e scopatori, non sognatori. Non confondiamo.

Concludo. Neppure “per orizzontale” entrerei in Mediaset. Ho una dignità.

Se voleva contagiarmi, m’ha contagiato con la sua passione per le sedute a tre (le saprò dire, un giorno): se vuole ascoltare chi davvero sogna, sia sensibile e volti pagina. Il Sessantotto ha fallito, forse lei m’ha spiegato le ragioni.

Ma il Sessantotto è vivo. E qualcuno dovrebbe spiegarci perché. 

 

Con inalterata ammirazione, un giovane della nuova generazione.

 


Lankelot, Franchi. Ottobre 2003. Prima pubb: Lankelot.com


Regia: Bernardo Bertolucci.

Tratto da un romanzo di: Gilbert Adair.

Sceneggiatura: Gilbert Adair.

Direttore della fotografia: Fabio Cianchetti.

Montaggio: Jacopo Quadri.

Interpreti principali: Eva Green, Michael Pitt, Louis Garrel, Anna Chancellor, Robin Renucci.

Musica originale: -

Produzione: Medusafilm.

Origine: Uk/Francia/Italia, 2003.

Durata: 130 minuti.

Info Internet: Sito ufficiale.

Bertolucci in Lankelot.com:

ISBN/EAN: 
8010020028979

Commenti

Film pessimo, uno dei peggiori Bertolucci di sempre. Magari -paradossalmente - fossero state scopaste a go go, invece a me sembra che qui ci sia solo voyeurismo e compiacimento estetico. Sia ben chiaro, la Green non passa affatto inosservata. Se c'è qualcosa di vago che salva 'sto film, è la sua conturbante bellezza. Bertolucci, invece, è da quattro in pagella.

Anche secondo me un film piccoletto. La Green però è superba, in assoluto.

Sta di fatto, amices, che quando questo film uscì ricordo, nel web e non solo, poche stroncature come questa. Non ho mai capito perché. Magari è il caso che PK ripubblichi la sua, per fomentare il dibattito.

Ma secondo me quando il citazionismo e il sorido non si accompagna a contenuti corposi fa comunque gola a onanismi intelletualoidi, che si consumano come fumo. Niente contro l'onanismo, ma le scene che hanno un senso sono solo quelle dei nudi della Green e del magnetismo angelico delle facce, e non mi sembra dei più nobili lasciti.

l'ho trovato manieristico, con qualche citazione doc, ma esageratamente e biecamente vuoto, senza energia, senza "luce". E c'ero andato con il cuore palpitante, pregustando un memorabile incontro tra la classe e l'eleganza di Bertolucci e quegli anni là che non so perchè io amo...

Sì che lo sai. Racconta (magari anche in un articolo nuovo;) ).

Il libro di Adair - opera prima - invece ha ben altro spirito. Finisco di leggerlo e torno a parlarvene. Per adesso sembra un libro sui cinefili con perturbante menage a trois. Non vedo traccia di politica e di '68 - e se così fosse fino alla fine si potrebbe concludere che Bertolucci ha falsato la fonte, "ricreandosi" autore.

Invece no. Vira sull'allegorico-politico spinto anche il libro di Adair. Bertolucci ha cercato di catturare quell'allegoria. Rimango dell'avviso che si tratta in entrambi i casi di opere non riuscite; quel che si salva - a parte il sesso nel film - è proprio la cinefilia, più convincente peraltro nel libro che nel film. Il resto... mah. Preferisco Bertolucci massimalista a Bertolucci intimista; addirittura lo apprezzo nel taglio politico, se penso al suo passato, perché è onesto e sentito e mai nascosto. Ma qui c'è puzza di artificio. Non lo so. Magari è che sono nato nel '78 e che quelli del '68 e del '77, andati al potere, m'hanno raccontato, e c'hanno raccontato, ben altra storia e altri sogni.

Ecco, queste due opere - libro e film - mi hanno fatto bofonchiare. Irrisolte. E la ragione è una sola: quel che rappresentano è una bugia e un fallimento. Parziale. Diventa totale pensando a quelle generazioni divenute classi dirigenti. Classi dirigenti da mani nei capelli. Noi ne paghiamo le conseguenze.

(ma almeno Adair ne ha fatto morire uno, dei protagonisti. Variazione non da poco)

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