Bertolucci Bernardo

La strategia del ragno

Autore: 
Bertolucci Bernardo

Chi era Athos Magnani? Eroe antifascista o traditore? Qual è la vera storia di Athos Magnani? Morì da eroe, ucciso alle spalle da un vigliacco fascista, o da imbroglione, inscenando una sciarada per essere ricordato come un martire? Per abbattere con gli ideali postumi il fascismo tanto odiato.
Il figlio non sa niente di tutto questo e a più di trent’anni dalla sua morte si reca a Tara, il paese nativo, per fare chiarezza e scoprire la verità. Incontrerà Draifa, la sua amante, e i vecchi compagni con cui pianificò l’assassinio, non riuscito, a Mussolini, perché quel giorno qualcuno fece la spia. Tra menzogna, omertà e codardia verrà fuori una verità sconcertante e ancora piena di enigmi.

La quinta opera di Bernardo Bertolucci, incentrata sul labile confine che separa passato e presente, verità e menzogna, fedeltà e tradimento, si interroga sul passato, quello fascista del 1936, attraverso il filtro della provincia emiliana, la provincia di Parma. L’indagine del figlio nei confronti del padre suona come ricerca di una memoria storica ormai in via di dissoluzione, quella memoria partigiana troppo spesso lasciata sola a se stessa e tradita dalle proprie intenzioni vitali, necessarie e ribelli.

La strategia del film vive proprio su questo legame tra passato e presente, narrato magistralmente dal regista senza stacchi o dissolvenze di sorta. Il passaggio da un ordine cronologico all’altro si alterna in modo fluido, senza nessun artificio – attraverso movimenti di macchina o con semplici campi-controcampi -, quasi a volerne dimostrare l’estrema interdipendenza. E sembra quasi citare in anticipo Stella solitaria, il capolavoro di John Sayles, riferimento obbligato per ogni regista che si accinge a miscelare epoche e tempi differenti.

Nonostante il film sia intriso di autorialità e lungimiranza dall’inizio alla fine, e sia scritto da un 27enne che manifestava già allora, se non soprattutto prima, tutta la sua coscienza politica, appare datato, almeno se si considerano i dialoghi e i ritmi cinematografici. La metafora, se c’è, si risolve in forme intellettuali, lontana anni luce da quella di Dillinger è morto di Marco Ferreri, affresco politico senza tempo che gioca sull’astrazione e sui silenzi la sua fama ai posteri.

Regia e istanza narrante si palesano senza parsimonia mediante la macchina da presa: le inquadrature non trascurano la prospettiva e il background, risolvendosi più volte in soluzioni simmetriche.
L’inizio del film è già esaustivo di per sé: i campi lunghi di Bertolucci riprendono Athos che arriva a Tara e sin dalla prime battute ci raccontano un personaggio in cammino, in movimento: verso quel padre mai conosciuto, verso quei segreti del passato che pesano sulla sua coscienza di figlio e di antifascista.

Il carrello laterale è la cifra estetica dell’opera: ordina lo spazio e i personaggi al suo interno; snoda e lega i passi dell’intreccio e in particolare, ancora una volta, il passato e il presente; espleta e racconta con un’inquadratura – il carrello finale che riprende i binari morti affogati nell’erbaccia – il senso apparente e metaforico di tutta la storia e ci fa porre una domanda: Athos Magnani è mai esistito?

Il cast tecnico è di altissimo livello: con Di Giacomo e Storaro alla fotografia e Roberto Perpignani al montaggio. Giulio Brogi è il protagonista, teatrale e kafkiano quanto basta per esprimere al meglio la stranezza della vicenda. La leggendaria Alida Valli è l’amante del padre. Il film è ispirato al racconto Tema dell’eroe e del traditore di Borges.


Settembre 2005.

Regia: Bernardo Bertolucci.
Sceneggiatura: Bernardo Bertolucci, Edoardo de Gregorio, Marilù Parolini. 
Tratto da un racconto di: Jorge Luis Borges.
Direttore della fotografia: Vittorio Storaro, Franco Di Giacomo.
Montaggio: Roberto Perpignani.
Interpreti principali: Giulio Brogi, Alida Valli, Pippo Campagnini, Franco Giovanelli, Tino Scotti. 

Scenografia: Maria Paola Maino.
Costumi: Maria Paola Maino.
Produzione: Giovanni Bertolucci.
Origine: Italia, 1970.

Durata: 100 minuti.

ISBN/EAN: 
00

Commenti

Questo è uno dei Bertolucci peggiori, poco ispirato sicuramente. O, almeno, a me ha annoiato a morte. Ma non sono un fan di Bertolucci (nonostante abbia visto tutti i suoi film). Ci tengo a precisarlo. Di suo mi è piaciuto "La luna", e infatti avevo deciso di scriverne uno di questi giorni. Vedremo. Comunque, è un'analisi molto dettagliata quella che fai, Ian. Pur non condividendo il giudizio di fondo che dai del film. Ma ciò è un fatto di gusti, immagino.

Come ho scritto è un film datato: i dialoghi didascalici, e i troppi silenzi, appesantiscono parecchio il film che necessita di slanci emotivi che il protagnoista, così legato al passata, non può evidentemnte veicolare. Tutto sommato sono d'accordo con te Léon, anche se l'opera, per essere l'opera di un ragazzo, manifestava già da allora una grande coscienza autoriale e politica, un intuito cinematrografico superiore, almeno secondo me.

Si, coscienza politica, certamente. Un cinema che "risentiva" del tempo in cui era nato. Bertolucci è autore che si eleva dalla massa sicuramente, dico solo che è un cinema che non mi appassiona. L'ho visto da amante della settima arte, curioso di conoscere l'opera di uno dei nostri registi più celebrati oltre confine.

Bertolucci non è solo politica. Se penso a film come "Ultimo Tango" e "Il conformista", Bertolucci è un dono.

Non ho detto che è solo politica, mi riferivo a questo film. "Ultimo Tango" è un film struggente, "il conformista" m'è piaciuto meno. Ho apprezzato, oltre a "La luna" di cui ti dicevo, "Piccolo Budda". Un po' tedioso ma affascinante "L'ultimo imperatore", troppo lento il "The nel deserto", carino "Io ballo da sola", trascurabile "L'assedio", pessimo "The dreamers". Interressante per alcuni versi è anche "Prima dellla rivoluzione" (per tornare alla coscienza politica), troppo lungo e troppo ideologico "Novecento". Sospendo invece il giudizio su "La tragedia di un uomo ridicolo", dovrei rivederlo. Mi manca "La commare secca", non l'ho visto.

E' vero, "Novecento" è troppo ideologico e forse troppo lungo. Però. Però. Però. Che ambizione.

Novecento non è troppo lungo, ragazzi. Non scherziamo. Novecento è un film della madonna, senza dubbio ideologico ma senza dubbio paradigmatico. Ha un cast irripetibile e un soggetto e una sceneggiatura di una complessità e di una lucidità abnormi. E' la fedele rappresentazione di un certo momento storico letta da una prospettiva chiaramente marxista e filo-Resistenza. Ma da questo punto di vista non vedo lo scandalo: non è un libro di storia, è un'opera d'arte. Ce ne fossero ancora adesso di compagni artisti come quel Bertolucci.

"La metafora, se c?è, si risolve in forme intellettuali, lontana anni luce da quella di Dillinger è morto di Marco Ferreri, affresco politico senza tempo che gioca sull?astrazione e sui silenzi la sua fama ai posteri" > qui il tuo giudizio sul film.

"Il carrello laterale è la cifra estetica dell?opera: ordina lo spazio e i personaggi al suo interno; snoda e lega i passi dell?intreccio e in particolare, ancora una volta, il passato e il presente; espleta e racconta con un?inquadratura ? il carrello finale che riprende i binari morti affogati nell?erbaccia ? il senso apparente e metaforico di tutta la storia e ci fa porre una domanda: Athos Magnani è mai esistito?" > qui mi fai godere e non poco. Cinghialando ti omaggio e ti saluto.

Scrive Tobias Jones, ne "Il cuore oscuro dell'Italia":

"Bertolucci voleva decostruire il fascismo e il feticismo, e ne disegnava i legami. Il fascismo, in realtà, è anche l'argomento alla base di quello che probabilmente è il suo film più grande: La strategia del ragno.
E' narrato con la tecnica del flashback: un giovane ritorna al paese di suo padre per inaugurare una statua in sua memoria. E' deciso a smascherare l'assassino di suo padre, un famoso antifascista, e così fa visita all'amante del genitore e ai suoi vecchi amici. Solo alla fine si capisce che l'intero racconto è una menzogna, e che l'eroe della storia non è affatto quello che tutti pensano sia"

Sei d'accordo?

(altrove, dice che "Il conformista", tratto da Moravia, è un film di grandissimo stile che ha influenzato una generazione di registi americani - vero?)

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