“Vuoi sapere perché mi buco? Perché non me ne frega niente, non ho niente da perdere”.
Dopo un film corale, dai toni epici e dalla lunghissima gestazione come Novecento (5 ore di durata, diviso in due atti, per le sale), Bernardo Bertolucci sente l’esigenza di lavorare ad una pellicola intimista e costruita su pochi e ben delineati personaggi. Ecco che nel 1979 esce La luna, opera controversa e simbolica già dal titolo, che rievocherebbe in qualche modo – a detta dello stesso Bertolucci – la primissima infanzia del regista e il suo rapporto con la madre. La luna fotografa, in effetti, il doloroso rapporto tra una madre e un figlio adolescente, sviluppatosi attraverso assenze e vuoti comunicativi, che il ragazzo cerca di colmare attraverso l’uso di eroina. Ad innescare nuove polemiche, dopo lo “scandaloso” Ultimo tango a Parigi , fu uno dei temi portanti del film, ovvero il rapporto incestuoso tra madre e figlio, filmato da Bertolucci con la consueta disinvoltura e con una certa dose di voyeurismo - all’acqua di rose, comunque, se paragonato ad un film compiaciuto e “guardone” come il pessimo The Dreamers -, considerando l’epoca. Fuori dai presunti sensazionalismi tematici e visivi, Bertolucci restituisce comunque un’opera ricca di sottotesti e densa di interrogativi, rafforzati da un’indagine psicanalitica che manifesta un’adesione costante e progressiva alle teorie freudiane, cospargendo il film di motivi “edipici” e strutturandolo geometricamente come una lunga seduta d’(auto)analisi dall’inevitabile finale catartico. Vediamone brevemente la trama.
Dopo la morte del marito, la nota soprano Caterina Silveri decide di lasciare New York portando con sé il figlio quindicenne, per andare in Italia per una lunga tournée. Joe è un ragazzo che vive un profondo disagio affettivo, dovuto alle reiterate assenze della madre – che portava con sé anche il marito, in ogni viaggio di lavoro -, e a una solitudine crescente che una volta arrivato a Roma lo porta in breve tempo a uno stadio molto serio di dipendenza da eroina. Carenze affettive ed eroina creano una miscela esplosiva che innesca nel giovane depressione e desiderio d’auto annientamento, cui la madre troppo presa da sé e dal successo pare non rendersene conto. La scoperta delle condizioni del figlio è per Caterina un fulmine a ciel sereno. Del tutto impreparata ad affrontare la situazione, la soprano procederà per tentativi fino a consumare – nel cercare confusamente di donare quell’amore materno mai percepito dal ragazzo – un rapporto incestuoso, in un’atmosfera di tragedia e disperazione. Ma nulla pare scuotere Joe, né le attenzioni sessuali né tanto meno la rinuncia della madre a cantare. Non resta che un un’unica soluzione, per Caterina, raccontare al figlio la verità, svelandogli chi è il suo vero padre.

Ricostruito visivamente immaginando l’allegoria della luna, il rapporto edipico tra madre e figlio è raccontato da Bernardo Bertolucci attraverso rielaborazioni e trasfigurazioni del suo primo sentire, attraverso l’ausilio di suggestioni care al regista, come Verdi la musica classica e la sua Parma, nonostante il nucleo della vicenda abbia luogo in una Roma insolitamente esotica e poco rumorosa, che fa da sfondo a un dramma intimo che trova la sua liberazione in un simbolico quadro di ricongiungimento e nella conseguente restituzione dei ruoli originari per ogni protagonista sulla ribalta. La luna appare nei momenti nodali della pellicola, e giganteggia ultima in un cielo che si emancipa dal dolore e dal nonsenso, per rievocare al regista, secondo una suggestione circolare – scena che ha filmato così come la ricordava – un volto materno filtrato dagli occhi di un bambino felice e “innamorato”. L’amore per la madre si trasforma nella pellicola, per estreme conseguenze – ed è questa la “giustificazione” -, in pulsione sessuale, in desiderio e bisogno di un contatto vero, totale, unico, includente, privilegiato. L’incesto è la conseguenza, non il fine, è uno stadio intermedio che il regista immagina come estrema ratio e come necessità cui una madre disperata arriva per assecondare una deriva affettiva da lei stessa involontariamente creata. Tutto ciò portò a giudizi e prese di posizione feroci, da parte della critica americana (l’opera è una coproduzione Italia-Stati Uniti), mentre al contrario la meno bigotta Europa accolse molto meglio il film, decretandone anche un discreto successo commerciale.
Sempre riconoscibile la cifra autoriale, in un lungometraggio di rottura rispetto alle opere precedenti del regista (centrale, nel passato, era sovente la figura paterna) ma molto bertolucciano nei motivi narrativi e nella forma, nell’impostazione ideologica, nella fattispecie non propriamente politica, come in passato era accaduto, soprattutto per l’uso libero e creativo della macchina da presa – suggestivi i movimenti di camera dal basso verso l’alto -, nel ricercare le evocazioni attraverso i volti, in particolare nei primi piani alternati della sequenza conclusiva. Ottime le prove dei due protagonisti, Matthew Barry (qui adolescente, e protagonista di film non memorabili, nel prosieguo della carriera) e in particolare Jill Clayburgh, che fu anche candidata al Golden Globe per questa interpretazione. Breve ma intensa anche la prova di un inusuale Tomas Milian nel ruolo del vero padre di Joe, al tempo all’apice del successo, in Italia, per i film di Lenzi e Corbucci, in cui interpretava ora il Monnezza ora la sua nemesi-alter ego, il maresciallo Giraldi. Cammei per gli allora poco noti Carlo Verdone e Roberto Benigni, in apparizioni davvero insolite, nonché per Franco Citti nel disturbante ruolo di un vizioso adescatore del ragazzo. Ottima la fotografia di Storaro, sempre capace di donare all'opera un plusvalore narrativo oltre ché estetico, di rilievo la scenografia.
Uscito a otto anni di distanza da Il soffio al cuore di Louis Malle, che trattava la complicata educazione sentimentale di un quindicenne culminata nell’incesto, La luna è un film assai più doloroso - con estemporanee rotture e intermezzi che sfiorano il surreale comico e il nonsense - e meno lineare del francese, a tratti squilibrato perché intriso di uno scoperto psicologismo che risulta fin troppo estetico e ridondante, fin troppo intellettuale nel suo incedere melodrammatico tanto da mostrare il suo limite più evidente, quello di essere palesemente pensato a tavolino e narrativamente stereotipato. Nonostante ciò ha il pregio di tentare di volare alto, pur all'interno di una cornice intimista dai tempi eccessivamente dilatati, e di una evidente autorialità, dimostrando che Bertolucci manteneva intatta quella capacità – mai del tutto venuta meno, nemmeno nell’ultimo, poco prolifico e non particolarmente ispirato quindicennio – di pensare il cinema come un' arte superiore, che sapeva fondersi, nelle sue mani, con la letteratura e la musica classica - in questo vicino all'estetica bergmaniana (Sussurri e grida): la musica copre le parole più importanti, solo immaginate dallo spettatore, e i volti riempiono lo schermo - , conservando quell’elemento mitologico (anche eccessivo: culminato spesso nell’ideologia) e sottilmente snobistico che è stato la sua fortuna e al contempo il suo limite: Novecento docet.
Regia: Bernardo Bertolucci. Soggetto: Franco Arcalli, Bernardo Bertolucci, Giuseppe Bertolucci. Sceneggiatura: Bernardo Bertolucci, Clara Peploe, Giuseppe Bertolucci. Direttore della fotografia: Vittorio Storaro. Montaggio: Gabriella Cristiani. Interpreti principali: Jill Clayburgh, Matthew Barry, Tomas Milian, Veronica Lazar, Renato Salvatori, Alida Valli, Laura Betti, Fred Gwynne, Franco Citti, Rodolfo Lodi, Carlo Verdone, Roberto Benigni, Sara Di Nepi, Peter Eyre, Julian Adamoli, Enzo Siciliano, Nicola Nicoloso, Mario Tocci, Mimmo Poli. Scenografia: Maria Paola Maino, Gianni Silvestri. Costumi: Lina Nerli Taviani. Musica originale: Ennio Morricone. Produzione: Giovanni Bertolucci per Fiction Films SPA in collaborazione con 20th Century Fox. Origine: Italia / Usa, 1979. Durata:140 minuti.
Commenti
Ecco "La luna" di Bernardo Bertolucci, film che all'epoca fece discutere, perché si parlava anche di incesto.
Passo al volo per integrare l'archivio BB;)
(appena torno a RM vengo a leggerti, Fede. Intanto, abbraccione e complimenti per la scelta del film. In pieno stile Lankelot)
sai, questo film mi riporta alla mia adolescenza, l'ho visto proprio alla sua prima uscita e ne conservo un ricordo assai vago.
Posso dirti che in quegli anni l'eroina era la droga del momento, veniva dopo la cannabis o l'hascisc, dei quali era considerata quasi il logico epilogo. Di fatto erano frequenti i morti per overdose di questa sostanza. Erano i miei coetanei o quasi, quelli che si sono persi per strada.
3 - Grazie Franco, a presto
4 - Eh si, Marina, questo film fotografa bene quegli anni, da questo punto di vista. Diciamo che rispetto ad oggi, l'eroina era meno accessibile in ambienti non borghesi.
"Dopo un film corale, dai toni epici e dalla lunghissima gestazione come Novecento (5 ore di durata, diviso in due atti, per le sale), Bernardo Bertolucci sente l?esigenza di lavorare ad una pellicola intimista e costruita su pochi e ben delineati personaggi".
> Aggiungerei solo un aggettivo a "corale ed epico": "politico". Ma - almeno nei miei ricordi - magnifico. Devo ricomprare "Novecento" in Dvd, quanto prima. Mi servirà.
Esempio di ottimo passo:
"Sempre riconoscibile la cifra autoriale, in un lungometraggio di rottura rispetto alle opere precedenti del regista (centrale, nel passato, era sovente la figura paterna) ma molto bertolucciano nei motivi narrativi e nella forma, nell?impostazione ideologica, nella fattispecie non propriamente politica, come in passato era accaduto, soprattutto per l?uso libero e creativo della macchina da presa ? suggestivi i movimenti di camera dal basso verso l?alto -, nel ricercare le evocazioni attraverso i volti, in particolare nei primi piani alternati della sequenza conclusiva."
> questo è parlare di cinema.
Bel passo davvero.
"Cammei per gli allora poco noti Carlo Verdone e Roberto Benigni, in apparizioni davvero insolite, nonché per Franco Citti nel disturbante ruolo di un vizioso adescatore del ragazzo. Ottima la fotografia di Storaro, sempre capace di donare all?opera un plusvalore narrativo oltre ché estetico, di rilievo la scenografia."
> Questo non lo sapevo affatto, che BB avesse lavorato con Benigni e Verdone giovani. Memorizzo:).
(qual era il film di Moretti in cui c'era tutta quell'imbastita divertente sulla fotografia di Storaro? Caro Diario?)
Curiosamente non hai confrontato il complesso di Elettra di Ultimo Tango a Parigi con il complesso di Edipo della Luna; a pelle, e senza aver visto questo secondo film, parrebbero costituire un dittico. Sbaglio?
6 - Si si, politico è indubbio. Ma quasi tutte le opere di Bertolucci sono politiche, anche quelle meno dirette. Certo "Novecento" è quello più diretto ed evidente.
7 - Grazie Franco, li c'è il marchio autoriale di Bertolucci, a mio avviso. Almeno dal punto di vista visivo. Ma non solo, a ben guardare.
8 - Eh si, è vero lo cita. Sai che non ricordo il film, potrebbe essere "Caro Diario" come "Aprile", per me. é un bel po' che non li vedo.
9 - Si, ottima osservazione. Non ho scritto di questo possibile parallelo perchè ho ascoltato un'intervista di Bertolucci sul film, che faceva cenno ai motivi principali con cui intendeva interpretare la sua stessa opera. Ha virato altrove, nello spiegare i perché e i percome, e allora non ho fatto parallelismi di nessun genere, salvo rimarcare il punto di rottura evidente: l'abbandono dell'ottica paterna per quella materna.