Bergman Ingmar

Un mondo di marionette

Autore: 
Bergman Ingmar

“Dio ha tratto ogni cosa dal nulla, ma il nulla traspare”. Paul Valéry, Cattivi pensieri

In una stanza dominata dal rosso, un uomo, Peter Egermann (Robert Atzorn), uccide una prostituta. Su questo gesto assoluto e senza apparente motivazione, si snoda, avanti e indietro nel tempo (rispetto al dramma da cui parte il fim), l’evoluzione della storia. Appaiono, a diverso titolo e frammentariamente: lo psichiatra di Peter, la madre di Peter, la moglie Katarina (Christine Buchegger) e Tim, un amico omosessuale. Ma è soprattutto il rapporto di coppia che viene indagato; un rapporto che va spegnendosi tra ripicche, improbabili e spente effusioni, falso scambio di sé, indifferenza. Tutti i personaggi testimoniano, senza soluzione di continuità, della vita della coppia, degli eventi più ravvicinati e precedenti “la catastrofe” - così l’omicidio di Peter viene presentato dagli intermezzi dei cartelli annunciatori del mutamamento della scena -, delle possibili e teorizzabili motivazioni che hanno portato Peter al gesto insensato. Con partecipazione assente sfila l’indifferenza, fino ad un epilogo desolante, gelido,  calato nel vuoto di vite che non cercano, non vogliono, e non trovano un senso, preferendo lasciarsi guidare dalla fatalità che li tiene appesi ai fili dell’esistenza. 
 

 
Film cupo, inesorabilmente agghiacciante, Un mondo di marionette è il lavoro più pessimista di tutta l’immensa e sterminata opera bergmaniana. Personaggi dominati dal vuoto esistenziale, degni figli d’un universo sartriano, Peter e Katarina sono una coppia unita da un non amore talmente forte da donar loro una prigione di dipendenza psichica, ancor prima che fisica. Personaggi non nuovi, comunque, cui Ingmar Bergman aveva fatto fare una breve ma significativa apparizione nel suo intenso Scene da un matrimonio:
 
Peter e Katarina fecero la loro prima entrata in Scene da un matrimonio. La facero da contrappunto a John e Marianne nella prima sequenza. Peter e Katarina non possono vivere insieme, ma non possono fare a meno l’uno dell’altra. Vi sono tra loro continue, crudeli ripicche che soltanto persone nella loro situazione possono inventare. La loro convivenza è una sofisticata danza di morte, una progressiva disumanizzazione. I loro bisticci durante il pranzo sono il primo attacco al mondo coniugale di Johan e Marianne, fatto di apparenze; per loro è il purgatorio quotidiano”.
 
Queste parole di Ingmar Bergman, tratte da Immagini, sintetizzano l’ossessione del regista in merito al rapporto di coppia. Egli pesca nel suo stesso privato per evocare demoni della dissoluzione, contraddizioni, errori di prospettiva e debolezze, non lasciando, a nessuno dei personaggi della pellicola in questione, via di riscatto o di fuga, se non attraverso l’auto annientamento. Emblematico è l’omosessuale Tim, ossessionato dal tempo che scorre, dal suo invecchiar precoce, dalla sua caducità, ma soprattutto dalla sua aridità (viscida), figlia anch’essa d’un vuoto che cerca un contenuto, anche meschino e improbabile, purchè sia un contenuto. Tim si produce in un lungo monologo, una filosofia a perdere che resta uno dei momenti più impietosi della cinematografia bergmaniana, certo sempre lontana dalla facile indulgenza, ma mai assoluta e senza ritorno come in questo caso.
 
Peter, invece, è un uomo alla deriva, che in apparenza sembra avere tutto, agi, successo e una bella moglie; ma in realtà è l’emblema della sconfitta, la vittima sacrificale cui Bergman assegna la croce più impervia da portare: essere il messaggero del nulla del suo tempo - la fine dei settanta, gli entranti anni ottanta; tempo di grigiore, vuoto ideale ed esistenziale. Katarina, raggomitolata su se stessa, su Peter, sulla sua vita borghese, sul non saper cosa essere, dove essere e perchè essere, sopravvive, ancor più del marito, che pur tragicamente sceglie l’unica possibile via per la catarsi.
Le rappresentazioni oniriche sembrano essere l’unico universo in cui Katerina e Peter conversano veramente, in cui riescono a comprendersi, anche non trovandosi; ma è tutto nella mente di Peter, come l’ossessione uxoricida: liberazione nel sogno: nell'incubo. Sogno e realtà, poi, tragicamente si fondono, ma la protagonista della scena è diversa: una prostituta suggerita a Peter da Tim (che aveva anch’egli le sue ragioni), sinistramente omonima della moglie. 
 

 
Tratto da una più ampia storia chiamata “Amore senza amanti”, questo penultimo lungometraggio (per le sale) di Bergman ha avuto, qui in Italia, una traduzione imperfetta. “Dalla vita delle marionette”, titolo originale e certamente più calzante ed emblematico, è un film senza speranza e senza giustificazione. Le marionette bergmaniane sono mosse dal filo d’un fato distratto, insensibile, inessenziale e, soprattutto, vuoto. E proprio la dimensione del vuoto come nulla emotivo, figlio, come detto, dell’esistenzialismo sartriano (filosofo sopravvalutato, a mio modo di vedere), domina in lungo e in largo la pellicola: i personaggi, cui Bergman non lascia mai un occhio comprensivo o giustificante, vivono solo del suo sarcasmo, della sua lontananza, della quasi indifferenza. La stessa indifferenza che, a diverso titolo, abita anche in loro.
 
Primo film tedesco del regista svedese, Un mondo di marionette ebbe un iter travagliato (come molti altri suoi film); pensato per la Tv, per la Tv uscì solo in Germania, attraversando il resto dell’Europa come pellicola per le sale che convinse poco la critica e ancor meno il pubblico. Ma Bergman, sempre in Immagini dice:
 
Ho fatto brutti film che tuttavia mi stanno a cuore. Ne ho fatti di buoni che però, obiettivamente, mi lasciano indifferente. Altri ancora sono comicamente sottoposti ai miei mutamenti di atteggiamento nei loro riguardi. Talvolta capita che qualcuno dica che a me piace il tal film e non il tal altro. Allora mi rallegro subito e anche a me piace quel film. In ogni caso, sono abbastanza orgoglioso del mio ‘Dalla vita delle marionette’. É un film che regge. La sola critica che posso accettare è quella che riguarda la forma, duramente annodata”.
 
Un film difficile, non consigliabile per chi accosta da neofita l’universo bergmaniano, ma irrinunciabile per coloro che amano il cineasta svedese, qui calato in territori oscuri ed impervi, e sempre lucidamente lontani dal consueto.

Regia: Ingmar Bergman. Soggetto e sceneggiatura: Ingmar Bergman. Direttore della fotografia: Sven Nykvist. Montaggio: Petra von Oelffen. Interpreti principali: Robert Atzorn (Peter Egermann), Christine Buchegger (Katarina Egermann), Heinz Bennent (Arthur Brenner), Martin Benrath (Mogens Jensen), Lola Müthel (Cordelia Egermann), Toni Berger (la guardia), Gaby Dohm (la segretaria), Ruth Olafs (l’infermiera), Karl-Heinz Pelser (l’ufficiale interrogante), Rita Russek (Ka), Walter Schmidinger (Tim). Musica originale: Rolf A. Wilhelm. Scenografia: Rolf Zehetbauer. Costumi: Charlotte Flemming. Trucco: Mathilde Basedow. Produzione: Personafilm. Horst Wendlandt, Ingmar Berman (versione inglese), Richard Brick. Origine: Germania, 1980. Durata: 104 minuti. Titolo originale: “Aus dem Leben der Marionetten”.

 
BERGMAN SU LANKELOT
 

Léon, Maggio 2005. Originariamente apparso su www.lakelot.com
ISBN/EAN: 
8032807020570

Commenti

"Personaggi dominati dal vuoto esistenziale, degni figli d?un universo sartriano" - cioè? ideologizzati a oltranza?

"la fine dei settanta" vuota? Non artisticamente. Enormi cose nel rock e nella Letteratura. Erano bei semi quelli.

Mi preme risolvere il mistero sartriano. Facciamo così: che intendi con l'aggettivo "Sartriano", al di là di "esistenzialista"?

Allora, primo punto: l'esistenzialismo sartriano, al contrario di quello kierkegaadiano e heideggeriano, è dominato da un senso di vuoto. é nichilista e, a mio modo di vedere, inumano. é un filosofo che mi è lontanissimo, come avrai capito.

Per ciò che riguarda la fine dei Settanta e gli entranti Ottanta, è il periodo che prepara il riflusso ideologico degli anni successivi. Non parlo di arte, ma di scelte politiche e vita quotidiana.

Ma Kierkegaard è un moralista cristiano. Questo era un moralista comunista. Facciamo le debite proporzioni e sempre di catechisti speciali andiamo parlando. No?
*
Ok per il discorso scelte politiche su fine Settanta. Sulla quotidianità non ho titolo per rispondere.

Difatti é Heidegger il mio esistenzialista preferito. Ma Kierkegaard, che ho studiato approfonditamente all'università, ha anche pagine molto belle. Sartre per me è l'antitesi di ciò che è condivisibile, e non perchè sia comunista (è pieno di cose scritte da autori comunisti che mi sono piaciute), ma perchè è lontano anni luce dalla mia visione dell'uomo. "La nausea" è uno dei testi più "abominevoli" che ho letto. Da nausea, appunto.

Ok. Spiegami perché è abominevole.

Per il senso di vuoto che ti lascia, per come Sartre considera gli uomini, per come il personaggio del libro si relazione a se stesso. I suoi pensieri sono inquietanti. L'idea di fondo è prossima al nichilismo assoluto e senza possibilità di ritorno.

Dovresti rileggerlo, prendere appunti, interiorizzarlo e recensirlo. Sarà una dura prova. Vediamo che succede.

Oddio! L'ho letto a suo tempo per un esame di filosofia (mi ci interrogarono pure...). Dovrei ripescarlo, non so dov'è. Mi ricordo che fu una brutta esperienza leggerlo. Pochi libri mi hanno lasciato la stessa impressione cosi nettamente negativa. Vedremo...

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