Sin dai primordi della sua sterminata filmografia, Ingmar Bergman, cineasta principe del cinema scandinavo d’ogni tempo, dimostrò di essere un autore completo, capace di trovare uno stile narrativo e una ricerca estetica molto personale, ma mai eccessivamente distante dal possibile feedback con qualsiasi tipo di spettatore interessato. Una delle prime opere che palesa il suo spessore autoriale è indubbiamente Un’estate d’amore, pellicola nella quale il regista scandinavo fa confluire profonde suggestioni personali, trasfigurate negli agrodolci ricordi di una protagonista inquieta.
Marie è una nota artista svedese, ballerina di punta all’opera di Stoccolma. Il ballo è tutta la sua vita, perché ha da tempo chiuso ogni accesso alla possibilità d’alterità, di condivisione, d’amore. Vive in una sorta di prigione auto creata, lontana dall’emozione come dal dolore. Quando però, alla vigilia di una prima importante, riceve un pacco contenente un diario, la sua mente cede e rievoca l’intenso e doloroso ricordo del suo primo, unico amore: è il diario di Henrick. L’estate di tredici anni prima, in un luogo incantato sulle scogliere svedesi, in cui il puntuale succedersi delle stagioni favoriva la crescita di fragole selvatiche, Marie ed Henrick si erano conosciuti, incontrando da subito una reciproca attrazione che si era fatta, in poco tempo, sentimento sublime e irrinunciabile. È l’amore, totale, assoluto come può esserlo solo per gli adolescenti, proiettato al futuro attraverso promesse infrangibili, se non dal destino. E proprio il destino, crudele come non mai, arriva, poco prima del rientro dei ragazzi nella capitale – Marie per la scuola di ballo, Henrick per l’università – a spezzare l’idillio, distruggendo ogni promessa, ogni sogno d’amore, pur se solo vagheggiato o presentito: Henrick muore, in modo banale e doloroso, segnando per sempre la vita della giovane. Ma Bergman è indulgente con Marie, col suo cammino spezzato proprio sul sentiero della purezza, trasformatasi poi in svilimento di sé, ricerca di vuoto che restituisce sempre un’assenza. Tornata al presente dalla lunga evocazione del ricordo, favorito dalla necessità di ritrovare quei luoghi amati sprofondati nell’oblio di una mente addestrata a cancellare la memoria, la ragazza, divenuta oramai adulta, decide di darsi una possibilità. C’è un giornalista che la ama, nonostante la sua natura sfuggente, a cui Marie decide far leggere il prezioso diario, per lasciarsi andare una buona volta, per essere compresa, riaprendosi cosi alla vita che non è ancora fuggita via.

Un Bergman malinconico ma possibilista, meno incline ad indagare il nichilismo assoluto - come avverrà invece nella quasi totalità delle sue opere successive - del secolo che ha ospitato la sua arte, si cimenta in una pellicola che sceglie la poesia (anche dolorosa) del tempo e dei luoghi del ricordo per cantare le labilissime certezze dell’uomo gravato, nella sua progettualità di vita, dall’imprevedibilità di un fato che risponde a logiche inconoscibili. Non si parla ancora (esplicitamente) di Dio, come avverrà in importanti lungometraggi successivi, ma l’opera di Bergman comincia a disvelare la sua intima necessità di costruire una filosofia dell’esistenza che indaghi le profondità dell’essere umano a costante faccia a faccia con l’imponderabilità della vita. Ecco dunque l’elegia del sentimento principe, l’amore, attraverso un racconto nostalgico d’adolescenza vissuta e traumaticamente perduta, ritrovata e riaggiornata dal ricordo come elemento salvifico e “spirituale”. Una sorta di ricongiunzione al sé perduto, come spesso accade, per qualcosa che è ingovernabile ai nostri sensi e alla nostra volontà, qualcosa che – nell’indagine bergmaniana – comincia ad assumere una connotazione indagabile attraverso le categorie di trascendenza e immanenza. Non a caso, nonostante stia per andare incontro a mesi di felicità, Henrick, in uno dei primi discorsi con Marie, dice alla ragazza di presentire un altrove angosciante per lui, un antro oscuro nel ventre della morte che gli regala un’inquietudine che trova la sua “cura” nella condivisione del sentimento amoroso. I personaggi di contorno sono costruiti ad arte per esaltare il contrasto tra natura umana e destino, laddove gli anziani (lo zio di Marie, la zia di Henrick) sono rappresentati come simboli di morte (la longevità della zia malata di tumore, la cui dipartita avrebbe visto Henrick come unico erede; lo zio che diventa amante della giovane, che la inizia al nulla emotivo, che sottrae il diario del ragazzo per rispolverarlo tredici anni dopo), di destino avverso, rispetto ad una vita lucente, gioiosa e sfortunata – quella dei due giovani.
Lo splendido bianco e nero della fotografia di Fischer esalta paesaggi dell’anima, rappresentati sotto forma di natura incontaminata e spaziale (in un’accezione che inquadri lo spazio come elemento di libertà fisica principe), lontana dalla città, dal mondo. È riscontrabile subito il parallelo, a mio modo di vedere palese, con un successivo capolavoro di Bergman, una pietra miliare della storia del cinema. Il posto delle fragole trova l’affinità evidente con questa pellicola proprio nel cantare i ricordi dell’adolescenza come elemento di riappropriazione e rivoluzione del presente, laddove la consapevolezza del luogo (anche li un’incantevole oasi di natura e bellezza, anche li le fragole da cogliere come simbolo della vita che cresce) che ha ospitato il tempo della crescita e della coscienza di sé, si fa dimensione onirica e atemporale, dinamica consapevolezza di un destino che sfugge ad ogni legge dell’immutabile che cristallizzi le nostre esistenze. È un evidente rimando autobiografico, cui il regista svedese difficilmente farà a meno anche in molte pellicole successive, trasformando le proprie intime suggestioni per adattarle a storie la cui complessità crescerà notevolmente nel tempo. Con qualche stacco, certo, qualche commedia lasciata qua e là, comunque cercando oltre la superficie d’apparenza d’ogni vicenda narrata, immaginando cosi un filo rosso che leghi la sua filmografia ai simboli e ai concetti, oltre che alle storie e alle immagini.

L’impianto della pellicola è sovente teatrale – non a caso il soggetto è tratto da una sua opera già rappresentata in teatro -, ma molto scorrevole e sufficientemente lineare. La lunga digressione che ci fa (ri)vivere l’amore dei due ragazzi è il corpo centrale di un film che, come spesso ci ha abituato il regista scandinavo, si snoda in maniera circolare: apre con un balletto e chiude con un balletto, ricordando al pubblico il primo vero amore di Bergman: il teatro. Sublime e malinconica la colonna sonora, in cui prevalgono le melodie di Chopin e Cajcovskij.
Un’estate d’amore, restaurato e riproposto al pubblico nell’ottima collana della BIM, è anche uno sguardo ravvicinato sulla natura femminile, indagata da Bergman attraverso il corpo, attraverso i primi piani del volto della Nilsson, attraverso i dettagli sull’agile corpo di ballerina, attraverso un’anima, la propria, che ha sempre trovato vicinanza con la complessità di questo universo spesso imperscrutabile che è la donna. E Bergman è rimasto sempre molto legato a questa pellicola, tanto da affermare:
“Ho fatto il Il settimo sigillo con il cervello, mentre Un’estate d’amore l’ho girato col cuore. A questa storia resterà per sempre legata tutta una parte della mia giovinezza”.
L’amore vero, indistruttibile, sembra dirci Bergman, cancella le barriere dello spazio e del tempo, per farsi ogni volta nuova vita pulsante, nel ricordo, irrinunciabile disposizione a (ri)trovarci nell’imperscrutabile moto ondoso del divenire.
Regia: Ingmar Bergman. Soggetto: tratto dal racconto Mari, di Ingmar Bergman. Sceneggiatura: Ingmar Bergman, Herbert Grevenius. Montaggio: Oscar Rosander. Fotografia: Gunnar Fischer. Interpreti principali: Maj-Britt Nilsson, Birger Malmsten, Alf Kjellin, Annalisa Ericson, Feor Funquist, Stig Olin, Renée Bjorling, Mimi Pollak, John Botvid, Gunnar Olsson, Douglas Hage, Julia Caesar, Carl Strom. Scenografia: Nils Svenwall. Musica: Erik Nordgren (Chopin, Cajkovskij, Delibes). Produzione: Allan Ekelund per Svensk Filmindustri. Titolo originale: “Sommarlek”. Origine: Svezia, 1951. Durata: 92 minuti.
Commenti
Ecco il ritorno a Bergman, dopo un po' di tempo. Questo è il primo di nuovi pezzi sul cineasta scandinavo che andranno a rimpolpare la già cospicua presenza dell'autore su Lankelot. L'intento è quello di far riscoprire opere note e meno note di uno dei migliori registi di sempre.
"Un’estate d’amore, restaurato a riproposto al pubblico nell’ottima collana della BIM" > in dvd? Non conosco la collana della BIM. Complimenti per il tuo nuovo passo avanti nell'analisi della produzione bergmaniana (e alleniana, considerando i molteplici punti di contatto che hai individuato e segnalato). Purtroppo non ho né le conoscenze cinematografiche né gli strumenti adeguati a confutare le tue pagine, mi limito a manifestare apprezzamento.
p.s. "ciaicovski" credo sia Tchaikovsky o ?ajkovskij
Si, hai ragione è Cajkovskij. Correggo. Si vede che non sono un esperto di classica:)
La BIM ha riproposto in dvd gran parte dell'opera del cineasta svedese, in una edizione lusso davvero ben fatta.
Grazie dell'apprezzamento. Come ben immaginerai, quando scrivo di Bergman mi trovo più a mio agio del solito nelle analisi (avendo letto molto della sua vita e della suoi spunti per ogni film, delle sue inclinazioni tecniche e narrative. E avendo visto quasi tutto più di una volta)
Ecco dove trovarlo, anche se al momento risulta indisponibile: http://www.bol.it/video/scheda/ea801031206233.html
Errata corrige, quello sopra è un dvd quasi omonimo ma non è "Un'estate d'amore". Eecco il link quello buono: http://www.bol.it/video/scheda/ea801031205817.html