“Fede è sustanza di cose sperate, / ed argomento delle non parventi: / e questa pare a me sua quiditate”.
Dante, Paradiso, XXIV, 64-66
Inverno. Un grigio e marginale paese della Svezia, una chiesa, un pastore e la sua fede. Pochi i presenti alla funzione: una coppia, uno storpio, un bambino con sua madre ed una donna. L’organista suona sbadigliando fino a che la funzione si esaurisce con estrema lentezza. Il pastore, Tomas Ericsson, (Gunnar Björnstrand) si ritira nelle sue stanze e riceve la visita di Karin e Jonas Persson. Karin è preoccupata dal lento spegnersi motivazionale alla vita del marito Jonas (Max von Sidow), chiede l’aiuto del pastore nella speranza di rinvigorire lo spirito del marito attraverso la forza della fede. Ma quando Jonas si trova di fronte al pastore Ericsson non incontra altro che il vuoto di una fede che non c’è più o che, addirittura, non è mai esistita. Jonas, oramai al limite di sopportazione della vita, si suicida, ma la parabola esistenziale di Tomas Ericsson sarà ben peggiore: costretto a dimenarsi tra un amore non voluto (quello di Marta, un’intensa Ingrid Thulin) e la mancanza di un appiglio reale, si strugge nel constatare che Dio non arriva più fino a lui e che, forse, non vi era mai veramente arrivato. Il dolore viene però da ben lontano, la fede risulta essere una maschera, una protezione; l’amore qualcosa che non ritorna. Bisogna sempre, comunque, aggrapparsi a qualcosa.
Dopo Come in uno specchio e prima de Il silenzio Bergman torna ad affrontare il tema della ricerca di Dio e di una dimensione assoluta che ci trascenda. Quella che per molti fu la trilogia (all’inizio anche per Bergman) della fede si è tramutata, nel tempo, nell’ idea di una ricerca interiore, diversificata e non amalgamabile alle altre pellicole. Egli ci spiega in Immagini:
“Questi tre film trattano di un’operazione di riduzione. Come in uno specchio: certezza conquistata. Luci d’inverno: certezza rivelata. Il silenzio: il silenzio di Dio, l’impronta negativa. Perciò compongono una trilogia». Scrissi queste cose nel maggio 1963. Oggi penso che l’idea della ‘trilogia’ non abbia né capo né coda”.
Simbolismo e allegorie si mescolano, come spesso accade nei film Bergman, alle umane inquietudini dei personaggi; esseri in ricerca Tomas e Marta, l’uno dell’estinzione del dolore per la moglie morta, l’altra di un amore forse - certo - intrapreso, ma mai veramente corrisposto. I demoni che albergano nel pastore Tomas sono senza pace e si riversano, si liberano sulla stessa Marta con atti d’assenza e svilimento per le pofusioni del sentimento - amore odiato quello che vuol donare Marta, perché ostentato, perché il vero amore di Tomas è morto e non può tornare. Solo Marta è prodiga di parole:
Marta (tra sé): “Capisco di aver sbagliato. Sempre”.
Tomas (tormentato): “Ora devo andare. Devo parlare con la signora Persson”.
Marta: “No, ho sbagliato. Ogniqualvolta ho provato odio per te, mi sono sforzata di tramutare l’odio in compassione. (Lo guarda) Mi hai fatto pena. Mi sono così abituata a provar pena per te, che nemmeno ora posso odiarti... che ne sarà di te... senza di me?”.
Marta sa che la fede di Tomas è un rifugio, vuole stanarlo, vuol rendersi indispensabile: non avrà successo. La Thulin disegna il suo personaggio magistralmente, connotando la sua Marta come un essere comprensivo - anche se solo in apparenza - e passionale. Ma è passione quella di Marta? O è solo disperazione?
Gunnar Björnstrand, dal canto suo, come afferma Bergman in Immagini, non amò questo ruolo così ambiguo e difficile, non riuscendo per intero a calarsi in un personaggio tenuto in vita con molto mestiere e grazie all’ausilo degli ottimi dialoghi costruiti dal regista scandinavo. Max von Sydow, diversamente dal solito (vero e proprio feticcio di Bergman, lo ricordiamo, tra le tante le prove, ne Il Settimo Sigillo e Il volto), svolge un ruolo marginale, più che simbolico nel rappresentere il senso di assenza dal reale tipico del futuro suicida.
Ciò che risalta in Luci d’inverno, come detto, è l’immagine fredda e simbolica (una fotografia con poca luce), i dialoghi evocativi e rappresentativi del senso del dubbio che muove a ricerca; a volte meschina, a volte imperfetta, altre ancora soltanto accennata, per una riflessione amara lasciata alle parole del pastore: “Dio, perché mi hai abbandonato?”
E l’immagine del Cristo in croce è un fardello insopportabile per chi cerca fuga in una fede velata d’intima miscredenza. Le suggestioni che spinsero Bergman ad interrogarsi sulle succitate tematiche sono fortemente autobiografiche (un padre pastore) e disseminate in parecchi suoi lungometraggi (ancor prima di Come in uno specchio, ne La fontana della vergine, ad esempio). Suggestioni che fanno di questa pellicola una delle più amate dal cineasta svedese - non c’è da sorprendersi più di tanto, ancorché il film sia noto in una ristretta cerchia d’amanti e pochi altri di più - , nonché uno dei maggiori insuccessi di pubblico della sua folta filmografia.
Egli lavorò a lungo su questo progetto, scrivendo e riscrivendo parti dello stesso, fino a trovare una via - oltre che per il pubblico per se stesso - di conclusione dell’opera, comunque tribolata. Da Lanterna magica, la sua autobiografia:
“Io per parte mia trovai il finale di Luci d’inverno e ricevetti la formula codificata per una regola che ho sempre seguito e sempre seguirò: a prescindere da qualsiasi cosa devi celebrare la tua messa. É importante per i fedeli, è ancora più importante per te. Se è importante anche per Dio si vedrà. Se non c’è altro dio al di fuori della tua speranza, è importante anche per dio”.
Inutile chiedersi se questo film sia bello o meno. Giusto chiedersene il senso e solleticare la nostra curiosità e il nostro interesse per questi temi. Laddove esista, è naturale. Ciò che posso lasciarvi come impressione generale è in queste evidenti considerazioni saltatemi all’occhio. La circolarità dell’opera così si sublima: da una messa ad un’altra messa, passando per l’inferno degli uomini abbandonati da Dio. C’è tutto il dilemma esistenziale bergmaniano, quello che lo ha accompagnato nella sua lunga e rimarchevole carriera di cineasta.
Curiosità: Luci d’inverno ebbe i seguenti riconoscimenti: Primo premio VII Settimana Internazionale del film religioso a Vienna e Gran Premio Ocic 1963 (ex aequo con Il buio oltre la siepe di Robert Mulligan).
Regia: Ingmar Bergman. Soggetto e Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Direttore della fotografia: Sven Nykvist. Montaggio: Ulla Ryghe. Interpreti principali: Gunnar Björnstrand (Tomas Ericsson), Ingrid Thulin (Marta Lundberg), Gunnel Lindblom (Karin Persson), Max von Sydow (Jonas Persson), Allan Edwall (Algot Frövik), Kolbjörn Knudsen (Aronsson), Olof Thunberg (Fredrik Blom), Elsa Ebbesen (Madgalena Ledfors), Christer Öhman, Lars-Olof Andersson (ragazzi), Eddie Axberg (Johan Strand), Tor Borong (Johan Åkerblom), Lars-Owe Carlberg (il procuratore distrettuale), Ingmari Hjort (la figlia di Persson), Stefan Larsson (il figlio di Persson), Johan Olafs (un signore), Bertha Sannell (Hanna Appelblad). Musica originale: estratti da salmi svedesi. Suono: Evald Andersson. Scenografia: P.A. Lundgren. Costumi: Mago. Produzione: Allan Ekelund per la Svensk Filmindustri. Origine: Svezia, 1962. Titolo originale: “Nattvardsgästerna”. (“I comunicanti”). Durata: 81 minuti.
BERGMAN SU LANKELOT
Commenti
Grazie per questo tuo nuovo passo critico a proposito della produzione bergmaniana. L'archivio è ormai davvero di tutto rispetto. Ottimo lavoro.
Di nulla, è sempre un piacere. E non finisce certo qui. Ne ho ancora un paio da ripostare (e saranno così i 12 che già erano nel vecchio Lankelot) e altri cinque sei in cantiere per la prossima stagione. Se in futuro non mi stuferò si può ragionevolmente arrivare almeno a una ventina di titoli.