Bergman Ingmar

Il silenzio

Autore: 
Bergman Ingmar
 "The rest is silence".
William Shakespeare, Amleto, AttoV, Scena II 
 
Di ritorno dalle vacanze, le sorelle Anna ed Ester – insieme a Johan, figlio di Anna – sono costrette a fermarsi in un albergo di Timoka, città d’un Paese straniero. La sosta è figlia della malattia di Ester, oramai debilitata e prossima alla morte. Un albergo grande, con pochi clienti, è lo scenario di una dolorosa vicenda: il muro di silenzio tra le due sorelle. Ester è un’affermata traduttrice, ma la lingua del luogo le risulta incomprensibile. Johan girovaga per i corridoi in cerca d’attenzione, svago e protezione. Anna infatti è una madre distratta, dedita alla ricerca di fuggevoli incontri sessuali e animata dalla propensione per un oblio catartico che la allontani dalla malattia della sorella. Le incomprensioni di una vita hanno allontanato le due sorelle; il tempo di Ester, prossimo alla fine, è l’unico rimasto per un chiarimento. Lo scontro è aspro ma impari, non c’è più tempo per riconciliarsi. Resta solo l’umana disperazione. Il piccolo Johan è testimone silente di questo vuoto sospeso: è l’innocente spettatore di un distacco definitivo. Ester crolla; la malattia la logora, con inesorabile velocità. Anna continua il viaggio con Johan, abbandonando Ester al suo destino. Ma Ester lascia una lettera a Johan, perché comprenda, perché capisca il significato di alcune parole sconosciute imparate in quel luogo straniero, lontano. Tra queste, il bimbo legge alla madre la più emblematica, l’ultima che la zia le aveva lasciato nello scritto: anima.
 

 
Ennesimo viaggio di Bergman nell’abisso e nelle profondità dell’animo umano, Il Silenzio è una pellicola allusiva e simbolica, dai dialoghi scarni ed essenziali, abilmente affidata alla potenza e all’evocazione dell’immagine. Il bianco e nero, consueto ed amato da Bergman, evidenzia come sempre il realismo allegorico tanto caro al regista scandinavo, qui al suo meglio nel caratterizzare il linguaggio gestuale che si fa arma concettuale e filosofia dell’esistenza. Il rapporto d’amore-odio che instaura con i suoi personaggi gli permette di non far trasparire giudizi netti sulle loro spinte motivazionali; non si evince mai, nemmeno in un soggetto come quello in questione, un giudizio morale o un caratterizzato orientamento etico. E questo è un bene, perché permette al regista di avventurarsi in analisi impietose che restano a significarci la contraddittorietà e le debolezze degli esseri umani. Ester ha sempre giudicato Anna, per la sua facilità con gli uomini, per il suo essere l’esatto opposto di ciò che suggeriva una “vita retta”. Anna si sente odiata e inadeguata, sceglie di vivere alla giornata e in un modo il più possibile gaudente, ma è insoddisfatta, senza una direzione, senza una meta. L’insoddisfazione di Ester, però, in punto di morte, è ancor più forte e figlia del manifestarsi virulento di un’anima imprigionata, tra il desiderio e l’inadeguatezza di poterlo avvicinare. Ester rifiuta gli uomini nonostante sia ancora una donna piacente, perché li trova lascivi e animaleschi, forse. Ma il reale motivo, probabilmente, è vissuto più in profondità; la pellicola, nel suo silenzio immaginifico, lo lascia solo intuire. Johan ha il volto puro e curioso del bimbo spaesato ma che sa, comprende, interiorizza e sviscera attraverso gli sguardi: è difficile crescere senza un padre (lontano…), anelando l’amore della madre e trovando gli ultimi sospiri affettivi della zia. Intenso e coinvolgente è il brevissimo richiamo al teatro che Bergman anche in questo caso si concede e ci regala: Johan, invitato dalla madre a leggere un libro alla zia, inscena un simbolico teatrino delle marionette che ruba al volto di Ester un ultimo ed emblematico sorriso. Ingrid Thulin è perfetta nel ruolo di Ester, si cala con partecipazione in un personaggio che è decisamente nelle sue corde, e dà prova di essere, probabilmente, la migliore interprete femminile delle opere del grande regista scandinavo - è una bella lotta con Liv Ullmann, compagna di Bergman e musa della seconda parte della cinematografia dell’autore. Gunnel Lindblom, nel ruolo di Anna, restituisce un diverso tipo di inquietudine rispetto alla Thulin, più mimetizzata e rarefatta, meno evidente nei faccia a faccia tra le due attrici. Dominano la pellicola: la bellezza estetica, la splendida fotografia di Nykvist ed un soggetto corrosivo ed intimista dalle tinte fosche.
 

 
In Immagini, le suggestioni che hanno ispirato il dramma bergmaniano ed alcune considerazioni del regista:
 
Il silenzio originariamente si chiamava “Timoka”. Avvenne per pura combinazione. Vidi la parola su un libro estone, senza sapere che cosa significasse. Pensavo che fosse un bel nome per una città straniera. La parola significa “appartenente al boia”. (…) La città straniera era un motivo che mi appassionava da tempo. Prima de Il silenzio avevo scritto un film che rimase incompiuto. (…) A voler ben guardare in profondità, credo di poter dire che il motivo della città proviene originariamente da un racconto di Sigfrid Siwertz. Nella raccolta Il circolo del 1907 ci sono alcuni racconti che si svolgono a Berlino. Uno di essi, che si intitola La tenebrosa dea dellavittoria, deve aver colpito fortemente la mia giovane coscienza. (…) Quando oggi rivedo Il silenzio, devo ammettere che in alcune parti risente di una certa letterarietà. Si tratta, in primo luogo, dell’intesa tra le sorelle. Il dialogo conclusivo è un po’ timoroso tra Anna e Ester. Per il resto non ho alcuna recriminazione da fare.”
 

 
Un film ispirato, che creò scalpore e fu censurato, subendo anche manomissioni nel doppiaggio dell’edizione italiana. Un’opera che conferma l’indiscusso genio autoriale e registico di Bergman, figlio del suo consolidato realismo onirico tanto caro a una folta schiera di letterati ed artisti scandinavi  - Stig Dagerman su tutti, le cui storie sono comunque vissute con più partecipazione personale rispetto a quelle di Bergman, ma egualmente animate dal sogno come esigenza per la spiegazione della realtà. Il linguaggio dell’anima, lascia intendere Bergman, non ha, in fondo, bisogno di troppe parole. Ci sono le immagini e si spengono le luci. È il momento di lasciarsi andare e di immedesimarsi, e di ascoltare. In silenzio.

Regia: Ingmar Bergman. Soggetto e sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist. Montaggio: Ulla Ryghe. Interpreti principali: Ingrid Thulin, Gunnel Lindblom, Jorg Lindstrom, Hakan Jahnberg, Birger Malmsten. Musica: P. A. Lundgren. Produzione: Svensk Filmindustri. Titolo originale: Tystnaden. Origine: Svezia, 1963. Durata: 95minuti.

 

BERGMAN SU LANKELOT
 

 

Léon, Settembre 2005. Originariamente apparso su www.lankelot.com 
ISBN/EAN: 
8032807020495

Commenti

realismo allegorico è un concetto che non riesco a focalizzare, amice. In un certo senso, non so cosa non sia un'allegoria della realtà. Forse è quello il problema.
Spiegami meglio.

Bergman è autore unico, ineguagliabile. Realismo allegorico, come del resto realismo onirico (quest'ultimo lo uso anche in Dagerman, a dire il vero..), sono dei concetti da me coniati per lui e solo per lui. é come per dire che il regista scandinavo riesce a far convivere suggestioni apparentemente inconciliabili riuscendo a renderle verosimili, conseguenziali al suo singolarissimo modo di narrar per immagini. L'allegoria, pertanto, può viver nel reale (ragione), cosi come la ragione (reale) vive nel sogno, e viceversa. Non è un rompicapo: è Bergman. O lo si ama, o lo si odia, immagino.

una forma di "realismo allegorico" forse persino più spinta la si trova in sussurri e grida, ad esempio. Una pellicola bellissima ma folle, quasi incomprensibile nella scena della sorella morta che chiede di essere assistita da già morta, chiede una comunicazione impossibile. Una ragione distorta ma porta con naturalezza vive benissimo nel sogno (il rosso saturo della camera, se vogliamo).
del silenzio ho amato i dialoghi, meno certe ambientazioni. per esempio lo sfondo della guerra (una sfilata di carri) mi è sempre parso un indizio superfluo, direi una forzatura politica. ovviamente un film sulla comunicazione e n parte anche sull'amore (tra le due sorelle, tra sconosciuti) ma senza pretese di indagini esaustive. attrici splendide (ingrid, in particolar modo)

Si, forse hai ragione, ma lo sfondo di guerra è appena accennato. Il così detto "realismo allegorico" è evidente anche in "Sussurri e grida", e non solo. tutto il cinema bergmaniano ne è colmo. La Thulin è un'attrice magnifica, concordo. Bergman è un maestro nel dirigere le donne, ed ha avuto muse insuperabili (Anche la Ullmann non scherza). E poi, mi sono innamorato di Bibi Andersson a prima vista:)

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