Quando la morte si presenta con la sua vera faccia, scarna e truculenta, non la si considera senza timore. Ma quando, per burlarsi degli uomini che si vantano di burlarsi di lei, avanza camuffata... allora siamo presi da un terrore senza fondo. Soren Kierkegaard, Il concetto d’angoscia
Sulle parole dell’Apocalisse, un cielo fosco di nubi, un mare, e sulla costa un cavaliere: Antonius Block incontra la morte. Le chiede il tempo di una partita a scacchi; per capire, per cercare il senso della vita e di Dio. Lo scudiero Jons l’accompagna nel ritorno alla sua terra dall’ultima crociata; sentieri di paura e morte dovuti alla peste sono il difficile scenario da attraversare. Il giullare Jof è un attore viandante e squattrinato; scorge, nelle sue visioni, angeli e demoni, ma la vita lo circonda e lo cinge, con la sua bella moglie Mia ed il suo piccolo bimbo. Plog, fabbro del luogo, cerca la moglie fuggita con il giullare Skat. Si metteranno in viaggio tutti insieme, seguiti dalla morte. Quando Plog ritrova la moglie al seguito dell’amante, ha un breve sussulto di rivolta, ma ella torna con lui e si unisce al gruppo; la morte, invece, incontra Skat e lo porta via con sé. La partita a scacchi tra la morte e il cavaliere prosegue, ma Antonius Block è consumato dal dubbio e dalla ricerca di risposte universali: la morte, però, è più paziente e furba di lui. Vince la sua partita, prende con sé il cavaliere ed il resto della truppa, salva (finché, comunque – ed è giusto immaginarlo – non arriverà il tempo) invece, Jof, Mia e il loro piccolo angelo biondo.

Lungometraggio simbolico (il più simbolico di Bergman), Il settimo sigillo vive agli albori della ricerca spirituale del grande regista scandinavo. Il cavaliere crociato, stanco e disilluso, volge alla fine del suo viaggio terreno pieno di domande e di inquietudini esistenziali. La sua partita a scacchi con la morte è una sfida persa in partenza, ma propedeutica per un’ultima e indispensabile ricerca. L’enigma di Dio e del suo esser fuggevole - nella fede e nell’idea - irrisolto e incomprensibile, angoscia l’affannoso ritorno del cavaliere. Che chiede, e si chiede - ed invoca: “Perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi?... Perché Dio si nasconde dietro incomprensibili miracoli?... Perché non posso uccidere Dio in me stesso? Voglio che Dio mi tenda la mano e mi parli...”
Ma a rispondere sarà la morte: “Il Suo silenzio non ti parla?”
Si filosofeggia più che mai sul senso dell’esistenza, sul circolo vita -morte; e se il cavaliere è l’immagine rassegnata e quasi muta dell’inquietudine, Jons, il suo scudiero, è il brillante paroliere, sarcastico e conciliatore, a cui il regista affida le “perle di saggezza” disseminate lungo la pellicola. Le figure archetipiche del medioevo ci sono tutte: monaci, preti, giullari e cavalieri. Ci sono i canti e le rappresentazioni, i simboli e le tradizioni, superstizioni e magie, tra miscredenza e fede. L’autore ci parla, in Immagini, di questo film che ha amato molto:
“Il settimo sigillo è uno dei pochi film che mi stiano veramente a cuore, ma non so perchè. Non si tratta, infatti, di un’opera priva di pecche. Viene fatta funzionare grazie ad alcune pazzie, e si intravede che è stata realizzata in fretta. Non credo però che sia un film nevrotico; è vitale ed energico. Inoltre, elabora il suo tema con desiderio e passione.
A quel tempo ero ancora legato alla problematica religiosa. Qui sono compresenti due opinioni in proposito. Ognuna di esse parla la propria lingua. Perciò regna una relativa tregua tra devozione infantile e aspro razionalismo. Non ci sono complicazioni nevrotiche tra il Cavaliere e il suo Scudiero”.

Il settimo sigillo è un film unico nella sua struttura narrativa, sostanzialmente inincasellabile tra i generi ed inaccostabile a qualsiasi altra opera cinematografica; non è serioso, anzi, i suoi personaggi, a partire dalla stessa morte, sono buffi, tragicomici e beffardi. In effetti, il solo Block è severo nella sua angoscia e, persino il giullare Skat accoglie la morte con surreale, sorridente e stralunata rassegnazione. Max von Sydow, come suo costume, asseconda bene gli algidi personaggi che Bergman gli dona (quasi inespressivi ), Gunnar Bjornstrand, invece, è il vero mattatore della pellicola e fornisce una prova tra le più alte del suo sodalizio artistico col regista svedese. Il significato della morte è indagato filosoficamente e sono evidenti echi kierkegaardiani nel modo d’approccio di Bergman al difficile tema. Del resto, la morte – insieme alla nascita - è l’unica cosa realmente certa della nostra vita terrena. Sembra che Bergman, al tempo, leggesse nel futuro prossimo: questo è un mondo che ha paura e rifugge l’idea e il pensiero della morte. Il mancato confronto con l’idea ciclica dell’esistenza (vita, morte e ritorno) rende l’uomo moderno schiavo del suo breve tragitto terreno: tutto è lecito, e sperequazioni e opulenze materiali stanno a dimostrare che si accumula per paura, una paura che non porta a nessun approdo che guardi oltre il mero soddisfacimento contingente. Il richiamo all’ultimo libro del Nuovo Testamento (L’Apocalisse), è più che un’allegoria simbolica - la peste: il Giudizio Universale - nelle intenzioni del regista. L’Apocalisse, attribuita all’evangelista Giovanni (autore del Vangelo più letterario ed esoterico), contiene in sé la maggioranza dei Titoli cristologici (le attribuzioni del Cristo) ed è l’ideale conclusione dellla Sacra Bibbia. Nonostante ciò, Bergman riesce a ricondurre tutte queste innumerevoli suggestioni ad un soffio di vento: la morte danza e porta via con sé i dubbi dell’esistenza (il cavaliere ed il suo seguito); è vista da lontano dalla vita che sorge (Jof, Mia e il piccolo bimbo - nelle intenzioni di Bergman, il sacro.) e che continuerà.

Tratto dal proprio dramma Pittura su legno, Il settimo sigillo è una pellicola per tutti, l’unica in questo senso costruita dal grande cineasta svedese; che qui ci invita ad amare il suo cinema, per una volta, senza alcuna sovrastruttura. Tutto scorre, tutto fluisce e resta come viva sensazione da trattenere. Ciò ne fa l’opera più famosa e vista di Bergman. Non si può perdere un film del genere, sarebbe un vero delitto.
Curiosità: Il settimo sigillo fu girato in 35 giorni, interamente in studio. Premio speciale della giuria al Festival di Cannes 1957. Nel Dvd sono presenti note e commenti teologici.
Regia: Ingmar Bergman. Soggetto e Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Montaggio: Lennart Wallén. Fotografia: Gunnar Fischer. Interpreti principali: Max von Sydow, Gunnar Bjornstrand, Bengt Ekerot, Bibi Andersson, Nils Poppe, Ake Fridell, Maud Hansson. Musica: Erik Nordgren. Produzione: A.B. Svensk Filmindustri. Origine: Svezia, 1957, bn. Durata: 110 minuti. Titolo originale: “Det sjunde inseglet”.
BERGMAN SU LANKELOT
Commenti
Se non vinceremo la morte saremo trascorsi invano. La grande sfida è farla a pezzi.
L'arte è uno dei modi migliori per vincerla.
[Settimo Sigillo] Fofi: "Il
[Settimo Sigillo] Fofi: "Il settimo sigillo" piacque alla parte più sveglia degli intellettuali e dei borghesi italiani e a tanti giovani di allora, come piacquero 'Il posto delle fragole' e 'Sorrisi di una notte d'estate'. In tempi di risveglio anche morale, di apertura al nuovo, di svecchiamento veloce, scoprimmo così la Svezia protestante e socialdemocratica, riformata e riformista e la sua cultura ci sembrò esotica ma invidiabile e finalmente avvicinabile. Bergman fu un mediatore ideale; perché egli mediava anche tra gli aspetti più estremi della tradizione svedese e le esigenze della comunicazione cinematografica, e riusciva ad avvicinarsi al suo Nord senza tradire e senza svendere la sua tradizione"
[bergman] ave fede, ti
[bergman] ave fede, ti segnalo - ma forse già conosci - questa pagina di Iperborea: http://www.iperborea.com/web/autori/bergman.htm tutta dedicata ai suoi scritti.
Qui, http://www.iperborea.com/web/libri/0041.htm "Il settimo sigillo". La citazione di Fofi viene dall'introduzione.
Salut!
(Bergman) Conosco tutto, ma
(Bergman) Conosco tutto, ma non possiedo tutto, purtroppo. I diari ad esempio me li devo ancora procurare. Grazie comunque della segnalazione, Franco;)