Bergman Ingmar

Il rito

Autore: 
Bergman Ingmar


Tre artisti di fama internazionale – Hans e Thea Winkelmann e Sebastian Fischer – vengono censurati per un numero non conforme alle regole del paese ospitante e, pertanto, denunciati all’autorità competente. Vengono così convocati, inizialmente tutti insieme, dal giudice istruttore Ernst Abrahmson, che comincia con loro un sottile gioco psicologico che sembra andar oltre l’accertamento del presunto reato. Si svela, in maniera fugace, il passato dei tre, tra ambigue relazioni e inquietudini esistenziali che coinvolgono, in una sorta di delirio d’autocoscienza, anche l’apparentemente interegerrimo giudice. I tre fanno visita al giudice istruttore, più volte e separatamente; si riuniscono a due a due anche tra di loro, fino ad un finale consueto all’indagine introspettiva - ma giocata sulla rappresentazione esteriore - del regista. Il rito, teatrale e beffardamente reale, si consuma davanti agli occhi impotenti e in cerca di comprensione del giudice stesso (un giudice, quello bergmaniano, che sarà piaciuto molto al compianto Fabrizio De Andrè). 

Ancora una volta il grande regista scandinavo fa uso del suo primo amore, il teatro, per sottoporci le umane vicissitudini dei suoi personaggi insoddisfatti e in ricerca; vuoti - per la maggior parte - per mancanza di una qualsivoglia fede, di un collante, di un’unità, di un appiglio. Tutto si sublima nella rappresentazione, fuga dal consueto e rifugio per la proverbiale umana debolezza che connota anche chi, come i quattro affermati professionisti, potrebbe e dovrebbe aver la possibilita di cercar più in alto. E invece, la meschinità regna spesso sovrana: Hans sopporta la relazione di Thea e Sebastian perché ha paura di restar solo, Sebastian è l’emblema del nichilismo assoluto, Thea è, o sembra essere, preda di ogni evento o suggestione; lo stesso giudice, per certi versi il più debole emotivamente - e non è casuale che rappresenti l’autorità -, si trova a viver di solo lavoro per non guardare l’abisso che la vita gli riserva. Per nessuno di essi vi è il conforto divino, ancorchè cercato - emblematica la “non confessione” del giudice -, ma fondato su una manifesta quanto ammessa miscredenza. 
 

 
Il Rito è un piccolo dramma allegorico da camera che si avvale della superba prova dei quattro attori, due dei quali, la Thulin e Bjornstrand, molto frequenti nelle opere di Bergman. 72 minuti di narrazione divisi in scene, come in teatro, che scorrono via abbastanza rapidamente, nonostante qualche passaggio criptico e fin troppo simbolico. La sequenza finale, affidata alle maschere, consolida l’unione simbiotica, vagamente accennata nella pellicola, dei tre attori sulla ribalta concessa dal giudice. L’omosessualità latente, nemmeno troppo nascosta nelle intenzioni del regista - il progetto originario de Il rito prevedeva una sequenza iniziale con due omosessuali più o meno svestiti in piedi presso una finestra -, è l’ambigua chiave di volta che fà collassare il debole cuore del giudice alla vista del rito iniziatico: due falli giganti, sistemati sul bassoventre delle maschere maschili (Hans e Sebastian), cingono idealmente la dea (Thea), mentre un volto (una maschera) si specchia nel nettare divino (il vino).
 
Questa breve messinscena bergmaniana fu ideata parallelamente ad un altro progetto che il regista avrebbe posto in essere. Così, in Immagini, Bergman ricorda la genesi della pellicola:
 
“Il mio primo pensiero fu di girare Il rito parallelamente a La vergogna. La vergogna era quasi totalmente girato in esterni, e noi avevamo costruito per le riprese una casa che poteva anche essere usata come studio. Nei giorni piovosi potevamo stare in casa e giocare con la cinepresa. É per questo che ho chiamato Il rito ‘un esercizio per cinepresa e quattro attori’. Scrissi Il rito velocemente e senza pretese. Riuscii a interessare Ingrid Thulin, Gunnar Bjornstrand, Erik Hell e Anders Ek per una rapida lavorazione. Avremmo dovuto far le prove per una settimana e filmare in nove giorni”.
 
 
Giocato su scene, dialoghi e monologhi fin troppo teatrali - ostentatamente e a ragion voluta - per il cinema, Il rito, colorato perlopiù da ombre (fotografia essenziale e con poca luce), suscitò reazioni di spavento, sia alla televisione ( come spesso accadde a Bergman, in Patria, pensò il film per la Tv) che presso i critici. Un esercizio di stile, certo riuscito ed anche molto interessante, per gli amanti del grande cineasta svedese e per pochi altri. Per chi ama il teatro e le sue maschere. 

Curiosità: Oltre ai quattro attori, appare – di sfuggita – un prete confessore interpretato dallo stesso Ingmar Bergman.

Regia: Ingmar Bergman. Soggetto e sceneggiatura: Ingmar Bergman. Direttore della fotografia: Sven Nykvist. Montaggio: Siv Lundgren. Interpreti principali: Ingrid Thulin (Thea), Anders Ek (Sebastian), Gunnar Björnstrand (Hans), Erik Hell (giudice), Ingmar Bergman (prete). Scenografia: Mago (Max Goldstein). Costumi: Mago (Max Goldstein). Produzione: Cinematograph. Titolo originale: “Riten”Origine: Svezia, 1967. Durata: 72 minuti.
 
 

BERGMAN SU LANKELOT

 

Léon, maggio 2005. Originariamente apparso su www.lankelot.com
ISBN/EAN: 
8032807020488

Commenti

Tornando al teatro scandinavo. Ecco, questo è un esempio di teatro nel cinema. Qui Bergman dimostra tutta la sua formazione teatrale.

ahahah ti sei dato alla ricerca! :)))

Internet è la patria dei copioni, non c'è da stupirsi...

3 - e si, ho deciso di curiosare un po' in rete per farmi 4 risate su dove potessero capitare alcuni pezzi;)

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