Molta Follia è il Senno più divino / per un Occhio che discerne / molto Senno – la più pazza Follia. Emily Dickinson, Poesie
Quattro persone escono dal mare dopo un bagno: David, uno scrittore vedovo; Minus, suo figlio diciassettenne; Karin, sua figlia; Martin, marito di Karin. La stessa sera, durante una cena, David fa presente che è imminente il suo ritorno in Svizzera per seguire i suoi impegni letterari; successivamente, i figli si esibiscono in una breve e simbolica rappresentazione scritta da Minus: un poeta può provar l’amore solamente quando ne scrive. David è un uomo in fuga, sua figlia è schizofrenica e vicina alla morte; Minus la ama di un amore più che fraterno, Martin la ama ma è rassegnato. Karin sente le voci: attraverso una parete è convinta le sia rivelata la volontà di Dio. Ella rende partecipe Minus del suo duplice universo: scova una lettera del padre nella quale evince di non aver più speranza. La ricerca di Dio si fa allora più pressante, tra la miscredenza del marito, le angosce del padre, e la partecipazione emotiva del fratello. Ma ciò che si indaga in profondità sono i rapporti umani: tra padre e figlio, tra moglie e marito, tra Karin e l’altra parte di sé (consueta agli schizofrenici). Quando Dio le sembra finalmente si manifesti, l’immagine percepita sarà – con orrore - lontana da quella immaginata.

A detta di Bergman, il suo primo “dramma da camera”, trasposto in una cornice intima e lontana dal mondo: il mare accoglie e porta via con sé inquietudini e dubbi esistenziali, legami familiari e il conforto cercato nell’immagine divina. Cosicchè le parole “amore” e “Dio” diventano, nel vocabolario di David, sincretiche e salvifiche. Il teatro e la letteratura sublimano gli istinti d’assoluto, ma la realtà è più difficile e sfaccettata: Milus vuole comunicare con un padre assente nella vita e presente – solo - nella sua arte, Martin non crede in Dio e fatica a sopportare la quotidianità che vive Karin; la tentazione suicida, invece, aveva attraversato più volte le intenzioni di David. Il dolore è, per Karin, via d’accesso all’oltremondo: la percezione le si espande a dismisura e la allontana sempre di più dal marito e del padre. Confida in Minus, ma Minus è un ragazzo in formazione, in confusa e affannosa ricerca di una mano amica e comprensiva: quella del padre. Quando Dio sembra manifestarsi a Karin, il suo apologo personale ci riconduce ad un’amara realtà drammaticamente espressa da queste parole:
“Ho avuto paura... la porta si è dischiusa, ma il Dio che è entrato era solo un ragno”.
Nelle intenzioni del regista questa forte allegoria simbolica (Dio uguale ragno) resta a significarci l’allora suo intimo rapporto con la trascendenza; l’isterismo religioso, affidato alle farneticazioni d’una schizofrenica, connota senza equivoco l’inquieto vissuto dell’autore. Ma Bergman, sempre attento a trasmettere alle proprie pellicole suggestioni fortemente autobiografiche, trae spunto anche da altro. Queste le sue parole in Immagini:
“Come in uno specchio è legato in primo luogo alla mia vicenda matrimoniale con Kabi Laretei. Come ho scritto in Lanterna magica, ci eravamo creati una faticosa messinscena. Eravamo disorientati, ma a un tempo gratificati da uno straordinario successo. Eravamo molto legati, e inoltre ci piaceva parlare di tutto ciò che volevamo, delle grandi cose come delle piccole. Ma, in realtà, non c’era tra noi un linguaggio comune...
Quanto più Kabi e io scoprivamo che la messinscena nella quale ci affaticavamo cominciava a sgretolarsi, tanto più cercavamo di migliorarla con una sorta di cosmesi verbale”.
Come in uno specchio si avvale dell’intensa prova di Harriet Andersson, che sovrasta per intensità le algide prove di Max von Sydow (abbastanza consuete e sempre simboliche nei film di Bergman) e Gunnar Björnstrand, di una fotografia cupa e evocativa e di una interessante tematica che diverrà il fulcro dei suoi lavori successivi: il dilemma miscredenza-fede. La pellicola, comunque, dopo una buona prima parte, vive di qualche laccio narrativo e di un finale forse irrisolto e lasciato alla sorpresa riflessione ad alta voce del giovane Minus: “Papà ha parlato con me!”
Forse, a posteriori, il film meno amato dal grande cineasta svedese che, sempre in Immagini, ci lascia queste riflessioni:
“L’epilogo tra David e Minus è stato giustamente criticato perchè slegato dal resto del film. Ammetto di averlo scritto spinto dal bisogno di essere didattico. Può darsi che abbia cercato di dire qualcosa che ritenevo non fosse stato detto. Non so. Rivedendolo, oggi, mi sento male. Il film è attraversato da un tono falso e quasi incomprensibile”.
E se lo dice lui bisogna credergli, ma questo è un film che può coinvolgere quanto sconvolgere e, come tale, soprattutto se si ama Bergman, va certamente visto.
Curiosità: Come in uno specchio si aggiudicò nel 1962 il prestigioso premio Oscar come Miglior film straniero. Il titolo del film è tratto dalla Prima Lettera ai Corinti di San Paolo (XIII, 12).
Regia: Ingmar Bergman. Soggetto e sceneggiatura: Ingmar Bergman. Direttore della fotografia: Sven Nykvist. Interpreti principali: Harriet Andersson (Karin), Max von Sydow (Martin), Gunnar Björnstrand (David), Lars Passgård (Minus). Musica originale: Erik Nordgren. Scenografia: P.A. Lundgren. Montaggio: Ulla Ryghe. Produzione: Svensk Filmindustri. Titolo originale: “Såsom i en spegel”. Origine: Svezia, 1961. Durata: 89 minuti.
BERGMAN SU LANKELOT
Commenti
Dio come ragno è una suggestione del tutto inedita o almeno molto rara o mi sto sbagliando? Che immagine terrificante.
Risulta inedita anche a me. Ed è decisamente agghiacciante.
http://it.wikipedia.org/wiki/K%C3%A4bi_Laretei
Wiki segnala il commento di Bergman alla sua relazione con la Laretei.