Benton Robert

La macchia umana

Autore: 
Benton Robert

A suo rischio e pericolo, un regista (o chi per lui, o lei) si prende la briga di trarre un film da un romanzo di grande successo. Certo, l’operazione può pure andare bene. Spy-story, legal-thriller e materiale simile, assicurano una larga adattabilità (quando non vengono scritti addirittura con il contratto della Major già in tasca, o giù di lì), fanno contento il pubblico in vena d’intrattenimento “chiavi in mano”, e, di rimando, anche chi il film l’ha prodotto e il libro l’ha scritto: tutti affratellati in un girotondo di bei bigliettoni.

Va riconosciuto, però, che il margine di rischio in questi casi è abbastanza basso. Il film è il prodotto finale di un circuito collaudato, lo sbocco di un progetto mediatico pensato a tavolino nei minimi dettagli: che ha lo scopo di intercettare il gusto più up to date delle platee, e che spesso coinvolge il libro fin dall’inizio.

 

Quando il romanzo non ha per sua naturale collocazione i ripiani di un ipermercato, allora ben altra è la questione. Davanti ad un’importante opera di narrativa, cioè, in genere l’autore di cinema ha tre possibilità (sempre che la casa di produzione non le riduca a una: o fai come ti diciamo noi o…). La prima è la riduzione, laddove la fedeltà al testo è il criterio adottato. La seconda è la libera rivisitazione, diciamo una lettura che si affida al buon gusto di chi rivisita. Mentre la terza, preso atto della complessità del romanzo, con un’apprezzabile dignità, è rinunciare.

 

In sintesi: con “La macchia umana” è accaduto a Robert Benton quanto era già capitato, di recente, all’ultimo Eastwood (“Mystic river”, 2003). Entrambi hanno optato per la prima possibilità, ma nessuno di certo sarebbe scoppiato a piangere qualora avessero ripiegato per la terza.

 

Qui a farne le spese è la molteplicità di messaggi, di piani di lettura, di fabulae nella fabula, che si trovava offerta nel romanzo omonimo di Philip Roth. Intendiamoci: nella sceneggiatura il volenteroso Meyer (già co-scrittore di “Attrazione fatale”) cerca di infilarci dentro tutto quanto, ma ad un certo punto, disgraziatamente,  il coperchio salta e la minestra tracima.

 

Ambientata nei comici Stati Uniti del Sex-gate (spia, più di ogni altra cosa, di quanto quello stravagante Paese sia capace di prendersi sul serio), la storia verte intorno alla crisi esistenziale e professionale di Coleman Silk (Hopkins): l’onorato, attempato, imbiancato (ehm) professore di letteratura di un prestigioso college del New England. Nel corso di una lezione, il vecchio letterato si lascia andare ad un commento un po’ pepato nei riguardi di due studenti («Verranno a lezione prima o poi, o vogliono restare degli zulu?»), a sua insaputa – ahilui – afroamericani. Nel contesto di una società drogata di correttezza politica, che a parole si bea di tutelare le sue minoranze, ma che poi nel concreto mostra così spesso il suo volto razzista, sessista, classista, bellicista, lo scandalo è servito. Del college, Silk è anche il preside: normale che contro di lui sia pronto a mobilitarsi un esercito di anime belle dell’ultima ora, composto da colleghi e collaboratori che non vedevano l’ora di fargli le scarpe. È insomma travolto dalla contestazione, spinto alle dimissioni; e resta pure vedovo, il cuore della moglie non avendo retto alla pressione.

 

Contatta a questo punto uno scrittore (Sinise), lo Zuckerman alter ego di Roth in tanti suoi romanzi, al quale propone di interessarsi alla sua vicenda così emblematica. Fra i due ha modo di svilupparsi un sincero rapporto di amicizia. Zuckerman diviene uno dei due perni, anzi, su cui piano piano va restaurandosi l’esistenza sconvolta di Silk: perché l’altro è rappresentato da Faunia (Kidman), una giovane inserviente del college, con cui egli intreccia una storia d’amore che «non è la prima, probabilmente non è la più bella, ma è senz’altro l’ultima» della sua vita.

 

Il malsano ambiente accademico, pare ovvio, coglie l’occasione una volta di più per sguinzagliare i cani della sua feroce ipocrisia: speculando malignamente sulla differenza di età della nuova coppia, e finendo per aggravare il già vivo dispiacere di Silk. Ma ciò che importa è che a costui, attraverso lo scavo interiore cui danno avvio sia l’amicizia con Zuckerman sia la relazione con Faunia, venga concessa un’ultima opportunità di confronto con la verità della sua esistenza. In particolare, è il rapporto con la donna che condurrà Silk al riconoscimento di quella parte di sé tenuta celata fino ad allora, benché si tratti di un rapporto senza speranze, contorto, per giunta tormentato dall’ex marito di lei infermo di mente (Harris), e segnato dall’inconciliabilità radicale dei loro caratteri.

 

Per far stare tutto questo po’ po’ di roba in 106 minuti di film, Benton e Meyer hanno scherzato d’azzardo su un intreccio spericolato: continui salti in avanti, ritorni indietro, e poi una selva di ellissi, pause, omissioni. Vien da pensare che la giocata non sia andata male per incapacità della coppia di artisti – il loro lavoro è cinematograficamente discreto, per carità –, piuttosto per la riluttanza primigenia di un soggetto tanto denso a farsi trasportare su schermo.

 

La confezione insomma non basta. E neppure la presenza di due star navigate come Hopkins e Kidman, che comunque assestano la loro prova su toni minori. Lei, in versione teppa-sexy, aveva fatto meglio in “Birthday girl”; lui, ormai, pare consumare la sua terza età sempre più identico a se stesso. Anonima la fotografia di Escoffier, che avrebbe potuto (e dovuto) lavorare meglio sui continui scarti temporali della narrazione, per diversificarli, salvando i flashback dalla loro grezza apparenza.  Purtroppo per Benton, non è con la sola buona volontà che si fanno i grandi film.

 

Regia: Robert Benton. Tratto da un romanzo di: Philip Roth. Sceneggiatura: Nicholas Meyer. Direttore della fotografia: Jean-Yves Escoffier. Montaggio: Christopher Tellefsen. Interpreti principali: Anthony Hopkins, Nicole Kidman, Gary Sinise, Wentworth Miller, Ed Harris, Jacinda Barrett. Musica originale: Rachel Portman. Produzione: Cinerenta-Cineepsilon, Lakeshore Entertainment, Miramax, Stone Village Productions, Rai Cinema. Origine: Usa, 2003. Durata: 106 minuti. Approfondimento: Sito ufficiale.

 


 

Patrick Karlsen, gennaio 2004.

 

ISBN/EAN: 
8032807013923

Commenti

"Qui a farne le spese è la molteplicità di messaggi, di piani di lettura, di fabulae nella fabula, che si trovava offerta nel romanzo omonimo di Philip Roth"

> peraltro assai trascurato in Lanke, abbiamo solo "L'orgia di Praga", hai notato?

Sei andato sul contenuto del film, vedo ;)

E di Joseph (Roth), anche poco.

"Lei, in versione teppa-sexy, aveva fatto meglio in ?Birthday girl?; lui, ormai, pare consumare la sua terza età sempre più identico a se stesso."

> io la ricordo adorabile in - come si chiamava? - qualcosa come Ore 10 Calma Piatta, mai così sensuale mai così seducente. Birthday Girl mi manca del tutto...

2. Ma sai, ne conservo ricordi vaghissimi. Sul serio. Qualcosa che mi turbò a proposito del fatto che Hopkins doveva essere nero... sbaglio?

Roth Joseph - La Marcia di Radetzky di homo-lupus
Roth Joseph - La milleduesima notte di franchi
Roth Philip - L'orgia di Praga di emma

questo l'archivio Roth...
http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1&start=1200

No no, non sbagli. Ma la sorpresa non va rovinata ;)
In Ore10 è memorabile un'inquadratura della Kidman come dire... da posteriori. :)))

Sì sì. C'erano dei fotogrammi che (VHS, anni Novanta, la memoria va e viene: è il caso di dirlo) non si potevano dimenticare. L'unica bella donna rossa di capelli che ricordo - peraltro buona attrice...

Più che buona. Dimmi un attore maschio che le si equivalga oggi per talento.

Edward Norton, Johnny Depp, e quel là de Closer, come xe ciama... quel che iera anca in Pinocio de Spielberg

Giud Lou.

Opzioni visualizzazione commenti

Seleziona il tuo modo preferito per visualizzare i commenti e premi "Salva impostazioni" per attivare i cambiamenti.