“Questa è una storia semplice, eppure non è facile raccontarla. Come in una favola, c’è dolore. E come una favola, è piena di meraviglia e felicità”
(Incipit del film. Trascritto, per quanto possibile, fedelmente).
Introduzione. Un film come “La vita è bella” restituisce speranza nell’arte e nello spirito degli esseri umani: perché ha un disperato coraggio, perché è alieno alle ideologie, perché è uno straziante canto di dolore d’una umanità sofferente e abbandonata a se stessa. La desolazione d’un padre, costretto a nascondere al figlioletto la verità sulla tragica esperienza che stanno vivendo nel campo di sterminio, domanda un’invenzione geniale: una fantasia che possa difenderlo e proteggerlo dall’atrocità, dalla coscienza della prossimità della morte, dalla consapevolezza d’esser forse destinato a essere ucciso, assieme ai suoi genitori e a migliaia d’altri innocenti. Una fantasia che preservi la purezza nel cuore del bambino: perché anche in lui si fondano le speranze dell’umanità, perché anche lui rappresenta la nuova generazione. Che non potrà e non dovrà dimenticare mai, e dovrà combattere perché l’orrore non si ripeta, perché altri non soffrano e non muoiano nel nome delle farneticazioni d’un regime.
“La vita è bella” è un film estraneo alla retorica: è canto di dolcezza e di miseria, splendore e sopraffazione, sangue e spirito. È difficile scrivere di un film del genere: ho paura di rovinarne la bellezza tradendone i significati profondi. Mi rendo conto, accorgendomi che tremano le mani soltanto scrivendone una semplice recensione, che immaginare e ideare una storia del genere abbia richiesto una sensibilità e un’empatia assolutamente al di fuori della norma: m’inchino alla grandezza e all’umanità di chi ha dato vita a questo film. Che non faticherà a restare nel cuore delle prossime generazioni.
La trama. “La vita è bella” è un film piuttosto rigidamente diviso in due parti: la prima è una commedia non scevra di annunci della tragedia prossima a venire, la seconda è una tragedia trasfigurata dall’immaginazione.
Tragicommedia, dunque: e davvero si scivola dalla commozione al sorriso, dalla compassione alla comprensione, dal coinvolgimento alla testimonianza.
Parte prima. Guido Orefice (Roberto Benigni) è un giovane ebreo proveniente dalla campagna toscana che si ritrova, negli anni Trenta, nella città di Arezzo, ospite dello zio. Destinato a diventare cameriere nel Grand Hotel, accarezza intanto l’idea di aprire una libreria. Incontra una maestra, Dora (Nicoletta Braschi), che, come in una favola, cade direttamente tra le sue braccia da un fienile: è la Principessa che aveva sempre sognato, se ne innamora e si ritrova a incrociare il suo cammino, in città, sempre meno casualmente.
Guido fatica a ottenere la licenza per aprire la libreria: la rigida burocrazia del regime fascista soffoca chi non è tesserato al partito, e chi non è cattolico.
Il ragazzo non demorde: e così, accompagnato dal suo amico Ferruccio (Sergio Bustric), giovane poeta in cerca di fortuna, corteggia Dora e assiste, basito, all’affermazione e all’imposizione del delirante clima delle leggi razziali.
Splendida la scena in cui, sostituito rapidamente un ispettore del ministero, Guido si presenta nella scuola della sua innamorata per raccontare ai piccoli il significato delle “razze”. Splendido giullare, ridicolizza le farneticazioni del regime, divertendo i bambini e affascinando Dora.
Tra i clienti del Grand Hotel, c’è un medico tedesco, Lessing (Horst Bucholz): appassionato di indovinelli, vive una continua sfida con il geniale cameriere italiano: è un personaggio già estraneo alla realtà, già segnato dall’illogicità di quel che sta avvenendo in Europa. La sua simbolica propensione per gli indovinelli sembra rappresentare il desiderio di restituire razionalità e intelligenza a un mondo che sta scivolando in un precipizio di odio, di violenza e follia.
La prima parte si conclude con l’amore di Guido e Dora: sottratta alle grinfie del suo spocchioso e fascistissimo fidanzato (Amerigo Fontani) proprio nel giorno dell’annuncio del matrimonio, sceglie, nonostante l’opposizione del suo ambiente, di vivere nella favola di Guido.
Fin qui, il film è appassionante e divertente: scioccano, ovviamente, le rappresentazioni della quotidianità dell’Italia fascista, tuttavia la verve e l’intelligenza del personaggio interpretato da Benigni cortocircuitano l’aberrante sfondo. Appassiona e cattura la storia d’amore tra il cameriere e la maestrina: d’una vitalità addirittura impressionante, purifica il cuore degli spettatori.
Parte seconda. Giosuè (Giorgio Cantarini), bambino intelligente e solare, è il figlioletto di Guido e Dora: affianca il padre nella cartolibreria, è appassionato di carri armati, è la delizia dei suoi genitori. Un giorno osserva, con stupore, i cartelli affissi sulle vetrine degli altri negozi (“ebrei e cani non possono entrare”): il papà cerca di convincerlo della normalità di quel che sta avvenendo, ma le ripetute visite degli scherani fascisti non tranquillizzano il piccolo. Prodromi della tragedia: il giorno dopo, Guido e Giosuè vengono imprigionati dai nazisti e spediti in un campo di sterminio.
Dora, ingannata dalla madre, scampa alla cattura: decide, tuttavia, di consegnarsi spontaneamente alle truppe tedesche, pur di non separarsi dalla sua famiglia. Giosuè è spaventato: sin dapprincipio, il padre cerca di nascondere l’atroce realtà che stanno vivendo simulando che stiano partecipando a un gioco. La vita nel campo di concentramento è l’inferno: Giosuè non deve, piccolo com’è, capire d’essere a contatto con la morte. Così, pur lacerato dal dolore e dalla sofferenza per quel che sta avvenendo, Guido si trasforma nel giullare del suo bambino, nascondendo, come può, notizie di omicidi e di carneficine.
Acme del film: vicenda di una drammaticità insostenibile, trasfigurata con umanissima pietà dall’amore di un padre, accompagna alla morte uomini, donne e bambini innocenti, rinnovando nella memoria del pubblico l’angoscia e la rabbia per il massacro.
C’è spazio per il ritorno della figura-cardine della rappresentazione della follia degli uomini: il dottor Lessing, il cultore degli indovinelli, prova ad aiutare Guido, ma la sua mente sembra, progressivamente, sempre più compromessa.
Quel che ha visto e vissuto ha sradicato la logica dalla sua mente.
Il prigioniero non smette di pensare alla sua amata, reclusa in un’altra sezione del campo: e sarà proprio un ultimo, disperato tentativo di liberarla, giusto la notte prima dell’arrivo degli Alleati, a decretare la sua morte.
E così, mentre il piccolo Giosuè va incontro ai liberatori e ritrova la madre, il mattino dopo, ascoltiamo la voce narrante della prima battuta del film raccontare che questa era la sua storia, e l’eredità del padre. Giosuè è diventato adulto, e non ha mai dimenticato.
Ultimi appunti.
Il titolo del film si ispira a una frase di Trotzkij: chiuso nel bunker, a Città del Messico, in attesa dei sicari di Stalin, scrisse, guardando la moglie: “malgrado tutto la vita è bella”.
Negli anni Settanta, Jerry Lewis aveva girato un film nato da un’idea analoga: “The Day the Clown Cried”, storia di un clown internato in un campo di concentramento per intrattenere i bambini. La pellicola non venne mai distribuita. Egualmente sfortunato il progetto di Nelo Risi, “Andremo in città”: storia di una ragazza ebrea che, parlando al fratellino, trasfigura nella fiaba lo sterminio del suo popolo.
(fonte: booklet del Dvd “La vita è bella”, Cineteca Repubblica – L’Espresso, a cura di Edizioni Lindau)
Lankelot Franchi, settembre 2003.
Prima pubblicazione: Lankelot.com
Commenti
Ecco il contraltare - logico.
"..una fantasia che possa difenderlo e proteggerlo dall?atrocità, dalla coscienza della prossimità della morte, dalla consapevolezza d?esser forse destinato a essere ucciso, assieme ai suoi genitori e a migliaia d?altri innocenti. Una fantasia che preservi la purezza nel cuore del bambino: perché anche in lui si fondano le speranze dell?umanità, perché anche lui rappresenta la nuova generazione".
Chi non vorrebbe difendere i propri figli dall'orrore e dal dolore?
è un film che ha davvero meritato l'Oscar proprio per il modo in cui riesce ad affrontare un tema tanto duro e tragico, con una sublime mistione di commedia e tragedia e un Benigni davvero al top.
Grazie per questa rec, che ce lo ricorda.
é un film nettamente sopravvalutato. Benigni s'era già venduto agli yankee e allora gli hanno regalato un oscar assai immeritato.
Come diceva Andrea, sulla medesima tematica, meglio il film del rumeno. Uscito peraltro nello stesso anno.
Neanche a me è piaciuto un granché. Sottotono e chiaro segnale della fine di Benigni, almeno come regista. Parere personale, ovvio.
Probabilmente il miglior film di Benigni. Più complesso e azzardato di altri, più sentito e ricercato, nel suo desiderio di un ritorno alla cinema chapliniana. Ma Benigni non è Chaplin.
L'arte è bella. Non ci sta niente da fare.
Per me Benigni resta quello con Troisi: "Non ci resta che piangere" è il suo piccolo, condiviso capolavoro.
E con questo, siamo oltre quota 3mila commenti in neanche due mesi di attività, a fronte della pubblicazione o della ripubblicazione di 457 pezzi. Mica male. Fine della parentesi.
Calcolando che c'era Luglio e Agosto di mezzo.. RAnghi assai ridotti ;) Entro il 2006 10mila commenti su..
A voja. E considera che bisogna ancora fare un po' di pubblicità vera al sito. L'unica forma di segnalazione era stato il tamtam, io ho spedito una mail a 35 della vecchia guardia e stop. Iscritti - a fronte dei 32 attivi - sono già oltre 70:). Parecchi stanno in sonno. Altri arriveranno...stiamo andando alla grande.