Bendelack Steven

Le vacanze di Mr. Bean

Autore: 
Bendelack Steven
Londra.
Malgrado l’estate sia iniziata, piove ancora. In una chiesetta in ristrutturazione si svolge una piccola lotteria di quartiere: il vincitore del primo premio potrà soggiornare nelle spiagge assolate di Cannes.
Naturalmente è Mr. Bean ad avere il numero vincente e a partire, con tanto di videocamera, per una sola terra promessa: la spiaggia. Non gli interessa altro per tutto il film. Se la cattiveria tanto caratteristica del personaggio nelle serie televisive qui è scemata, senza dubbio rimane l’egoismo: tutto quel che gli capita di vedere è secondario, lui vuole andare alla spiaggia.
È evidente che prima di conquistarsela, sempre che ci arrivi, Mr. Bean sarà sottoposto ad una serie di avvenimenti del tutto improbabili, spesso figli del suo stesso improbabile modo di affrontare una situazione. Le vacanze di Mr. Bean dunque si annunciano subito come un on the road senza per questo risparmiarci anticipazioni o disillusioni di una trama finalmente imprevedibile. È un viaggio che non pretende riti di iniziazione, non rischia di portare qualche cosa di nuovo nel cervello del protagonista che, anzi, non impara – a dispetto di tutto quel che vede – assolutamente nulla.
 
 
 
Mr. Bean cammina per Parigi contento per la sua videocamera, alla quale non risparmia una sola smorfia, e riprende la Tour Eiffel e Notre Dame, finisce quasi per caso in ristoranti lussuosissimi alla stazione per Cannes, senza alcun bisogno così postmoderno di avere qualche straccio di compagnia al proprio fianco. Sul treno incontra un padre, un figlio, una bigliettaia. Perde treni, rischia di essere investito, finisce alla festa del cinema di Cannes. Tutto, o quasi, senza rendersene conto.
 
Finalmente qualcosa è accaduto. Sembrava che dopo il brutto Mr. Bean – L’ultima catastrofe del 1997 non ci fosse posto nella storia del cinema comico per il personaggio più riuscito di Rowan Atkinson. Trattato come co-protagonista nel precedente, in “Mr. Bean’s holiday” il nostro è davvero l’unico oggetto del desiderio del pubblico. E si può dire senza sensi di colpa che stavolta sia riuscito a entrare trionfante in quella magica scala mentale che raccoglie i più grandi comici da Max Linder a Woody Allen: probabile erede di Jacques Tati, Mr. Bean ne segue le tracce omaggiando anche tutti gli altri. Si parte dal titolo: uno dei classici tatiani è appunto “Le vacanze di Monsieur Hulot” del 1953. Questo piccolo miracolo è palpabile e se magari non si tratta di un capolavoro, basta per placare l’ansia di un’ingiustizia che si credeva consolidata: Mr. Bean come solo personaggio televisivo. Invece egli penetra in un road movie senza presunzioni, si infiltra nel cinema comico classico quasi testimoniando la propria presenza con la sua videocamera, come per inseguire un discorso del tutto personale sul comico, riservando a sé le smorfie e le camminate strane (silly walks), imbevuto di situazioni prese (quasi) da altri film.
 
 
 
Quindi avremo quest’eterno fanciullo, senza la minima idea di cosa sia il sesso e senza alcuna intenzione di saperne qualcosa, camminare a piedi, in bici, in moto, in auto, verso una meta agognata e senza comprendere una parola di francese. Sì perché il film è interamente ambientato nella patria del cinema, riprendendo uno dei canoni obbligati della poetica di Tati: il multilinguismo. Chi parla francese, chi russo, chi inglese. Questo impone maggior spazio al linguaggio del corpo e del volto, alle gag visive piuttosto che a quelle verbali. E non c’è cosa più irritante che sentire un mimo parlare. Ma i riferimenti a Tati proseguono più o meno espliciti: dal film in concorso a Cannes “Playback time” dell’attore-regista megalomane interpretato da Willem Dafoe, titolo che ricorda il capolavoro tatiano “Playtime”, alla figura già chapliniana del comico affiancato da un ragazzino (“Il monello”, “Mon Oncle”) che però non dura per tutto il film, quasi ad ammettere di non voler volare troppo in alto: la pacatezza e il sobrio confronto coi maestri rendono l’opera davvero piacevole. Senza sfrontatezze, né colpi di testa – basti pensare a come Benigni abbia distrutto il proprio personaggio non accostandosi ai grandi, ma confrontandosi vis-a-vis. Fallendo, ovviamente. Se Benigni crede di essere Chaplin, Rowan Atkinson sa di non essere Jacques Tati. Non a caso si fa dirigere da altri.
 
 
 
Che poi Benigni stesso è omaggiato nel film, molto velatamente, quando Mr. Bean è braccato in un cinema: come in Una notte all’opera Groucho Marx correva sui palchetti di un teatro ed Harpo si confondeva fra gli attori in costume, qui Mr. Bean cammina direttamente sul pubblico, da un sedile all’altro, come la celebre serata degli Oscar 1997 in cui Benigni trionfò per l’ultima volta. Quando i pezzi del puzzle nella trama ritrovano il loro preciso ordine, Mr. Bean può uscire dalla porta di servizio e finalmente dedicarsi al suo bene primario: la gioia della spiaggia. Correrà con le scarpe nelle tasche, completamente imbambolato dalla luce estiva con uno sguardo che non ha proprio nulla di Antoine Doinel, semmai dell’Harpo più decelebrato in preda alla collera.
L’unica cosa davvero dolce cui non si può far menzione è come Mr. Bean scende in spiaggia… Ecco forse uno dei soli istanti dove la poetica tatiana è incarnata in toto: Mr. Bean guarda fisso nella sua bussola, senza badare a dove poggino i piedi: da un terrazzo scivola sul tetto di un camion, poi prosegue su auto che accidentalmente passano davanti, a scalare sino al motorino, a tavole da surf, ad un turista che prende il sole per arrivare finalmente alla spiaggia. Senza saperlo, è lì.
 
 
 
Come ciliegina sulla torta, il finale ricorda molto Un giorno alle corse (1937) coi Marx, in cui la folla chiude il racconto cantando in massa verso la cinepresa. Insomma, "Le vacanze di Mr. Bean" sembra proprio un piacevole miracolo per quei pochi cinefili nostalgici ancora esistenti.
 

 

Regia: Steven Bendelack 
Soggetto e Sceneggiatura: Rowan Atkinson, S. Bendelack, Robin Driscoll
Montaggio: Tony Cranstoun
Musica: Howard Goodall
Interpreti principali: Rowan Atkinson, Emma de Caunes, Willem Defoe, Max Baldry, Jean Rochefort, Karel Roden
Fotografia: Baz Irvine
Produzione: Universal
Origine: Gran Bretagna, 2007
Durata: 90 minuti

 
ISBN/EAN: 
5050582497380

Commenti

Buongiorno!

Nuovo articolo di Luca. Da leggere!

Adoro Mr Bean e concordo con Epi devo dire che ho apprezzato moltissimo quetso film, senz'altro migliore dell'Ultima catastrofe dove tuttavia avevo riso alle lacrime in alcune sequenze...

“Si parte dal titolo: uno dei classici tatiani è appunto "Le vacanze di Monsieur Hulot" del 1953. Questo piccolo miracolo è palpabile e se magari non si tratta di un capolavoro, basta per placare l'ansia di un'ingiustizia che si credeva consolidata: Mr. Bean come solo personaggio televisivo. Invece egli penetra in un road movie senza presunzioni, si infiltra nel cinema comico classico quasi testimoniando la propria presenza con la sua videocamera, come per inseguire un discorso del tutto personale sul comico, riservando a sé le smorfie e le camminate strane (silly walks), imbevuto di situazioni prese (quasi) da altri film.”

Molto bella questa sottolineatura!

le parti con la telecamerina erano pesantissime. bello invece l'immersione del personaggio nei paesaggi francesi in campo lungo, che lo rendono l'elemento a disagio nel quadro: busterkeatonianico

Comm. 2, io non sopportavo il riccioluto biondo a cui Bean faceva da spalla :)

“basti pensare a come Benigni abbia distrutto il proprio personaggio non accostandosi ai grandi, ma confrontandosi vis-a-vis. Fallendo, ovviamente. Se Benigni crede di essere Chaplin, Rowan Atkinson sa di non essere Jacques Tati. Non a caso si fa dirigere da altri”.

Trovo molto indovinata questa riflessione, Benigni è stato colto - negli ultimi anni - da delirio d’onnipotenza.

Su Mr.Bean: Vidi l’ultima catatrofe, addirittura al cinema, tristemente “costretto” da un’amica d’allora, provanndo un certo fastidio a restare in sala per tutta la durata del film. Questo sembra decisamente più ispirato, a quel che scrivi: il mio problema è che non ho mai amato né l’attore né il personaggio Mr. Bean, pertanto dubito - memore anche della precedente esperienza -di poterlo mai vedere di mia sponte;)

Comunque il pezzo è ottimo, Luca, come al solito.

Magistrale Hammer.

> “E si può dire senza sensi di colpa che stavolta sia riuscito a entrare trionfante in quella magica scala mentale che raccoglie i più grandi comici da Max Linder a Woody Allen: legittimo erede di Jacques Tati, Mr. Bean ne segue le tracce omaggiando anche tutti gli altri. Si parte dal titolo: uno dei classici tatiani è appunto "Le vacanze di Monsieur Hulot" del 1953. Questo piccolo miracolo è palpabile e se magari non si tratta di un capolavoro, basta per placare l'ansia di un'ingiustizia che si credeva consolidata: Mr. Bean come solo personaggio televisivo. Invece egli penetra in un road movie senza presunzioni, si infiltra nel cinema comico classico quasi testimoniando la propria presenza con la sua videocamera, come per inseguire un discorso del tutto personale sul comico, riservando a sé le smorfie e le camminate strane (silly walks), imbevuto di situazioni prese (quasi) da altri film.”

Prendo nota e ti omaggio. Mostruosamente bravo, Hammer.

(ma di Tati e Linder quando ne scrivi?)

"Insomma, "Le vacanze di Mr. Bean" sembra proprio un piacevole miracolo per quei pochi cinefili nostalgici ancora esistenti".

> Dobbiamo farlo sapere a Ian!

bravissimo Luca! un pezzo magistrale.
Guarda, io sono ferma alla serie televisiva di mr.Bean, con la quale ho fatto svariate risate, poi l’altro film non mi ispirava molto e non l’ho visto. Non sono appasionatissima del personaggio, ma ogni tanto l’ho guardato ed è stato divertente. Il resto della mia famiglia invece apprezza molto, adesso segnalo la tua rec al consorte….

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