Ma l’immaginazione è reale! Lo grida l’obiettore di coscienza a una Chiara travolta da tanta voglia di vivere. L’immaginazione è la chiave di volta di ogni creazione artistica: la porta per cui passa ogni elevazione dello spirito, quindi. È il modo per divincolarsi dalle pastoie della banalità, dalle umili pene del quotidiano. Attraverso l’immaginazione si torna ad amare l’esistenza. E la si trascende: Moro si può concedere una passeggiata ultraterrena, allora, nell’alba fresca di Roma. Siamo in grado di restare vivi: di contro alle distorsioni di un potere patito, e ai cortocircuiti morali fra mezzi e fini; senza farsi schiacciare dalle farneticazioni paranoiche di un’ideologia: il rapimento, e l’esecuzione di Aldo Moro. Ovvero l’esplosione delle angosce di un’età nebbiosa e rabbiosa. Il momento più alto di uno scontro assurdo, fra poteri senza volto: lo “Stato” e le “Brigate Rosse”: formule, astrazioni. Niente di strettamente reale: due figure concettuali, prodotte dall’immaginazione, eppure capaci di risucchiare in sé destini e individualità precise. Dietro alle categorie e alle contrapposizioni artificiali, i carcerieri e il prigioniero cessano di essere tali, le Brigate Rosse e il Presidente della Democrazia Cristiana non esistono più: restano i volti irripetibili di singoli esseri, le loro paure e i loro nomi. Resta una ragazza di ventitre anni, Chiara, e un uomo che potrebbe essere suo padre, Aldo Moro.
Dell’atrocità di questa vicenda, quindi, per deliberata scelta Marco Bellocchio ci offre una visuale intimista. Scruta le implicazioni umane, e sfiora appena le significanze storico-politiche più ovvie. Il dramma non si consuma nelle arene pubbliche, ma fra le mura di un appartamento: il teatro del sequestro. I frammenti dei telegiornali, appunto, per lo più vociano soltanto in secondo piano. Innestati nel montaggio, poi, filmati d’epoca aprono squarci spettrali sulla dittatura del proletariato russo. E allucinazioni sonore mescolano le ultime lettere di Moro con quelle dei partigiani caduti nella Resistenza. Soprattutto nello scandaglio della mente della protagonista Chiara (Sansa), “Buongiorno, notte” molla ogni ormeggio documentaristico, cioè, e si torce in viluppi visionari quasi alla Lynch. Non pare mai un gesto de-responsabilizzante. Piuttosto è un’operazione complessa, sorretta da maturità artistica, e carica anche di investimenti personali. Agli occhi dei brigatisti, la figura del «Presidente» si veste di un’autorità paterna. È Moro ad affermare che L’Italia è un Paese «fatto da operai e contadini», governato dal partito del «modesto benessere»: ed è Moro che vi sta al vertice. I rivoluzionari delle Br ci vengono mostrati come suoi figli, insicuri, inesperti. Infatti sembrano spiarne le azioni con la curiosità del timore e del rispetto; e più che seguire scrupolosi disegni eversivi, sembrano tramare velleità di rifiuto di tipo edipico. Bellocchio, guarda caso, dedica il film a suo padre.
Chi guarda e giudica “Buongiorno, notte” con i parametri della ricostruzione storica a scopo didattico, dunque, ha sbagliato strada. Ciò non vuol dire, comunque, che in esso sia assente del tutto uno sguardo speculativo sul passato della nostra Repubblica: e le più volte, è uno sguardo di rimpianto e amarezza. Sempre più spesso, pare, si può cogliere il cinema italiano in questo atto di ragionare a ritroso lungo le vie che ci hanno portato così in basso: del resto, è il criterio che i tempi attuali dettano con maggiore urgenza. Se nel complesso il cast è buono, il triestino Herlitzka nei panni di Moro è superlativo. Bellocchio ha negato la parte di Lo Cascio a Stefano Accorsi, poi finito in giuria al Festival di Venezia.
Regia: Marco Bellocchio.
Tratto da: “Il prigioniero”, di Anna Laura Braghetti.
Sceneggiatura: Marco Bellocchio.
Direttore della fotografia: Pasquale Mari.
Montaggio: Francesca Calvelli.
Interpreti principali: Maya Sansa, Roberto Herlitzka, Luigi Lo Cascio, Pier Giorgio Bellocchio, Paolo Briguglia.
Musica originale: -
Produzione: Film Albatros/Rai Cinema.
Origine: Italia, 2003.
Durata: 105 minuti.
Info Internet: http://www.cinemaitaliano.net/registi/bellocchio.htm
Patrick Karlsen.
Commenti
"L?immaginazione è la chiave di volta di ogni creazione artistica: la porta per cui passa ogni elevazione dello spirito, quindi. È il modo per divincolarsi dalle pastoie della banalità, dalle umili pene del quotidiano. Attraverso l?immaginazione si torna ad amare l?esistenza. E la si trascende"
> sacrosanto.
?Buongiorno, notte? molla ogni ormeggio documentaristico, cioè, e si torce in viluppi visionari quasi alla Lynch. Non pare mai un gesto de-responsabilizzante. Piuttosto è un?operazione complessa, sorretta da maturità artistica, e carica anche di investimenti personali".
> Lynchiano sino in fondo non so, ma il concetto è molto chiaro e direi condivisibile...
"Ciò non vuol dire, comunque, che in esso sia assente del tutto uno sguardo speculativo sul passato della nostra Repubblica: e le più volte, è uno sguardo di rimpianto e amarezza. Sempre più spesso, pare, si può cogliere il cinema italiano in questo atto di ragionare a ritroso lungo le vie che ci hanno portato così in basso"
> cos'altro ti viene in mente, nel genere?
La meglio gioventù. ;)
Anche. Sì, anche.
Quanto al resto, ti dico cosa ricordo: una sala (il Doria) di Roma, una delle prime uscite con michela, un film che mi lasciò l'impressione d'essere più sottile e generazionale (italiano, in assoluto) del previsto. E la solita domanda sulla natura della realtà (quel ragazzo che lei, la Sansa, vede: è reale o...)
Altro che reale. E' il figlio di Bellocchio.
Appunto molto metacinematografico:)
Grande interprete, comunque. Un dio.
ahah
Sai che ho scritto che Herlitzka è triestino senza verificare? solo per assonanza nel cognome ;)
Mi aspetto la querela.