Una palpebra che si solleva – un sipario che si dischiude, un obbiettivo che si apre.
La pelle è grinzosa per l’età. Poi un muro, visibilmente ruvido e sfatto. Una panoramica incerta verso dei ruderi che nuovamente ritorna al muro, sbandata e distratta.
Di colpo si fionda lungo il muro, ad individuare un’ombra in movimento: è un uomo. Il cappotto ha il colletto alzato, il cappello impedisce di rivelarne l’identità. Zoom incerti, ci si avvicina all’uomo. Ma questo, come un roditore, riprende a correre lungo il muro, incurante d’ogni ostacolo gli si presenti davanti. Spintona, dà spallate, rischia di inciampare. In mezzo alle rovine. Poi d’un tratto, non si accorge, va a sbattere contro una coppia. Li guarda in volto e riprende la marcia.
Buster Keaton e Samuel Beckett
Film è una delle ultime opere che vantano Buster Keaton nel proprio cast. In questo caso egli ne è protagonista assoluto. Anche se sarebbe più corretto definirlo “co-protagonista” di se stesso. Nell’unica esperienza cinematografica di Samuel Beckett, infatti, lo sguardo del Cinema ha lo stesso fondamentale valore dello sguardo del protagonista. Anzi, si può parlare di vero e proprio conflitto tra questi: l’uno insegue, l’altro fugge. Beckett non si nasconde però dietro omaggi metalinguistici fini a se stessi, Buster Keaton che si sottrae allo sguardo del Cinema non è semplice autocompiacimento nostalgico. C’è qualcosa di disperato e incomprensibile che lungo l’opera prende forma. È parte della poetica del Beckett scrittore, con un particolare sguardo verso il primo romanzo, Murphy (1938) l’uomo della sedia a dondolo.
Il tema dell’opera infatti può senza rimorsi essere individuato in una ricerca – straziante, disperata, angosciosa – dell’annullamento di sé. E, pensandoci, non è un caso che Beckett abbia scelto proprio Buster Keaton…
Partendo dal celebre esse est percipi, (“essere è esser percepiti”) Beckett crea due personaggi: Og e Oc: l’oggetto della percezione e l’oggetto che percepisce, ossia: Buster Keaton e lo sguardo misterioso. Il percepito non è tale (cioè non esiste) sin quando non si raggiunge tra questo e l’oggetto che lo percepisce un angolo di visuale di 45 gradi. Per questo la macchina da presa nel film tenta in continuazione di avvicinarsi a quella soglia e di superarla: Og invece gli dà sempre le spalle, celando l’identità e quindi facendo in modo di non essere percepito.
È un’ombra di spalle.
E per quanto lo sguardo tenti di sorpassarlo, Og gli sfugge di continuo. Scappa, si intrufola in un edificio fatiscente, entra nel suo appartamento, riesce ad individuare in ogni pertugio un’ occhio, sia esso animale o inanimato.
Se è vero che l’Oggetto che percepisce gli rimane sempre dietro, Keaton percorre il perimetro del suo appartamento coprendo la vaschetta del pesce, la finestra, lo specchio: ogni cosa che possa percepirlo. Anche un pappagallo.
Ha rinunciato a tutto, cerca di sfuggire all’esistenza stessa: crede di poter non esistere semplicemente esulando lo sguardo altrui. Quando decide di riposarsi sulla sedia a dondolo smista delle foto personali, momentaneamente rilassato. Riguardano la sua famiglia, la sua intera esistenza. Dalla nascita in ordine cronologico. Arrivato alla sua immagine attuale – con una benda su un occhio – strappa ogni cosa, gettandola sul pavimento.
I quadri non stanno più sulle pareti.
La luce è artificiale. La vita non sembra aver spazio in quella cella vuota e semidistrutta.
Ipnotizzato dal regolare dondolio Keaton perde i sensi e si addormenta.
È giunta l’ora, lo Sguardo può azzardare ed ignorare i 45°: gli si para davanti e lo guarda in volto. Oc, lo Sguardo che percepisce adesso riesce a vederlo. È adesso che si risolve l’enigma che sta alla base del pessimismo di fondo: Keaton vede in faccia il suo persecutore, l’unico rimasto che lo costringe nell’angoscia dell’esistenza: se stesso.
Buster Keaton ha davanti a sé un secondo Buster Keaton. Era suo lo Sguardo impertinente. Og e Oc sono la stessa persona. Il senso è facile: non si può fuggire da se stessi.
La benda sull’occhio del personaggio è di fondamentale importanza. Non già perché il titolo cui Beckett aveva ipotizzato era L’occhio, quanto perché, essendo un’opera cinematografica, lo sguardo del Cinema proviene proprio dall’obbiettivo. Un occhio unico che non vive, in quanto mera macchina ma che dà vita nel percepire i viventi. Il personaggio (doppio) di Buster Keaton è dunque bendato, ha un solo occhio. Entrambi i personaggi però, sommandosi, raddoppiano il numero degli occhi: e come mettere in scena due sguardi differenti della stessa personalità? Il Cinema, a differenza del teatro, obbliga lo spettatore ad un campo limitato di visuale che può variare da un secondo all’altro. Un lieve accorgimento tecnico, in questo caso una soggettiva con una luminosità sfumata e opaca, ci fa capire la differenza fra i due personaggi: infatti lo sguardo di Oc – quello della macchina da presa – non presenta alcuna alterazione, è la semplice sequela di immagini che vediamo. Quando questa è sostituita ad una spenta e sfumata comprendiamo che è l’ombra a guardare, cioè Keaton, cioè Og.
Keaton contro Keaton, dunque. Ed ecco che l’orrore di esistere si spegne nella disperazione e nella morte.
Davanti alla fiera figura di sé l’uomo ormai scoperto non può che rassegnarsi.
E vivere.
Le rugose mani di Buster Keaton coprono il viso per l’ultima volta.
La pupilla risplende i titoli di coda ed il Film è finito.

Regia: Alan Schneider
Soggetto e Sceneggiatura: Samuel Beckett
Montaggio: Sidney Meyers
Origine: USA, 1964.
Durata: 22 minuti
Commenti
Che goduria quando scrive Martello. Stasera popcorn e commenti.
(Hammer, dovremmo uniformare il titolo: cognome nome regista - titolo)
Scritto di fretta, già te lo dico. Sii spietato.
Intanto, stavo cercando notizie sul regista (cfr. comm. 1).
Senti cosa ho letto:
Schneider corresponded with Samuel Beckett for many years; ironically, and tragically, he was struck and killed by a motorcycle in London while crossing the street to post a letter to Beckett.
http://www.imdb.com/name/nm0773693/bio
ahahhaahahahaha
e lo so:) Adesso arrivo cmq:)
Cerco foto attinenti al film, spetta...
“Una palpebra che si solleva - un sipario che si dischiude, un obbiettivo che si apre.”
> assieme ai miei ricordi.
Una voce mi dice che guardammo assieme questo film in mansarda, perché tu ne conoscevi l’esistenza e me l’avevi segnalato qualche anno fa. Era uno di quelli che trovammo là dove si trova tutto e che esaminammo con attenzione. Eccone un frutto condiviso con tutti, anni dopo:)
Esatto :)
“Nell'unica esperienza cinematografica di Samuel Beckett, infatti, lo sguardo del Cinema ha lo stesso fondamentale valore dello sguardo del protagonista. Anzi, si può parlare di vero e proprio conflitto tra questi: l'uno insegue, l'altro fugge. Beckett non si nasconde però dietro omaggi metalinguistici fini a se stessi, Buster Keaton che si sottrae allo sguardo del Cinema non è semplice autocompiacimento nostalgico. C'è qualcosa di disperato e incomprensibile che lungo l'opera prende forma. E' parte della poetica del Beckett scrittore, con un particolare sguardo verso il primo romanzo, Murphy (1938) l'uomo della sedia a dondolo.”
> Eccone uno che m’aspetto di trovare recensito - penso al termine della lettura del paragrafo. “Murphy”. Daje Hammer, pensaci tu.
Non sottrarti allo sguardo della Letteratura.
Sarà fatto. Questione di ore. Giurin giurello.