Bean Henry

The Believer

Autore: 
Bean Henry

Scorretto, scomodo, difficile, il primo film del regista Harry Bean narra la storia di Danny Balint, ebreo per nascita, neonazista per scelta.
Per lui, che da bambino ha studiato la Torah ed ha frequentato scuole ebraiche, l’intera vita è dedicata alla conoscenza, allo studio critico e all’annientamento degli ebrei. Che diventeranno, col passare degli anni, nemici che vivono nella ricchezza, nell’avarizia, nelle perversioni sessuali e nel continuo vittimismo. Nella più totale astrazione, come sostiene l’ebraismo, l’En Soph: un “nulla senza fine”.
Un popolo che tutti odiano e che tutti devono odiare, che ha trovato nell’Olocausto la compassione del mondo intero e la terra d’Israele, secondo le folli idee del giovane.
Un popolo che non merita rispetto, secondo Balint, ma che il giovane conosce benissimo: il suo vecchio padre è ebreo, i suoi vecchi amici ebrei. Il suo passato è ebreo. Il suo presente, neonazista.

 

E anche lui è sospeso tra la nuova e la vecchia condizione, una sorta di novello Dr Jekyll e Mr Hyde, che non può e non sa come uscire dal suo conflitto interiore.
Partecipa a riunioni antisemite, attraverso le quali entra in contatto con una ricca famiglia di fascisti che intende creare una rete di odio e un ancora più ampio movimento contro gli ebrei.
Di qui si ritrova in una villa, a stretto contatto con altri giovani neonazisti come lui, che hanno alla base del loro stile di vita l’odio e la violenza gratuita.
Anche Danny è un violento, ma lui conosce benissimo il nemico che combatte: l’ebreo. E si render conto, purtroppo, che i neonazisti che frequenta non hanno nessuna cultura a riguardo. Non conoscono nient’altro che il linguaggio delle spranghe e della rissa.
Odiano per il puro piacere di odiare. Distruggono soltanto perché spinti dall’ignoranza e dalla violenza.
Per questo, ma anche a causa del conflitto interiore che sempre maggiormente trova spazio dentro di lui, inizia a riflettere sui suoi ideali.
Una volta entrato in possesso di un rotolo della Torah, se ne prende cura e lo studia. Analizza nuovamente la parola di Dio che aveva abbandonato, odiato, sconsacrato anni addietro. E, sebbene trovandola ancora falsa e menzognera, si lascia nuovamente avvicinare.
Aumentano la sua confusione interiore, il conflitto, le contraddizioni che caratterizzano il suo animo. Aumentano i punti interrogativi, si sovrappongono rancori e certezze, insicurezze e intolleranze.
Per lui, Danny, che odia se stesso e il popolo che rappresenta, la contraddizione diventa enorme. Un giornalista del New York Times gliela palesa, lui minaccia di togliersi la vita.
I confini, dapprima nettissimi, si fanno più sfumati. Nasce il dubbio, si riaffaccia la religione, ma anche il desiderio di compiere un atto memorabile contro gli ebrei.
Schizofrenico, ad un passo dalla follia Danny cercherà un ultimo gesto, definitivo, con il quale rimettere in gioco tutto, o meglio, mettere la parola fine ai suoi tormenti interiori.

 

 

Questo film del 2001 rappresenta l’esordio alla regia di Henry Bean, in passato già sceneggiatore di alcune importanti pellicole.
Il risultato è un film complesso, a tratti farraginoso, ma senza dubbio interessante. Sia per le tematiche trattate che per la realizzazione visiva.
Il tema è infatti molto impegnativo, sostenuto meravigliosamente da un sofferto e problematico Ryan Gosling, senza il quale probabilmente il film avrebbe avuto uno spessore ben minore e non avrebbe certo vinto il Premio della Giuria al Sundance Film Festival del 2001.
Il film è diviso nettamente in due parti: una prima più rapida, più vivace, nella quale si evidenziano tutti gli istinti rabbiosi e disumani di Balint e dei suoi compagni.
Una seconda, invece, nella quale prevale il tormento interiore, si evidenziano le contraddizioni e la confusione del suo animo. Una parte più riflessiva, forse anche per questo più lenta e noiosa. Anche perché appare tutto un po’ troppo spezzettato, così come il riavvicinamento all’ebraismo – ma anche l’iniziale allontanamento – appaiono un po’ immotivati e forzati.
Ma la lotta interiore che logora il protagonista è davvero affascinante. Il suo rapporto con l’Altro, con l’ebreo, che alla fine paradossalmente significa anche rapporto e riscoperta di se stesso, col suo passato che prepotentemente ritorna a bussare alla porta.
Chi è, alla fine Danny Balint? Chi vincerà nel suo conflitto interiore?
Il Dio da lui ripudiato forse esiste? Se esiste, perché si comporta in questo modo? Dove è, se c’è, la Verità?
Domande dalla risposta incerta, impossibile. Per capire bisogna conoscere, ma alle volte la conoscenza non basta. E la risposta definitiva è possibile trovarla solo nella morte.

Regia e sceneggiatura: Henry Bean 
Soggetto: Henry Bean e Max Jacobson.
Direttore della fotografia: Jim Denault.
Costumi: Jennifer Neumann.
Scenografia: Carrie Stewart.
Montaggio: Mayne Lo, Lee Percy.
Interpreti principali: Ryan Gosling, Billy Zane,Theresa Russel, Summer Phoenix, Gleen Fitzgerald, Kris Eivers.
Musica: Joel Diamonds.
Produzione: Christofer Roberts.
Origine: USA, 2001.
Durata: 100’

Antonio Benforte, 14 gennaio 2008.

ISBN/EAN: 
8031179906420

Commenti

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Buona lettura,

il buon mago

un bel film, e un'ottima analisi. visto qualche anno fa a casa di un amico in dvd. vero che l'allontanamento e il riavvicinamento dall'ebraismo appaiono un po' forzati, ma si perdona certo al film. l'odio di danny è odio, sì, ma lui è anche un adolescente. credo che il percorso di crescita di ognuno attraversi una fase di critica e, persino, sì, odio, nei confronti di chi ci sta vicino, della famiglia, degli amici, di se stessi. cose che, magari, in un altro film, sarebbero risolte con una ricerca in solitario del protagonista, che forse avrebbe trovato un "maestro" ad indicargli la via. ma danny è ebreo, e nell'odio verso se stesso e il suo popolo chi trova da insegnante? i neonazisti. (e qui:http://blog.panorama.it/mondo/2007/03/21/neonazisti-in-israele/
neonazi in israele) ora, l'articolo linkato è diverso dal film, ovvio. comunque. pensavo. capisco che il paragone può essere forzato. ma qui, noi abbiamo un film di un adolescente che si ribella. in dead poets society, anche. lì c'era un buon maestro che indicava una buona via, ed una famiglia cui invece non interessava delle possibilità del ragazzo. qui ci sono cattivi maestri, ed una famiglia cui il ragazzo si riavvicina. non so se è tanto chiaro quel che voglio dire. ma ora non mi viene meglio. magari ci penso, eh.
comunque, un film da vedere.
un film che va per contrasti forti.
un bel film, secondo me.
un ottimo protagonista, come dice antonio.

"la lotta interiore che logora il protagonista è davvero affascinante. Il suo rapporto con l?Altro, con l?ebreo, che alla fine paradossalmente significa anche rapporto e riscoperta di se stesso, col suo passato che prepotentemente ritorna a bussare alla porta.
Chi è, alla fine Danny Balint? Chi vincerà nel suo conflitto interiore?"

> Bella analisi.
Conservo un ottimo ricordo di questo film (che giuravo di aver comprato, ma non trovo più a casa. Mistero) e in particolare del suo epilogo. La scena finale mi aveva impressionato molto.
Allegoria molto indovinata...

Mi sono sempre chiesto cosa abbia significato per i giovani della comunità ebraica; come l'abbiano accolto, cosa abbiano voluto trarne. La schizofrenia totale del protagonista ha una valenza simbolica micidiale.

E' decisamente nelle mie corde. Prenderò il dvd, grazie per il suggerimento.
(inserito il codice EAN)

"Per capire bisogna conoscere, ma alle volte la conoscenza non basta. E la risposta definitiva è possibile trovarla solo nella morte."

> Possibile?

Guarda, certe questioni vengono lasciate volutamente insolute e, sebbene certo non sarebbe potuto essere altrimenti, un po' si rimane perplessi.

"L'ebreo va odiato perchè esiste. Perchè quello è il suo scopo. Perchè se così non fosse l'ebreo perderebbe ogni diritto alla carica elettiva divina".

Non mi convince la definizione di schizofrenia nei confronti del protagonista. Nè quella di conflitto interiore. Superficialmente è solo uno dei tanti ebrei che odiano la loro stessa gente. Attenzione, il film mi piace parecchio, ma si muove seguendo una snodatura troppo debole (il ragazzo rispetta, o teme, le sacre scritture, però poi sputa in faccia ai perseguitati).

Non sarà schizofrenico, ma la fine che fa (senza spoiler) mi sembra da schizofrenico.
Il ragazzo è confuso, soprattutto. Ha vent'anni, in passato si è fatto domande ma non ha avuto risposte soddisfacenti.
Mi piace l'interpretazione di Andrea: "?odio di danny è odio, sì, ma lui è anche un adolescente. credo che il percorso di crescita di ognuno attraversi una fase di critica e, persino, sì, odio, nei confronti di chi ci sta vicino, della famiglia, degli amici, di se stessi".

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