L’adolescenza è con molta probabilità il soggetto cui la rappresentazione cinematografica incontra maggiormente i suoi limiti. Questo perché spesso le sceneggiature partono da futili premesse di tipo sociologico, che spostano l’attenzione sui soggetti della rappresentazione, vale a dire gli adolescenti, trattandoli di conseguenza quasi come oggetti di studio, semplice fenomeno da analizzare. Prospettiva questa che altera completamente la realtà delle cose perché tende ad oggettivizzare ciò che invece è puramente soggettivo, in questo caso la Weltanschauung propria di un adolescente. Da qui tutta una serie di pellicole mediocri che non fanno altro che limitarsi a registrare unicamente gli eccessi e le stravaganze del mondo adolescenziale, rigettando qualsiasi tentativo di introspezione psicologica. Ciò che andrebbe dipinto alla stregua di un quadro impressionista, con i colori che sfumano l’uno nell’altro è invece ritratto con contorni marcati e netti. Il che provoca personaggi che sono come dei monoliti di granito che neanche il regista più capace sarebbe in grado di malleare per darne una forma sensibile.
Ci sono dei casi però in cui il racconto affonda le proprie radici nelle esperienze biografiche e le sceneggiature diventano quasi confessione diaristica o psicologica, riuscendo a conquistare in questo modo una certa dignità letteraria. È questo ad esempio il caso di un regista come Franςois Truffaut, che ancora oggi rappresenta un modello inarrivabile. La scena finale de I Quattrocento Colpi rappresenta da sola, insieme a romanzi come La Linea d’Ombra, Demian, I Turbamenti del Giovane Törless o Il Giovane Holden, uno dei tentativi più riusciti di raccontare e rappresentare la linea di confine che segna il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Il Calamaro e la Balena di Noah Baumbach è un’opera che si inserisce senza dubbio in questo filone più nobile del “cinema che racconta l’adolescenza”. Già sceneggiatore con Wes Anderson (qui produttore) del bellissimo Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou, Baumbach ha come il suo collega più celebre, quella stessa capacità di coniugare il tragico con il comico senza mai rinunciare ad una certa malinconia di fondo che fa acquisire alla sua opera una leggerezza inaspettata, nonostante i temi trattati. Il soggetto non è dei più originali – una coppia, i Berkman, che divorzia e le cui disastrose conseguenze si riversano sui figli – ma l’abilità di Baumbach è stata quella di aver scritto una sceneggiatura impeccabile – giustamente candidata agli Oscar – e definire dei personaggi che raccontano e mettono in scena la propria storia individuale, senza alcuna pretesa di astrazione universale. Ciò che invece è universale è la sensibilità con la quale Baumbach registra la psicologia dei propri personaggi, siano essi gli adulti – Laura Linney ed uno splendido Jeff Daniels in un ruolo che era stato scritto appositamente per Bill Murray – o gli adolescenti. Psicologia dei personaggi che trova uno dei mezzi più efficaci per esprimersi tramite un citazionismo mai fine a se stesso e che è anzi inserito nel tessuto diegetico del film. È così che i poster de La Mamain e la Putain di Jean Eustache appesi nella camera del figlio maggiore, o quelli del tennista Vitas Gerulaitis appesi in quella del più piccolo, o ancora il libro di Saul Bellow, La vittima, con il quale il padre va sempre in giro per evidenziare la propria misera condizione, non sono sterili allusioni compiaciute, ma divengono un modo di rappresentazione delle personalità dei personaggi che non necessita delle parole per venire alla luce, e che crea una comunicazione più sotterranea e più introspettiva. Da sempre, durante l’adolescenza, i poster con le quali si ornano le pareti della propria stanza sono come le icone sacre delle chiese, e rappresentano uno dei mezzi più forti con i quali si afferma la propria personalità. Sono simboli, i poster, i libri, i film e le canzoni di cui durante l’adolescenza sentiamo un’inappagabile desiderio di appropriarcene, in cui infondiamo tutte le nostre speranze, le nostre aspirazioni, i nostri sogni. Tutto un intero mondo dentro quei simboli. Cosa che nel film vediamo accadere anche al figlio maggiore della famiglia Berkman, Walt, che per il saggio scolastico di fine anno presenta una canzone dei Pink Floyd, Hey You spacciandola per propria, giustificandosi nel momento in cui verrà scoperto, che non «non importa» perché è una canzone avrebbe potuto scrivere lui.
Ancora ad una citazione è affidato il finale, che richiama quasi alla lettera proprio quello de I Quattrocento Colpi, con la lunga corsa di Walt che culminerà con il passaggio della “linea d’ombra”: la visione del Calamaro e la Balena.
Soggetto e sceneggiatura: Noah Baumbach.
Direttore della fotografia: Robert D. Yeoman.
Montaggio: Tim Streeto.
Interpreti principali: Owen Kline, Jeff Daniels, Laura Linney, Jesse Eisenberg, William Baldwin, Anna Paquin.
Musica originale: Britta Phillips e Dean Wareham.
Scenografia: Anne Ross e Jennifer Dehghan.
Origine: Usa, 2005.
Durata: 81 minuti.
Articoli e approfondimento: Rassegna stampa / Gli Spietati / Duellanti
GIOVANNI DI BENEDETTO, SETTEMBRE 2009. Prima pubblicazione: My Desk.
Commenti
piacevolissima sorpresa questo film di Noah Baumbach, sicuramente uno dei nomi da tenere sott'occhio insieme a Wes Anderson, Spike Jonze, Alexander Payne, Todd Solondz, Jason Reitman, del nuovo cinema americano.
"Il Calamaro e la Balena di Noah Baumbach è un?opera che si inserisce senza dubbio in questo filone più nobile del ?cinema che racconta l?adolescenza?".
Concordo. Lo vidi un paio d'anni fa e mi piacque molto, e solo per puro caso non lo recensii qui per Lankelot, visto che ho postato numerosi pezzi di film sul tema adolescenza. Felice che tu ne abbia scritto;)
Infatti ho colto proprio il tuo suggerimento, poichè ne accennavi nella recensione di Juno!
Quindi, grazie a te, Leon! :)
"Da sempre, durante l?adolescenza, i poster con le quali si ornano le pareti della propria stanza sono come le icone sacre delle chiese, e rappresentano uno dei mezzi più forti con i quali si afferma la propria personalità. Sono simboli, i poster, i libri, i film e le canzoni di cui durante l?adolescenza sentiamo un?inappagabile desiderio di appropriarcene, in cui infondiamo tutte le nostre speranze, le nostre aspirazioni, i nostri sogni. Tutto un intero mondo dentro quei simboli. Cosa che nel film vediamo accadere anche al figlio maggiore della famiglia Berkman, Walt, che per il saggio scolastico di fine anno presenta una canzone dei Pink Floyd, Hey You spacciandola per propria, giustificandosi nel momento in cui verrà scoperto, che non «non importa» perché è una canzone avrebbe potuto scrivere lui".
Ottima considerazione. E che sia stata scelta proprio la bellissima Hey You (per me uno dei testi in musica più belli mai scritti) come emblema di ciò che il ragazzo - un'intera generazione, direi - avrebbe voluto scrivere rende il sottotesto dell'opera ancor più convincente. E poi Baumbach non fa mai citazionismo gratutito, è tutto funzionale al film. E gli attori sono bravi, che non guasta. Davvero un bel film, da riscoprire. Sempre ottimo, Giovanni, pezzo davvero ben fatto.
3 - Ah, felice ancor di più che ti sia piaciuto, allora.
4. Mi sono ricnosciuto completamente in quella situazione, accidenti. Le mie prime "poesie" che ho scritto a 14/15 anni non erano altro che asseblaggi di diversi testi musisicali. E quando li facevo leggere e ricevevo i complimenti, il senso di colpa non mi sfiorava perchè mi ripetevo le stesse parole di Walt: "Non importa. E' come se le avessi scritte io".
Davvero un film che ha mi ha toccato e conquistato. E, come dici giustamente, ottimi attori. Recitazione mai sopra le righe, anzi.
"Già sceneggiatore con Wes Anderson (qui produttore) del bellissimo Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou,"
> Mi sa che quel film ci manca. Nel vecchio lanke ne aveva scritto simone buttazzi. Se qualcuno vuole rimediare...
www.youtube.com/watch?v=gELhNbDcLE0 HEY YOU
"don't give in without a fight".
"Together we stand
divided we fall".