La regista televisiva Marta è in procinto di cominciare un nuovo programma televisivo incentrato su alcune autorevoli personalità di ambito scientifico e intellettuale. In compagnia dei suoi collaboratori si mette in viaggio per l’Europa alla ricerca dei personaggi che popoleranno la sua trasmissione e, tra i tanti intervistati, si imbatte in un santone che pratica sulle persone una sorta di ipnosi capace di condurre l’individuo a una dimensione regressa, inconscia, mai vissuta.
Marta, dopo qualche dubbio iniziale, si sottopone all’esperimento e viene catapultata nell’epoca del grande Ludwig Van Beethoven, sua ossessione nella vita reale, e adesso suo amico e maestro.
Fischiato dalla critica e dalla gente – false le testimonianze di un pubblico che avrebbe applaudito con convinzione – la seconda opera di Battiato nasce e muore all’insegna di una ricerca artistica che fa convergere poesia, musica e immagini verso un nuovo intreccio, lontano dagli schemi prestabiliti, moderni e modaioli, e legato invece a una sperimentazione nata sotto il segno della trilogia che solo dopo la terza opera potrà esserci davvero chiara.
Questa seconda opera è comunque già completa di per sé, se si pensa ai conflitti sonori che il regista sviluppa tra l’ascolto sordo e silenzioso di Beethoven mentre dirige la sua sinfonia e la musica del maestro che travolge e manda in visibilio la platea: un semplice accorgimento, quasi scontato nella sua messa in pratica, che comunica però tutta la potenza del genio di Bonn: quella forza misteriosa che a fronte della sordità continuò a sgorgare ancor più copiosa di prima.
Alcuni non hanno perdonato al film la complessità intellettuale e filosofica dei dialoghi di Manlio Sgalambro, altri hanno puntato il dito contro gli attori e il regista, incapace, a parer loro, di dirigere gli attori in modo adeguato: ma la scelta di attori “stradali” e l’estraniamento brechtiano e amatoriale che muove l’approccio attoriale è voluto. Battiato si risolve cosi perché cerca altre vie emotive, perché rifugge dai cliché cinematografici che non gli sono e non gli saranno mai propri, perché non prova alcun interesse verso l’immedesimazione ma osserva e racconta a modo suo: la musica assurge a strumento principale di comunicazione e trascende ciò che dovrebbe spettare alle immagini.
C’è poi, alla base dell’opera, una nuova scelta strutturale coraggiosa e avanguardistica: l’intreccio che dà l’avvio al film è solo un pretesto narrativo che viene, infatti, cancellato dopo circa venti minuti dalla regressione che ci conduce all’epoca di Beethoven. Non c’è dunque rispetto o ancoraggio ai vecchi stilemi classici – dove la linearità, il colpo di scena e il lieto fine la fanno da padroni – perché la storia, nonostante i numerosi accadimenti, è priva di scosse drammaturgiche. Né tantomeno c’è aderenza alle nuove schizofreniche messe in scena – che il regista ha invece realizzato in alcuni videoclip che raccontano la sua musica. Qui Battiato sperimenta secondo scelte autoctone e autonome e per questo va premiato, sperimenta perché a differenza di altri “autori” qualunquisti è bramoso di possedere una propria tecnica, una poetica personale, sua e di nessun altro.
Il cast importante – Bergamasco, Gifuni, Cescon – è difficile da giudicare visto le richieste attoriali dell’autore catanese e il contesto surreale in cui è costretto a recitare. Esemplare l’interpretazione di Jodorowsky: il suo Beethoven, scanzonato e beffardo, geniale e rabbioso, è proprio quello che ci aspettavamo da un geniaccio come lui.
Settembre 2005.
Regia: Franco Battiato.
Soggetto e Sceneggiatura: Franco Battiato, Manlio Sgalambro.
Direttore della fotografia: Daniele Baldacci.
Montaggio: Riccardo Sgalambro.
Interpreti principali: Alejandro Jodorowsky, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Michela Cescon, Chiara Muti, Manlio Sgalambro, Antonio Rezza.
Scenografia: Luca Volpatti.
Costumi: Monica Celeste.
Produzione: Francesco Cattini.
Origine: Italia, 2005.
Durata: 92 minuti.
Info: sito ufficiale del regista
Articoli e approfondimento: Cinematografo.
Commenti
A me è parso molto più una pagina d'appunti in immagini, che non un opera definita (seppur trancio di una trilogia). Schizzi, annotazioni, ricerca incerta di quale registro possa più adattarsi ad un testo che ancora non c'è. Mi pare di percepire un groviglio di ipotesi del tutto personali - non sempre riuscite o comprensibili (non nel senso che non possano essere fruite, ma che non vogliano esserlo). M'è piaciuto comunque abbandonarmici, con qualche nostalgia per Brunatto e Co., col trionfo dell'orgasmo poi nella sequenza di Antonio Rezza.
Come al solito hai colto nel centro Luca. La recensione è del tutto personale e non ti nascondo che spesso è dettata da una nostalgia verso il Battiato musicista che, purtroppo, è sempre e troppo al di sopra del Battiato-cinematografo. Ma non riesco a scrivere male di lui e quindi mi appiglio, mi arrampico e cerco di tirare fuori quello che c'è di buono. E che comunque, secondo me, c'è. Lo aspetto al varco per la terza opera nella speranza che possa almeno acquistare qualche buona dose di strutturalismo cinematografico: e tuttavia la struttura, volendo radiografare quest'opera trasversalmente, è forse proprio perchè anomala e "postmoderna" l'aspetto più interessante di Musikanten.
Assolutamente d'accordo. :)
Vedo che vi siete ritrovati subito. Bene, bene. bene.
BENE.