Opera prima del regista francese Christophe Barratier, chitarrista classico innamorato del cinema, figlio d’arte, “Les Choristes” è il remake di “La Cage aux rossignols” di Jean Drèville (1945). È una tragicommedia realizzata con garbo, misura, dolcezza e grande umanità: lo spirito dell’opera sembra poter consistere in un indovinato ibrido tra il romanticismo di “Dead Poets Society” di Peter Weir, la sensibilità nei confronti dei problemi dell’infanzia “disadattata” de “Le regole della casa del sidro” di Lasse Hallström, la rappresentazione della musica come fattore di coesione, divertimento e rigenerazione di “School of Rock” di Richard Linklater.
La vicenda è ambientata in un istituto di rieducazione per minori “quasi adatti” – per dirla con Peter Hoeg – nel 1949: spiega, a questo proposito, il regista: “Pensavo che proiettando questa storia nel passato avremmo un po’ dimenticato l’attualità e ci saremmo concentrati soltanto sulle ferite di questi bambini, sull’universalità della loro sofferenza, la mancanza dei genitori, le punizioni. Se invece fossimo rimasti nell’attualità avremmo dovuto parlare di Parigi nel 2004, dei problemi di questa città, problemi che sicuramente sono diversi da quelli di Roma, di New York. Non volevo fare un film sociale ma un film che parlasse della psicologia infantile” (fonte: Trovacinema). L’intento del cineasta francese sembra sia stato perfettamente conseguito: l’asse portante della pellicola è l’indagine e la riflessione sulla condizione degli adolescenti abbandonati a se stessi; potremmo restituire alla memoria dello spettatore, allora, lo spirito dello splendido “I quattrocento colpi” di François Truffaut, suggerendo implicitamente che certo ribellismo e certa renitenza alle norme, alle consuetudini, alla “pax borghese” sia in questo film replicata, reiterata, ribadita. Con una dolcezza e una misura, come s’accennava in apertura, davvero toccanti e commoventi. Una trama così lineare – come vedrete, leggendo più avanti – poteva precipitare il film nel melodramma, nella sciatta e trasandata ennesima variazione sul pattern “arte salvifica nell’adolescenza”, previa edificazione d’antieroica e fascinosa figura di mentore. Così non è stato: questo è l’esordio d’un regista di straordinaria sensibilità, in grado di difendere e tutelare la sua creazione dagli avidi tentacoli della banalizzazione, della semplificazione ad uso e consumo del (si legga: ad agevolare la comprensibilità per il) laido totem del “grande pubblico”: è l’opera d’un cinefilo e di un musicista che sa comunicare amore e passione per le arti, e intelligenza dell’umanità emarginata ed estraniata.
In questo film non incontriamo nessun personaggio assolutamente fortunato, assolutamente solare, assolutamente luminoso: è una parata di “gloriosamente sconfitti”, di predestinati alla sofferenza e alle difficoltà, di abbandonati dalla buona sorte; a dispetto dei talenti, della sensibilità, dell’innocenza. Consola solo in parte sapere che il destino dell’allievo più brillante, Pierre Morhange (Jean-Baptiste Maunier), si riveli – nel tempo – luminoso e gratificante.
La storia è narrata, infatti, interamente in analessi: il maturo compositore Pierre Morhange viene raggiunto dalla notizia della morte della madre, in Francia, e torna nei luoghi della sua infanzia per onorarla. Là incontra il suo vecchio compagno di studi Pépinot, che gli consegna un diario, composto dal loro antico mentore Clément Mathieu (Gérard Jugnot): la storia, dunque, è narrata da Clément, sin dal giorno del suo ingresso nella scuola “speciale”.
Ingaggiato come sorvegliante, è in realtà un professore di musica disoccupato.
L’ambiente sembra eccezionalmente ostile: i ragazzi non sono estranei alla violenza e alle rappresaglie nei confronti del personale dell’istituto; sembrano, a dirla tutta, esacerbati dai metodi violenti del Direttore, Rachin (François Berléand), fautore del principio “azione-reazione” come unico viatico alla rieducazione di questi sfortunati marmocchi.
Clément non ha abbandonato il suo amore per la musica: così, in aperta opposizione ai metodi reazionari di Rachin, conquisterà la fiducia dei ragazzi coprendo le loro piccole (e non) malefatte e cercando, con calma e con grande passione, di educarli al canto. Nascerà un coro, che vedrà scintillare il talento del piccolo Pierre: demonio dal muso (e dalla voce) d’angelo, figlio d’una ragazza madre, Violette (Marie Bunel) – vagheggiata disperatamente dal povero Clément, vittima del più canonico dei colpi di fulmine (e d’un implacabile rifiuto).
Assisteremo così alla nascita di questo coro di adolescenti in via di recupero, al lento ritorno all’armonia d’un ambiente che sembrava prossimo ad assumere i tratti d’un carcere, alla solidale ed empatica amicizia che mostreranno al sorvegliante-musicista il professor Chabert (Kad Merad) e i ragazzi, alla tenerissima esistenza del bimbo orfano Pépinot (Maxence Perrin) e all’inevitabile scontro tra due scuole d’educazione; quella repressiva e violentissima di Rachin e quella tollerante e coraggiosa di Clément. “Les Choristes” non è solo un tributo grande alla musica: è un’elegia dei vinti che rifiuta il patetismo e la drammatizzazione, per restituire speranza e fede nell’umanità e nella gozzaniana poesia delle piccole cose.
Da vedere.
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Novembre 2004. Prima pubb: Lankelot.com
Regia: Christophe Barratier. Soggetto e Sceneggiatura: Philippe Lopes-Curval e Christophe Barratier. Direttore della fotografia: Carlo Varini, Dominique Gentil. Montaggio: Yves Deschamps. Interpreti principali: François Berléand, Jean-Baptiste Maunier, Gérard Jugnot, Jean-Paul Bonnaire, Kad Merad, Marie Bunel, Maxence Perrin. Musica originale: Bruno Coulais, Christophe Barratier. Produzione: Jacques Perrin, Arthur Cohn, Nicolas Mauvernay. Origine: Francia / Svizzera / Germania, 2004. Durata: 95 minuti.
Info Internet: Sito ufficiale / Intervista al regista (TrovaCinema). Articoli e recensioni: Repubblica / Castlerock / Cinematografo.
Commenti
Questo invece è proprio un bel film, con momenti di poesia malinconica davvero notevoli: un'elegia dei vinti mai patetica. Si, ottima osservazione.
E la colonna sonora tiene, a distanza di tempo (considerando il genere, era impresa difficile).
Un film bellissimo, apprezzo i paragoni iniziali con altri film (ma school of rock mi manca però), a me piaceva la figura del maestro o meglio dell'educatore che riesce a trasformare in un gruppo una banda di ragazzini sfortunati e sbandati. Il film unisce le riflessioni sull'educazione a quelle sulla musica e, appunto, non scade mai nel patetico, è pieno di poesia e grazia.
aggiunte locandina & qualche
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