Schroeder Barbet

Barfly

Autore: 
Schroeder Barbet
Se Marco Ferreri non era riuscito a rendere i racconti nel suo infelice Storie di ordinaria follia – con un ridicolo Ben Gazzarra gaio e sornione in mezzo ai barboni – Schroeder ha realizzato un buon lavoro, specie perché partito da una sceneggiatura dello stesso Bukowski. Ricordi autobiografici si alternano a storie di fantasia in questa panoramica di un’America sottoproletaria e violenta. Quella da sempre raccontata con lucido sarcasmo non da un voyeur, ma da un uomo di strada; come una favola cavalleresca scritta da un autentico paladino spavaldo, solo per se stesso. Bukowski scriveva per sé, lo palesa il fatto che abbia incontrato il pubblico con vecchie storie, scritte quando solo l’alcol e la solitudine avevano il coraggio di tenergli compagnia.
 
Lo scrittore con Mickey Rourke.



È interessante il romanzo Hollywood, Hollywood! in cui Bukowski racconta della sua esperienza col cinema: lo pagano una fortuna per scrivere una sceneggiatura che, dopo irreali inconvenienti, va in porto e ne nasce un film: Barfly – il titolo tradotto letteralmente significa “mosca da bar”, ed indica ovviamente il cliente al bancone. Nel libro tutto è oscurato, i nomi sono cambiati ma è impossibile non riconoscere una grassa caricatura di un tale chiamato Jon-Luc Modard, che quando beve troppo parla ininterrottamente senza curarsi d’essere ascoltato. Il film ha una struttura circolare e, come spesso succede nei libri del vecchio sporcaccione, si direbbe che non accada nulla. Henry Chinaski è un disoccupato che passa le serate a scazzottarsi in un bar frequentato da altrettanta povera gente che si consuma dietro un bicchiere. C’è la vecchia battona, il barman palestrato (interpretato dal fratello di Sly), l’alcolizzata nemmeno in grado di parlare, e Chinaski, senza un soldo, che passa l’esistenza tra un whisky offerto dal padrone e un rissa. Abita in una bicocca in affitto, dalle pareti lerce, sostenuto da Mahler alla radio e da una matita per appuntare qualche frase su un foglio di carta sgualcito. Incontra Wanda, un’altra anima fragile e schiava dell’alcol.

 
 
“Henry, se venisse un uomo con una bottiglia di whisky…io andrei con lui”.
 
Bukowski è interpretato notevolmente da Rourke – nel libro l’autore confessa di rivedere se stesso nella recitazione dell’attore – che dondola con le gambe pesanti, il mento in avanti e lo sguardo intontito da troppi cazzotti. Divino è il suo inarcare la schiena, come nel tentativo del personaggio di apparire più imponente che, al contrario, lo rende ridicolo a chiunque. La leggerezza della narrazione si estende scorrevole lungo tutta la pellicola, intervallata da momenti di strepitosa e raffinata euforia nonsensical, marchio indelebile dello scrittore: la sequenza in cui Chinaski si sveglia con un emorragia alla testa, dovuta ad alcune violente borsettate, ed arrivano due infermieri incompetenti che si lamentano, di fronte allo scrittore intontito e coperto di sangue, che “qui non c’è nessuno che sta male”. Convinti di essere venuti per niente, se ne vanno.
 
 
 
L’umorismo in Bukowski è fondamentale quanto l’alcol; il sesso al contrario è relativo, tanto che nel film non ce n’è. Si respira un’atmosfera da bassifondi, ma relativamente sporca: storie ambientate alla luce del sole, ma in quartieri dormitorio con vecchie tardone che fanno l’uncinetto sui marciapiedi accanto ad un divano abbandonato. 
A Chinaski viene offerta la possibilità di cambiar vita, per via di una editrice benestante che s’invaghisce di lui, ma preferisce la realtà notturna delle scazzottate e la vita alla giornata. Perso un treno se ne può trovare uno nuovo e, a differenza di Chinaski che preferisce l’alcolizzata Wanda alla ricca Tully e s’accontenta dell’alcolismo, il vero Bukowski è riuscito a risorgere, rifarsi una vita e poter affermare superstite che “la vita comincia a sessant’anni”.
Un film decisamente per pochi, non tanto per la complessità o l’impegno che vantano solitamente i film d’essai, quanto perché la pellicola in sé decontestualizzata, è priva di senso. Chi conosce Bukowski non può non apprezzare la trasposizione in immagini delle sue vicissitudini, chi si confronta con Chinaski in totale ignoranza rischia solo di emozionarsi.
 
Regia: Barbet Schroeder.
Soggetto e Sceneggiatura: Charles Bukowski.
Interpreti principali:
Mickey Rourke, Faye Dunaway, Alice Krige, Frank Stallone, Roberta Bassi, Joe Urgen, Charles Bukowski.
Fotografia: Robby Muller.
Montaggio: Eva Gardos.
Scenografia: Bob Ziembicki.
Effetti: Clive R. Kay.
Musica: Jack Baran.
Produzione: Cannon Group.
Origine: USA, 1987.  
Durata: 97 minuti.

Epicentro, Gennaio 2006
ISBN/EAN: 
8010312084096

Commenti

“come una favola cavalleresca scritta da un autentico paladino spavaldo, solo per se stesso. Bukowski scriveva per sé, lo palesa il fatto che abbia incontrato il pubblico con vecchie storie, scritte quando solo l'alcol e la solitudine avevano il coraggio di tenergli compagnia”.

Splendido quel primo periodo. Approfondiamo questo aspetto del paladino spavaldo che scrive per se stesso. Molto affascinante e molto letterario (e io curioserrimo chiedo lumi).

*

(solo l’a. e la solitudine. Tragico e bellissimo come pensiero. Vero. Ma.

“ma preferisce la realtà notturna delle scazzottate e la vita alla giornata. Perso un treno se ne può trovare uno nuovo” > fosse vero. Mica vero.
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Buk. lo rileggerò attorno ai 50 anni. A 19-20-21 ha avuto un certo peso ma non mi ha devastato. Troppo acerbo io come lettore, senza dubbio.

In soldoni: c'è un romanzo di B. a cui sono molto legato, "Panino al prosciutto" che è un'autobiografia in cui saltano fuori molte cose interessanti. Per esempio che ha abbandonanto l'università (periodo: seconda guerra mondiale) al primo anno scappando di casa. Che l'alcol lo ha sviscerato sino a fargli rigurgitare sangue senza sosta in una barella di un ospedale con altri barboni. Che da allora ha condotto una vita più regolata sostituendo il vizio con uno meno autodistruttivo: le corse dei cavalli. Che il successo è arrivato negli anni 70 quando i racconti risalgono anche a vent'anni prima. Quest'uomo ha vissuto da solo per strade e albergacci e celle di prigioni, con un'indole per la poesia e le belle arti (dipingeva) e comprenderai che vivere esperienze estreme non può portare uno spirito simile a non gettare angosce e ricordi su un pezzo di carta. Le reali ambientazioni dei racconti sono di per sé un genere letterario (per quanto gretto) e il viverle le rende eccezionalmente "realistiche", benché ancor più letterarie, quindi fittizie. Bukowski è voyeur e protagonista, quindi protagonista e critico (protagonista critico) dei canoni della letteratura che produce, che altro non è se non la propria vita. L'eccezionalità sta da un lato nell'aver vissuto da "poeta maledetto" però sottoproletario, dall'altro essersi fatto testimone di un sé precendente ripubblicandosi e continuando una produzione successiva che non tradisce essenzialmente l'autentico e originario sottoproletario paroliere.

Il secondo passo è riferimento al film, soprattutto. Non ho idea di come Bukowski abbia acciuffato quel treno che l'ha portato al successo, ma a livello generale i treni passano e tu, per piacere o per forza, ne sei testimone. Se ne può trovare uno nuovo.

(vero).

miracolo!

[Barfly] codice ean! (c'è il

[Barfly] codice ean! (c'è il dvd). Eliminati tag "letteratura e narrativa"

[barfly] a proposito,

[barfly] a proposito, finalmente l'ho comprato. Grazie Hammer.

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