Un’esistenza solare e trionfale destinata a rovesciarsi rovinosamente in una cupa e asettica sopravvivenza; un sogno di potere, di gloria e di grandezza massacrato da una sorte miserabile, spietata e imprevedibile. Nel crepuscolo dell’Impero Cinese, vita e vicende dell’ultimo imperatore, Aisin-Gioro Pu Yi, eletto nella più totale incoscienza, a neppure tre anni, detronizzato dalla crescente destabilizzazione politica del Paese, tramortito dalla fallimentare e artificiosa speculazione dello stato fantoccio del Manciukuo e lobotomizzato dal regime di Mao. Bertolucci si conferma un Kubrick “caldo” (ossimoro?): uno stile magniloquente e una profondità di campo straordinaria, una singolare capacità d’introspezione e una elettiva sensibilità cromatica si sposano a una passionalità addirittura parossistica e ad una deliziosa, episodica trasandatezza che il maestro di “Barry Lyndon” non conosceva.
L’erotismo non è esposizione d’un corpo femminile: è evocazione e provocazione, superbo esotismo, disinibizione. L’eccezionale vita del protagonista non è documentata con glaciale equilibrio, né narrata rispettando linearità temporale: ma frastornata e frastagliata da frequenti flashback che originano un felicemente estraniante cortocircuito nello spettatore. Ci si balocca con un’interpretazione che viene spazzata via da un nuovo balzo temporale; si simpatizza per un tratto distintivo della personalità d’un personaggio per poi vederlo assopito o ripudiato o assorbito dagli anni; si prova l’autentica euforia dell’abbandono all’inganno, desolati, disorientati e stupiti.
“L’ultimo imperatore” è un “Barry Lyndon” più aristocratico, più esasperato e meno lineare: la gloria è gloria massima, totale e innegabile, la disgrazia è disgrazia irrimediabile, nera e irrisolvibile. La volontà di un (grande e contraddittorio) essere umano si scontra con la realtà: l’immaginazione e l’ambizione si infrangono sugli scogli della sfortuna e dell’incomprensione.
La trama. Manciuria, 1950. Confine tra Russia e Cina. Prigionieri trasportati in treno: destinazione, un campo di rieducazione politica, nel pieno rispetto dei dettami rivoluzionari maoisti. Qualcuno s’inginocchia, deferente, al cospetto di un uomo vestito esattamente come lui: quell’uomo era stato l’individuo più potente del caduto Impero, la speranza del popolo. Trionfa il grigio: nelle divise, nella stazione, nel cielo. Plumbeo sembra perfino Pu Yi (John Lone), nel disperato tentativo di suicidio in un bagno: il sangue che scivola via, rosso, nel lavandino trascina la memoria dell’ex imperatore nel passato.
Pechino, 1908. Aisin-Gioro Pu Yi è il nuovo signore dei diecimila anni: il Signore di una grande terra, l’unico uomo che potrà vivere nella Città Proibita, circondato da donne ed eunuchi. Pu Yi è di origine manciuriana: minoranza potente e detestata nel resto del Paese. Pu Yi è un bambino di appena tre anni: assiste alla morte della Regina vedova, viene incoronato, testimonia la parata in suo onore. È una scena che toglie il respiro: il piccolo gioca e corre in direzione di uno splendido e immenso velo giallo; sembra quasi volerlo adattare ad aquilone. Poi il velo si solleva, e ai piedi del bambino appare una distesa di uomini che s’inchinano e lo omaggiano.
Bertolucci regala un’immagine di sfarzo impeccabile, deliziando lo spettatore con una ricchezza e una vitalità cromatica che accendono e incendiano lo spirito. Si riesce addirittura, per un attimo, ad accettare la degradante idea che un uomo (un bimbo) possa avere, per diritto di nascita, potere su un intero popolo: l’impossibile impresa del regista è trasformare in naturale un evento che è odioso, prevaricatorio e inumano. La genialità è nella maniera di porgere una bestialità del genere: appare già scritta, pacifica e convenzionale.
Il marmocchio-imperatore viene accolto dalla corte e abbandonato dai genitori. Egli è destinato a essere incarnazione d’un’autorità divina. Non è più uomo.
Non è nato per essere uomo.
Stacco. 1950. Pu Yi entra nel carcere. Uomo tra uomini. Impeccabile rovescio della sorte.
Stacco. 1915. Ritrova la madre, incontra il fratello. Sarà proprio il fratellino a rivelare l’avvento della Repubblica, in una scena che, ancora una volta, attraverso l’espediente del gioco annuncia ed esterna una rappresentazione simbolica di incredibile efficacia. Ora, Pu Yi vivrà nel suo primo carcere: aurea prigione sarà la Città Proibita. Mai potrà uscirne, per anni. Dovrà restare in attesa di un nuovo clima politico. Perché Pu Yi è ruolo e simbolo: non più uomo, ripeto. Superlativa la claustrofobia suggerita, di qui in avanti, dal regista: il piccolo Imperatore, diventato ragazzo, s’aggira per i corridoi e per i grandi atri e gli splendidi piazzali della Città Proibita: sembra misurare i passi che lo separano dalle porte, sempre ermeticamente chiuse e sorvegliate da numerose guardie. Unica fonte di speranza e di gioia, oltre alla compagnia delle cortigiane, sarà il suo precettore, lo scozzese Reginald Johnston (Peter O’Toole): mentore, guida e padre spirituale, crescerà il ragazzo come un occidentale, educandolo alla bellezza e nutrendo la sua mente con dolcezza e intelligenza.
Il matrimonio dell’ultimo imperatore: la prescelta è Wan Yung (Joan Chen), non manca una seducente seconda consorte, non tarderanno dei favolosi menage a trois. Il prescelto cresce tra ricchezze, vizi e studio: recluso nella splendida gabbia, si troverà a dover decidere della sua esistenza appena scacciato (liberato?) dalla sua residenza dalla guardia repubblicana: (in?)consapevole marionetta nelle mani dei nipponici, tenterà d’essere nuovamente imperatore d’una “terra che non c’è” e si ritroverà senza seconda e prima moglie, cadrà nelle mani dei rivoluzionari, sarà imprigionato e sottoposto ad accurato lavaggio del cervello per una decina d’anni. Finirà in miseria, giardiniere del suo palazzo: ma, come una creatura del regno delle ombre, svanirà nel nulla in punto di morte, sedendo per l’ultima volta sul suo antico trono.
Qualche appunto. Primo cineasta occidentale a girare all’interno della Città Proibita, Bertolucci sembra propendere per una lettura positiva dell’esistenza dell’imperatore: si avverte un insolito disimpegno politico, si percepisce una concentrazione rivolta non all’ideologia, ma alla centralità di una figura complessa e contraddittoria; si canta il crepuscolo di un mondo, ma sembra quasi che si voglia denunciare che da allora ha trionfato la confusione e si è precipitati in irritanti forme para-oclocratiche. Tradimento degli ideali e dunque provocatoria apologia d’un reazionario? Non m’avventuro oltre: preferisco pensare a questo eccentrico Barry Lyndon orientale come alla storia d’un uomo che non era nato per essere uomo, preferisco pensare a “L’ultimo imperatore” come a un film che ha scardinato la nostra cristallizzata immagine della Cina del primo Novecento. Con grazia, e con intelligenza.
Lankelot Franchi, ottobre 2003. Prima pubb: lankelot.com
Regia: Bernardo Bertolucci. Sceneggiatura: Mark Peploe e Bernardo Bertolucci. Tratto da: “Autobiografia da Imperatore a Cittadino” di Pu Yi e “The Last Emperor” di Edward Behr. Direttore della fotografia: Vittorio Storaro. Montaggio: Gabriella Cristiani. Interpreti principali: John Lone, Joan Chen, Peter O’Toole, Ying Ruocheng, Victor Wong, Dennis Dun, Ryuichi Sakamoto, Vivian Wu. Musica originale: Ryuichi Sakamoto. Produzione: Jeremy Thomas, Joyce Herlihy, Franco Gioviale. Origine: Uk/Italia/Cina, 1987. Durata: 156 minuti. (Giappone: 219 minuti) Info Internet: Biografia di Bernardo Bertolucci (Italica.rai.it).
Commenti
Maestoso e fascinoso, ma troppo lento in alcuni frangenti. In ogni caso è un film da vedere, una delle poche grandi produzioni globali affidate ad un italiano.
"Un'esistenza solare e trionfale destinata a rovesciarsi rovinosamente in
una cupa e asettica sopravvivenza; un sogno di potere, di gloria e di
grandezza massacrato da una sorte miserabile, spietata e imprevedibile".
Travolgente inizio, Gianfranco.
Bertolucci raccontandoci la storia di Pu Yi Ultimo Imperatore Cinese, ci
narra non solo la vita nella sua prigione dorata e la sua caduta, ma
sopratutto la fine di una cultura millenaria nello sfondo dei tumulti
rivoluzionari che avverranno.
Il personaggio di Pu Yi è descritto in maniera magistrale, non cade nel
melodrammatico, ce lo racconta in maniera lucida, nei suoi grandi difetti e
pregi, i modi regali e la sua umanità.
In un tripudio di abiti e scenografie superbe, l'Ultimo Imperatore dura ben
oltre 2h ma non annoia, ci si immedesima e ci si emoziona.
Bellissimo.
Avendolo visto parecchio tempo fa ne serbo un vago ricordo, però positivo, appunto di scenari grandiosi e spettacolari. In più serbava tutto il mistero e il fascino di una cultura per noi molto lontana.
ecco, se devo fare una riflessione è proprio sulla scarsa conoscenza (almeno mia) delle civiltà orientali e sulla difficoltà a capirne certi aspetti, ad esempio appunto come un bimbetto possa esser già considerato sovrano assoluto e trasformato in divinità. Eppure credo che la Cina abbia alle sue spalle davvero un pensiero e una civiltà interessanti, certo prima della dittatura e prima che diventasse la nazione del capitalismo arrembante e invasivo che è oggi.
A BERNARDO
Batti la terra dura dell'autunno
tornando a casa, rallenti la corsa
e pieghi dove foglie e foglie portano
dietro, a un tuo rifugio tra gli alberi.
E' passata l'estate e passa ormai
questo tempo di quiete giornate
che segna appena il tuo piede impaziente
a un sole che si vela abbandonandoci.
Dove le viole sfiorirono a mucchi
selvatiche, e le lucciole seguirono
e si persero anch'esse, ora solleciti
lumi e fumi, presagio dell'inverno.
*
Attilio Bertolucci, "A Bernardo", da "Lettera da casa".
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