Avati Pupi

La casa dalle finestre che ridono

Autore: 
Avati Pupi
In un paesino della bassa padana viene convocato Stefano, giovane restauratore che dovrebbe riportare agli antichi splendori un affresco situato in una piccola chiesa. Si tratta di una macabra rivisitazione del “Martirio di San Sebastiano”, ultima opera del defunto pittore pazzo Buono Legnani. Il Legnani amava ritrarre i moribondi prossimi alla morte, e aveva, a detta degli abitanti del luogo, un legame incestuoso con le due sorelle. Non tutti in paese apprezzano quest’ inaspettata visita, e qualcuno in forma anonima comincia ad intimare al restauratore di lasciare in fretta il luogo. Qualcun altro invece, è stufo di custodire in silenzio i segreti del paese. L’evocazione della figura del Legnani, denominato per le sue morbose opere pittore “delle agonie”, innesca una serie di delitti legati ad un efferato rituale. Stefano, man mano che il quadro prende forma e risveglia la propria natura demoniaca, è sempre più incline a cercare una chiave di lettura per l’ispirazione del pittore, per gli eventi inspiegabili del presente, e per le nebulose del passato. Una scia di sangue ha già percorso, e continua a percorrere, le vie delle campagne padane; una malsana passione è ancora viva e, stavolta, sta per raggiungere anche il restauratore. Il segreto di Legnani è custodito nei luoghi chiusi (le case e la chiesa); il mistero, sepolto sotto il terreno presso la “casa dalle finestre che ridono”. 
 

 
Pupi Avati, sublime maestro nel narrare i sentimenti - vedere l’intenso Il cuore altrove -, è stato sempre affascinato dal lato oscuro dell’ occulto - su tutti, L’arcano incantatore. Qui si cimenta nel suo primo vero horror, e lo fa con maestria ed efficacia. La casa dalle finestre che ridono è un thriller che respira atmosfere gotiche, e che ha ogni elemento al posto giusto: una sceneggiatura a quattro mani (i fratelli Avati, Cavina e Costanzo) che funziona benissimo, suggestive atmosfere, ombre e luci, scenografie essenziali, attori sufficientemente in parte, e un’ambientazione che si presta “occultamente” alla snodarsi della storia. Le immagini e i volti, come in ogni thriller che si rispetti, contano più delle parole: lo spavento vince sulla verosimiglianza degli eventi. E qui, come detto, di pecche ce ne sono veramente poche: l’inquietante sequenza iniziale introduce da subito lo spettatore nella narrazione; il cauto srotolarsi della vicenda, dà il tempo di far montare per intero gli stati ansiogeni; l’essenzialità dei personaggi, aumenta il senso di morte che pervade la pellicola; l’occhio del regista, disegna lucidamente i margini entro cui inquadrare i fatti. Probabilmente, questo perfetto meccanismo ad orologeria, adornato da azzeccatissimi accompagnamenti musicali, vela anche qualche pecca, soprattutto nella recitazione. Lino Capolicchio sembra perennemente in stato di trance, Gianni Cavina  - feticcio del regista, insieme a Carlo Delle Piane - è simile a come l’abbiamo sempre visto (Regalo di natale è la migliore performance con Avati), sopra le righe con naturalezza; Francesca Marciano, infine, è carina e niente di più. La vecchia, invece, è inquietante almeno quanto il prete: e non è un caso, come scoprirete. L’affresco è un’allucinazione perversa che resta nella memoria. 
 

 
Da poco restaurato (come l’affresco), La casa dalle finestre che ridono è diventato un film di culto, grazie al suo rimanere nel tempo come uno dei migliori gialli-horror italiani, alla stregua di quelli di Dario Argento. Avati, nella sua lunga carriera, ha fino ad ora toccato l’horror un paio di volte in chiave grottesca (Balsamus, L’uomo di Satana e Tutti defunti… tranne i morti) e tre in forma di giallo-gotico (il film in questione, Zeder e L’arcano incantatore). Questo lungometraggio è decisamente il migliore della serie.
 
Curiosità: Nel Dvd contenente la copia restaurata, possiamo trovare un interessante speciale dal titolo “Dietro le quinte del restauro”, ed un documentario sulla la genesi della pellicola. 

Regia: Pupi Avati. Soggetto e sceneggiatura: Antonio Avati, Pupi Avati, Gianni Cavina, Maurizio Costanzo. Direttore della fotografia: Pasquale Rachini. Interpreti principali: Lino Capolicchio, Gianni Cavina, Francesca Marciano, Vanna Busoni, Giulio Pizzirani. Musica originale: Amedeo Tommasi. Scenografia: Luciana Morosetti. Montaggio: Giuseppe Baghdighian. Produzione: Gianni Minervini e Antonio Avati. Origine: Italia, 1976. Durata: 110 minuti. 

Léon, Luglio 2005. Originariamente apparso su www.lankelot.com 
 
ISBN/EAN: 
8015221107676

Commenti

rosa di rose...

Da vedere sa soli. Senza i commenti di nessuno.

il giorno che lo vidi, vidi anche "un mistero per 8 donne" (mi pare questo il titolo, o il contrario, 8 donne etc...scusate se m'inganno) e "almost blue". un pomeriggio-serata di cinema intenso. e gratuito, peraltro. mi piacque. ma ebbi la netta impressione di riconoscere le battute scritte da Costanzo...

dai baffi, scommetto.

Battute di Costanzo? non saprei, io ogni volta che lo vedo sono rapito dalle atmosfere. Un thriller gotico rimarchevole, questo, tra i migliori in assoluto partoriti nel Belpaese. Ha ragione Epic, da vedere soli senza i commenti di nessuno.

2, l'ho visto in compagnia: ridicolo. Boh, misteri della psiche. O del cinema.

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