Avati Pupi

Impiegati

Autore: 
Avati Pupi
Ragionieri poco ragionevoli, manager sull'orlo di una crisi di nervi, yuppies alle prime armi, donne sfiorite, donne senza fiori, che vogliono rose e si torturano con le spine o magari le strappano dal cuore e le conficcano negli ignari, avidi ma imberbi amanti. E poi uomini di varia statura, a volte borghesi piccoli piccoli, a volte caricatureggianti gli american gigolò con accento milanese, a volte solo e spudoratamente italiani così come il verbo di nostra patria ahimé comanda.
E poi donzelletti che vengono dalla campagna, al primo impiego o per studiare, pieni di buoni propositi ma inermi se non incapaci a non affogare nei gorghi che la vita di città maliardamente come una lurida sirena offre ai naviganti appena arrivati in cerca dell'isola che non c'è.

Siamo nel 1984. Pupi Avati non è ancora al culmine della sua carriera di regista dedito  all'indagine di emozioni e sentimenti che abitano in provincie di nome e di fatto, perlomeno in termini di popolarità ed incassi. Appena l'anno precedente era uscito con una delle sue migliori pellicole horror , genere prediletto fino allora, ovvero Zeder.  Ma già in questo film i troviamo in nuce parte di quella sua cifra stilistica che innerverà molta della sua produzione successiva, una regia non certo d'avanguardia, senza fronzoli, minimale, forse minimalista.
 
Il protagonista, con avi contadini ma erudito grazie a generosi contributi INPS per i genitori braccianti, entra nel paradiso artificiale ufficio-fidi di una banca. Da lì le sue già fragili certezze si dissolveranno, in una serie di accadimenti che potremmo anche definire grottesco-kafkiani, in un mai eccessivamente torbido valzer di donne, amici, parole, visioni. Dove la realtà fa a pugni con la fantasia, dove le idee fanno baruffa con le bugie, dove insomma bisogna esistere e resistere, e le vittorie, poche o quante che siano, sono come le sconfitte. L'importante è mantenersi in piedi, come in un match di pugilato, la verità, la misura, la giustezza, arriveranno dopo, se verranno. E quando. E come.
Un' indagine impietosa senza troppo retrogusto acido e "nature", condotta con piglio scaltro e affrontando temi che sappiamo eppure non vogliamo sapere e con un'ottica più che amara e malinconica, aspra e quasi cinica, dalle tonalità paludose ed aride di deserto interiore. 
Per chi ha letto Kafka poi, qui vive e si erge a protagonista un senso di alienazione  e di assurdo che però è talmente intriso di reale da farci sprofondare senza appello nei lunghi primi piani, nelle inquadrature mosse dal silenzio, da una superficialità che non rinvia, anzi, è melma,noia, lotta senza quartiere, cattiveria atavica eppure contestualizzata nel nostro presente. Non credo il film possa porre domande, anche perché pare concentrarsi sulle risposte individuali o collettive che siano. Siamo senza futuro, siamo un presente condizionato ed a regime condizionale con beneficio di arresti domiciliari, fatti di case paterne sempre ospitali benché legate a precisi vincoli di ancestrale rispetto fatto di piccoli gesti, minimi sguardi, sacre ritualità e soprattutto nessuno spazio per la propria fantasia. Ed il mondo del lavoro, più che una bolgia infernale è un non luogo dove si procede inesorabilmente a desertificare emotività e buon senso, in nome di una non meglio identificata chimera chiamata successo.
Insomma la più totale ed asfittica alienazione sentimentale e comunicativa in un ufficio, in questo caso di banca, ma che evidentemente aspira ad essere metafora di tutti gli uffici del mondo. Dietro una cordialità talmente falsa, talmente indossata come maschera da sembrare di essere al carnevale. Ma non c'è gioia, dolore, amore, scherzo, capovolgimento, irriverenza. Dietro una patina di buonismo e di quieto vivere, esiste una cinica crudeltà, un vuoto a perdere che nessuno buon vino di amicizia o amore può riempire.
Non c'è nulla. Insomma un fascino indiscreto della borghesia all'italiana, dove la classe sociale è intesa in aceczione ampia e variegata, sviscerata in maniera non politica ma trasversale, lontana da ideologie, con qualche indiretto e rimando all'opera indimenticabile e francamente dimenticata del regista surrealista Luis Bunuel, ciò sempre inteso come rappresentazione su pellicola di una certa visione del mondo, non certo per comunanze prettamente filmiche o quantomeno soggettistiche. Questa borghesia appare malata e lo appare perlopiù in quelli che non lo sono per estrazione o convenienza sociale, ammorbati sin dal principio da una congenita predilezione decadentista.
Quindi la faccenda non è sociale o politica, ma ha connotazioni di carattere esistenziale.
Cinema all'italiana certo, "Impiegati", come altri film di Avati in quegli anni, più di dieci, per inciso (il cui più famoso resta probabilmente "Regalo di Natale", involgarito e deprezzato da un'inutile e banalissimo sequel qualche tempo fa). E non tragga in inganno la locandina godereccia di pretto stampo film "softcore" anni settanta. Qui le dive seminude alla Fenech recitano una parte misogina di ubriacone moleste o sessualmente represse e depresse, non è il nudo del corpo a farla da padrone, ma oscure pulsioni interiori che mettono a nudo un vuoto  incolmabile, una vertiginosa precipitante caduta verso l'abisso di una vita stanca e vuota, come il metaforico e ingessato finale che didascalicamente esemplifica a futura memoria, la necessità di un approccio meno artefatto a qualsiasi minima o massima pseudo realtà che una vita di questo tipo offre.
Che Avati sia indissolutibilmente legato al suo microcosmo provinciale su cui innesta un minimalismo di sottofondo fatto di frasi sussurrate e tecniche di ripresa molto francesi, direi, almeno in questa fase comporta un cinema fatto di riflessione ma non stancamente prolisso anche quando malinconico.
Qui si evidenzia incontestabilmente una visione della vita molto amara e senza speranza, dedicata ad una classe emergente in quegli anni che però poi faticherà a non affogare nei marasmi dell'economia italiana ed internazionale, con una certa sapiente dose realismo intriso di disprezzo senza eccessive prese di posizione visive-cinematografiche.
Da ricordare che questo film,  disponibile in dvd ma completamente obliato da critici e filmofili, per l'anno di uscita rappresenta un cinema impegnato ma non ideologicamente schierato, perfettamente godibile da chi, nel 2007, sa che delle idee si è fatto meretricio ma che comunque aspira ad imparare come e perché sia necessario ancora vedere e apprendere le inevitabili putrescenze che immancabilmente ammorbano la società ed i rapporti umani.
Ciò solo per dire che sicuramente nelle sue ripetizioni, nei sui eventuali errori estetici e di tempistica, nella sua, a volte, incomprensibile iterazione, Avati fa cinema. Non mi pare poco.
Ultima chiosa prima della chiusa, bravi nel contesto e nel paese in cui recitano, gli attori, tenuto conto che trattasi pur sempre di produzione italiana. Un encomio a Nik Novecento, scomparso troppo prematuramente, stolto e clownesco senza far ridere, quasi simile ad un attore Luca Barbareschi, intonate alla parte Elena Sofia Ricci e Consuelo Ferrara, adeguatamente inespressivo e pseudo innocente Claudio Botosso, il protagonista, dinoccolato e disperato senza sogni Dario Parisini, giovane maledetto dalla maledizione che egli stesso, da solo, si infligge: il nulla come scelta di vita.
 
Regia: Pupi Avati
Soggetto: Pupi Avati , Antonio Avati
Sceneggiatura: Pupi Avati , Cesare Bornazzini , Antonio Avati
Fotografia: Pasquale Rachini
Montaggio: Amedeo Salfa
Interpreti principali: Nik Novecento; Elena Sofia Ricci. Luca Barbareschi. Consuelo Ferrara. Claudio Botosso, Dario Parisini
Musiche: Riz Ortolani
Scenografia: Leonardo Scarpa , Giancarlo Basili
Costumi: Steno Tonelli
Origine: Italia, 1984
Durata 97 min
 
 
Avati in Lankelot
 
Recensione strutturata su quella pubblicata dal medesimo autore sul sito Ciao.it
ISBN/EAN: 
8015221107645

Commenti

sto diventando di una pigrizia insostenibile e insopportabile. Ma lo avevo promesso a Leon, la cui ultima su Avati fu davvero feconda.Anche questo è "vecchio", ma voglio raggiungere quota cento su Lankelot. Ho anche io il mio yuppismo :)

"Appena l?anno precedente era uscito con una delle sue migliori pellicole horror , genere prediletto fino allora, ovvero Zeder. Ma già in questo film i troviamo in nuce parte di quella sua cifra stilistica che innerverà molta della sua produzione successiva, una regia non certo d?avanguardia, senza fronzoli, minimale, forse minimalista."

> E questo Zeder quando ce lo portate?

"Da ricordare che questo film, disponibile in dvd ma completamente obliato da critici e filmofili, per l?anno di uscita rappresenta un cinema impegnato ma non ideologicamente schierato, perfettamente godibile da chi, nel 2007, sa che delle idee si è fatto meretricio ma che comunque aspira ad imparare come e perché sia necessario ancora vedere e apprendere le inevitabili putrescenze che immancabilmente ammorbano la società ed i rapporti umani."

> Prezioserrima segnalazione, subito memorizzata. Saprò dirti e spero non troppo in là.

2. Zeder è più congeniale a Leon,che nella "faccenda" è molto più addentrato, anche se io ho visto anche La Casa delle finestre che ridono e qualche Argento. A questo son legato da mie congetture (Kafka, alienazione, Bunuel) ed ad un ricordo nostalgico. Era disponibile ogni quattro ore su Telepiù (ricordate?) gratis, prima che ci fosse l'avvento della pay-tv. Preistoria, in ogni senso, di mie visioni

3. Dico che questo te lo puoi vedere e magari ti piace, si scarica facilmente anche se non di qualità ottima. Secondo me qualche spunto ti aggrada

Optume. E danke.

Ah Paolo, anvedi che sei andato a ripescà di Avati. Tutto pensavo tranne che fosse proprio Impiegati. Film che vidi una decina d'anni fa, senza peraltro restarne entusiasmato. Ma leggiamo quel che scrivi..

"Siamo nel 1984. Pupi Avati non è ancora al culmine della sua carriera di regista dedito all?indagine di emozioni e sentimenti che abitano in provincie di nome e di fatto, perlomeno in termini di popolarità ed incassi. Appena l?anno precedente era uscito con una delle sue migliori pellicole horror , genere prediletto fino allora, ovvero Zeder. Ma già in questo film i troviamo in nuce parte di quella sua cifra stilistica che innerverà molta della sua produzione successiva, una regia non certo d?avanguardia, senza fronzoli, minimale, forse minimalista".

Qui direi che è ottima l'analisi, sembri conoscerlo bene questo Avati;)

"Un? indagine impietosa senza troppo retrogusto acido e "nature", condotta con piglio scaltro e affrontando temi che sappiamo eppure non vogliamo sapere e con un?ottica più che amara e malinconica, aspra e quasi cinica, dalle tonalità paludose ed aride di deserto interiore".

Mi congratulo anche qui, hai centrato perfettamente il timbro di Avati - non sempre facile da restituire in parole - sul film.

"Cinema all?italiana certo, "Impiegati", come altri film di Avati in quegli anni, più di dieci, per inciso (il cui più famoso resta probabilmente "Regalo di Natale", involgarito e deprezzato da un?inutile e banalissimo sequel qualche tempo fa). E non tragga in inganno la locandina godereccia di pretto stampo film "softcore" anni settanta. Qui le dive seminude alla Fenech recitano una parte misogina di ubriacone moleste o sessualmente represse e depresse, non è il nudo del corpo a farla da padrone, ma oscure pulsioni interiori che mettono a nudo un vuoto incolmabile, una vertiginosa precipitante caduta verso l?abisso di una vita stanca e vuota, come il metaforico e ingessato finale che didascalicamente esemplifica a futura memoria, la necessità di un approccio meno artefatto a qualsiasi minima o massima pseudo realtà che una vita di questo tipo offre".

Che dire, anche qui... ma non esageriamo, altrimenti ti monti la testa;)

Il tuo miglior pezzo di cinema, Paolo. Senza dubbio.

2 - Zeder l'ho rivisto questa estate. Dunque non credo ne scriverò almeno per un paio d'annetti. Ho l'abitudine - che sia buona o meno stabilitelo voi - di scrivere di film che ho visto al massimo il giorno prima e non oltre, altrimenti non mi sintonizzo sulle emozioni interiorizzate. Semplicemente, le perdo.

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