Avati Pupi

Il nascondiglio

Autore: 
Avati Pupi

Era ora! Lasciatemelo affermare con la giusta soddisfazione. Era ora che Pupi Avati, negli ultimi vent’anni pressoché dedito a ritratti agrodolci e commedie malinconiche, tornasse a misurarsi col thriller-horror gotico, genere con cui conobbe la prima, parziale notorietà – a molti estimatori avatiani dell’ultima ora sembrerà assai strano - che ne contraddistinse gli esordi dietro la macchina da presa. Parliamo del 1970, anno in cui uscirono Thomas… gli indemoniati e Balsamus, l’uomo di Satana, film perduti nell’oblio della memoria storico-cinematografica nostrana, assolutamente introvabili, comunque rivelatori di un talento autoriale che, pur modificando successivamente l’approccio di genere, si è palesato con opere che hanno consacrato il regista bolognese come uno dei migliori cineasti dell’ultimo trentennio: tralasciando il gotico, che approfondiremo di seguito, ricordiamo titoli come Festa di laurea, Una gita scolastica, Regalo di Natale, Il cuore altrove. Tornando al gotico, genere in cui rientra a tutti gli effetti questa sua ultima fatica, Il nascondiglio, c’è da rilevare come il successo e la vasta eco arrivarono grazie ad un film che, nel tempo, è divenuto un vero e proprio cult, amato e ultra citato dai patiti dell’horror situati ad ogni latitudine, o quasi. Stiamo parlando del tenebroso e affascinante La casa dalle finestre che ridono, pellicola che, a trent’anni di distanza dalla sua uscita, può ancora togliere il sonno alle nuove generazioni di appassionati. È il tipico caso di film dall’effetto terrorizzante senza tempo (in questo, l’unico parallelo di genere nostrano che si può proporre è con Profondo rosso di Dario Argento, se vogliamo ancora più efficace nel restituire quell’angoscia-paura che il tempo cristallizza), che contribuì sensibilmente ad accrescere la cerchia dei suoi estimatori. Lungometraggio d’ambientazione padana, La casa dalle finestre che ridono ispirò ad Avati, sette anni dopo, una storia altrettanto inquietante immaginata più o meno nella stessa fascia di territorio. Non recidendo il cordone ombelicale con la sua terra natia, il regista bolognese, nel 1983, a sette anni di distanza dal suo piccolo capolavoro, terrorizza nuovamente con Zeder, inquietante parabola di non morte dall’intreccio e dal meccanismo orrorifico argentiano, sempre artigianale e sempre affascinante, comunque di livello lievemente inferiore rispetto a La casa dalle finestre che ridono. Poi un lungo silenzio sul fronte del gotico, per dedicarsi a pellicole dalle venature poetiche e dal retrogusto amaro, fino a ritornare al genere d’esordio nel 1996, con L’arcano incantatore, essendo comunque passato per il thriller classico, con il pessimo L’amico d’infanzia (1994). Il nascondiglio è un film che ruba le atmosfere in parte proprio all’atipico L’arcano incantatore, in parte a La casa dalle finestre che ridono, allorché decide per un percorso in cui l’iter possibile ci è svelato sin dal principio (non dunque la classica concatenazione di delitti), immaginando di stupirci con i classici colpi ad effetto, amplificati da musica, ambientazione e inquadrature. 

Il filone è in effetti, o sembra essere, quello delle case infestate e maledette, luoghi in cui le porte scricchiolanti, la perenne penombra, la sproporzionata grandezza interna rispetto ai pochi inquilini ospitati (in questo caso l’inquilino è addirittura solo, o comunque immagina di esserlo), la musica che interviene a scandire il momento in cui la suspance sale di livello, le soggettive, le false soggettive, gli inganni visivi con cui la macchina da presa indirizza l’attenzione dello spettatore sono tutti elementi creati ad arte per oscurare una trama che, nel migliore dei casi, risulta essere incongruente se non addirittura inesistente. Ed è quello che, più o meno, avviene anche in questo film, costruito da Avati in modo magistrale dal punto di vista tecnico-artistico, al contrario assai carente dal punto di vista della scelta di modalità di trasposizione di un’opera che lo stesso regista bolognese aveva partorito per iscritto. Le atmosfere e l’ambientazione (non dunque la trama) da cui il film contrae il debito più evidente fanno riferimento ad uno dei capolavori dell’horror, quel Gli invasati (1963) di Robert Wise che contribuì alla proliferazione degli haunted movie; ciò non deve comunque trarre in inganno perché Avati ha l’ambizione d’aver creato un’opera più complessa, una sorta di thriller psicologico che poggia interamente su una protagonista, un’italiana trapianta negli States, uscita dopo 15 da una clinica psichiatrica e decisa a rifarsi una vita. Seri problemi di schizofrenia i suoi, allorché voci nella mente avevano incominciato a perseguitarla all’indomani del suicidio del marito. Un passato non chiaro, una vicenda complessa, la donna è decisa ad affittare, con l’intenzione di farne un ristorante italiano, il piano inferiore di una tetra villa sfitta da tempo, cinquant’anni prima scenario di efferati fatti di sangue. La donna è ignara del tragico accaduto, eventi che la comunità ha rimosso relegandoli all’oblio della comune memoria condivisa. Il suo arrivo, il suo interessarsi progressivamente a quelle vecchie vicende, metterà in moto un vero e proprio meccanismo di opposizione della comunità, che attraverso il suo membro più influente le farà terra bruciata intorno. Ma cos’era successo nella villa cinquant’anni prima? Cosa ha scoperto la donna? E perché quelle voci, quei fantasmi espulsi dalla coscienza dopo una lunga terapia sembrano essere tornati?
 
 
Non vi svelerò di più, anche perché molte coordinate in merito ve le fornirà lo splendido incipit, decisamente la traccia più convincente che Avati lascia sull’intera pellicola, nella quale vi è un ricco compendio, egregiamente strutturato, delle suggestioni che tengono in vita l’intera messinscena. Messinscena che zoppica a più riprese per le numerose incongruenze narrative e per alcune scelte non proprio azzeccate di amalgama. Il nascondiglio è infatti un film slegato, parzialmente riscattato dall’abile montaggio, indeciso spesso sulla contingenza da privilegiare, affidato ad una protagonista inadatta cui la storia non regala un background sufficientemente enucleabile, tale da non consentire allo spettatore di penetrare le sue ansie: non c’è immedesimazione, ed essendo la Morante centrale per lo svolgimento del film non è una pecca da poco. Avati però è un artigiano di eccelsa qualità, e qui lo dimostra appieno coprendo la carenza di idee con una cifra tecnica e stilistica che lo distanzia abbondantemente dalla quasi totalità dei registi nostrani.
 
Il nascondiglio è un’opera che vive di falsificazioni del reale, la più evidente delle quali sta nell’immaginare una cornice noir in cui i dettagli riportano a un tempo che non trova congruenza con quello in cui è ambientata la storia: l’uso dei telefoni a gettone, l’assenza dei cellulari, l’improbabile annientamento dei lacci burocratici, la dimensione comunitaria fin troppo paesana. È un tempo emotivo, non lineare, un tempo psicologico simile a quello delle fiabe. Si gira negli States (siamo nell’Iowa), nel 2006, ma sembra essere calati, in un vortice suggestivo del tutto irrazionale, nell’amata pianura padana delle prime opere, con tanto di nebbia persistente, quel territorio spettrale che cosi sinistramente Avati aveva trasfigurato ne La casa dalle finestre che ridono e Zeder. Ciò che non inganna, invece, è proprio il titolo, perché l’enigma della presenza aleggiante nella fatiscente e solitaria struttura rimane sempre vivo, efficace e spaventevole nel suo disvelarsi allo spettatore. L’azzeccata colonna sonora di Ortolani, fedelissimo di Avati, fa il resto, contrappuntando magistralmente le sequenze ad alta tensione.
 
 
La pellicola gira fin troppo su se stessa, palesando vuoti nel corpo centrale, privilegiando il travaglio di una protagonista inquieta e destabilizzata dagli accadimenti del proprio universo psichico, dimenticando di alimentare la narrazione con la sua linfa principe: gli eventi. Se infatti Il nascondiglio dà il meglio di sé al principio e alla fine, frammenti di pellicola in cui la rappresentazione di genere si fa più manifesta e convincente, l’intero corpo della storia è filmato da Avati facendo largo uso dei classici espedienti da thriller gotico, disseminati spesso a caso, senza soluzione di continuità. L’inganno primordiale, quello di farci credere, sin dalle prime sequenze, che la dimensione soprannaturale arrivi a spiegare, a concludere, a districare l’intrigo, consente peraltro ad Avati di poter immaginare di aver centrato, pur se solo in parte, l’obiettivo. È proprio in ciò il pregio dell’opera, nella sua capacità di trasportarci ad un finale, comunque parzialmente irrisolto, senza mai perdere del tutto la tensione che insinua all’origine, abilmente disinnescando il rischio di noia, non banalizzando il tutto come la stagnazione del corpo centrale avrebbe potuto lasciar presagire. Considerando poi l’assoluta assenza di opere di genere nel nostro cinema attuale, Il nascondiglio, nonostante le pecche di scrittura e d’amalgama, è una pellicola da non trascurare anche grazie ad un epilogo che regala pregevoli sequenze d’atmosfera pienamente orrorifica. Argento, con la sua Terza madre, pur forte d’un effetto granduignolesco amplificato alla massima potenza, non raggiunge certo gli stessi brillanti risultati. Anche per questo, ma non solo, c’è da rallegrarsi dell’inatteso ritorno al gotico del regista bolognese. Una manna(ia) dal cielo per gli appassionati di genere, da troppi anni in crisi d’astinenza. 
 
Regia: Pupi Avati. Soggetto: Pupi Avati. Sceneggiatura: Pupi Avati, Francesco Marcucci. Direttore della fotografia: Pasquale Rachini, Cesare Bastelli. Montaggio: Amedeo Salfa. Scenografia: Giuliano Pannuti. Costumi: Bettina Bimbi. Interpreti principali: Laura Morante, Rita Tushingham, Treat Williams, Burt Young, Peter Soderberg, Yvonne Sciò, Giovanni Lombardo Radice, Sydne Rome, Venantino Venantini, Angela Pagano, Angela Goodwin, Chiara Tortorella, Marin Jo Finerty, Marina Ninchi, Tom Rottger-Morgan. Musica originale: Riz Ortolani. Produzione: Antonio Avati per Duea Film, Rai Cinema.  Origine: Italia / USA, 2007. Durata: 100 minuti.
 
Approfondimento in rete: www.ilnascondiglio.com
 


ISBN/EAN: 
8032807023090

Commenti

Ecco l'ultimo Avati, tornato finalmente al gotico.

Integrato archivio Avati e tag "cinema".
A domani notte!

Mh, molto interessante. Parecchio. Avati mi piace moltissimo (il suo cinema, quantomeno) e la Morante non sfiorisce mai. Dunque, appena esce in dvd si vede.

Piuttosto, hai omesso il mio Avati preferito...

"Avati però è un artigiano di eccelsa qualità, e qui lo dimostra appieno coprendo la carenza di idee con una cifra tecnica e stilistica che lo distanzia abbondantemente dalla quasi totalità dei registi nostrani." su questo (e su molto altro), t'appoggio pienamente. E' forse uno dei registi italiani che conosco meglio, avendo visto molti suoi film ed essendomi innamorato del suo cinema apprentemente semplice ma di un certo spessore, a mio modesto parere. E parlo anche della rpima fase. Visto che sono in tema di ripescaggi vi lascio una sorpresina a breve, in merito

questo se lo danno non me lo perderò. Ho visto alcune cose di Avati e il mio parere è che sia davvero l'unico regista italiano che faccia Cinema, gioca tra i generi, passa da uno stile ad un altro.

Avati però è un artigiano di eccelsa qualità.... MI SEMBRA RIDUTTIVO E VOLENDO NON CI CREDI NEANCHE TU INFATTI QUI TI CONFUTI DA SOLO:

"coprendo la carenza di idee con una cifra tecnica e stilistica che lo distanzia abbondantemente dalla quasi totalità dei registi nostrani"

cifra tecnica e stilistica significa autorialità non artigianato. Ciau

5. bene nel complesso (complesso) anche questo è un bel commento :-)

3 - Qual'è? "Festival" con Boldi? "Impiegati" con Barbareschi? Dimmi che sono curioso. (o forse Magnificat).

4 - Ci parli di Avati, Paolo? Regalo di natale?

5 - beh che male c'è se è un autore artigiano? Artigiano mica è un'offesa. Non mi sono confutato solo, Coccolino.

Il film è "Tutti defunti tranne i morti", l'hai visto? E' una chicca...

8 - Si, si è vero. Cavolo non l'ho citato. C'hai ragione! L'ho visto eccome, due anni fa, anche se preferisco "La casa dalle finestre che ridono". Ho ancora la copia, lo rivedrò, mi faccio perdonare e ne scrivo. Prima di natale;)

Mi segnala GORDIANO de IL FOGLIO

***

Vi contatto per conto della casa di produzione - DueA Film - della pellicola "Il Nascondiglio" che segna il ritorno al grande thriller di Pupi Avati. Avendo visionato il vostro sito, vorremmo mettervi al corrente del nuovo Bando di Concorso disponibile sul sito ufficiae del film:
www.ilnascondiglio.com

Sono in palio ricchi premi (VideoCamere Digitali, Cene con le Attrici del film, libri e DVD autografati), per i primi dieci classificati e la partecipazione è gratis ed avviene via posta elettronica. Si tratta di riscrivere, in 5 cartelle (pagine), il finale (molto aperto) del film.
Il Bando di Concorso è al link:
http://www.ilnascondiglio.com/it/concorso/

Saremmo molto lieti, se è voleste dare gentilmente quest'informazione nelle vostre News, agli utenti, sulla Home Page e nella NewsLetter, in modo tale da far partecipare quante più persone al concorso e non precluderne l'accesso a nessuno. Se è vostra intenzione aiutarci nella divulgazione, vi alleghiamo una News già dattiloscritta (istituzionale) e due Banner pubblicitari creati apposta per l'occasione.

Spero vogliate contattarci a questo indirizzo per farci sapere qualcosa, al più presto.

Attendendo vostre risposte, grazie per l'attenzione

A. I.

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