Grimaldi Aurelio

Nerolio

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Grimaldi Aurelio
Visto il tema, i toni e l’argomento, verrebbe da dire “ciò che state per leggere non è adatto ai bambini”. Ma dato che l’autore stesso di quanto segue non è che un ragazzo, ci possiamo pure risparmiare l’auto censura. “Che il poeta del mio film sia Pasolini oppure no è un falso problema. Caso mai, si tratta del “mio” Pasolini, quindi necessariamente inconfrontabile con quello vero e storico. E il “mio” Pasolini è un artista assoluto e totale. E il vero artista – dice il poeta del film – è artista anche quando scrive la lista della spesa”.
 
Nerolio.
Nerolio ricorda inevitabilmente l’ultimo progetto letterario di Pasolini fu Pier Paolo. Il nero Petrolio che lo scrittore bolognese non riuscì a terminare, per motivi più noti del suo stesso cognome. Nomee che l’hanno accompagnato, preceduto, ricordato, dimenticato. E poi recuperato. Tra le macerie di un immondezzaio come un intellettuale misantropo e isterico con la fissa per i bambini. L’immagine pubblica di Pasolini è a sommi capi questa. Un regista che faceva film incomprensibili e che comperava i corpi dei minorenni. Bravo sì, ma un po’ maiale, questo Pasolini. Basti guardare i film che ha fatto.
Eh…
 
Ma non è questa l’immagine del Pasolini di Grimaldi, no. È cento volte più mostruosa. Il regista che in gioventù ha stroncato gli ultimi capolavori cinematografici del poeta propone una versione privata che dell'estremo e della pulsione squisitamente sessuale fa la propria bandiera. Ma veniamo alla trama.
 
Nel primo episodio uno scrittore taciturno viaggia su un treno per la Sicilia, pensando alla terra, ai luoghi, alla nostra bella Sicilia, per dirla con Maresco. Raggiunto un albergo comincia una lunga camminata nel luogo che più gl’interessa: la periferia malfamata. Occhiali scuri, giubbotto di pelle, mani in tasca, spia dei ragazzi che giocano a pallone. Si avvicina, si mette d’accordo.
La sera, parcheggiata la propria auto sulla spiaggia, guarda i ragazzi seduti in riva attorno ad un falò. Scende, li contempla. Forza, si comincia. Ecco la prima fellatio, prima di una lunga serie che terminerà con l’ultimo ragazzo della spiaggiata.
Una fisarmonica ci accompagna al secondo episodio.
Valerio Varzo contatta lo Scrittore perché vorrebbe fare una tesi di laurea su di lui. Lo Scrittore si mostra burbero, irritato. In realtà Valerio Varzo non stima più quello che un tempo considerava un poeta, ridotto a mero autore commerciale, artista finito che si svende in miriadi di articoletti per giornali nazionali e filmetti da quattro soldi. Valerio Varzo scrive, romanzi. Lo Scrittore si incuriosisce, vuole leggere il romanzo di Varzo. Ma, presto, viene a sapere che la tesi di laurea è solo una scusa per sfondare nel mondo della letteratura, e, Varzo, è anche disposto a concedersi allo Scrittore omosessuale e stempiato.
L’ultimo episodio narra una storia nota.
Un uomo è ucciso all’Idroscalo di Ostia da un ragazzo rimorchiato nei pressi della stazione Termini.
 
Il Pasolini di Nerolio è un uomo talmente presuntuoso ed estremo che è impossibile non odiare. Il primo episodio è tratto dal frammento 55 di Petrolio, dove Carlo, il protagonista del romanzo, ha rapporti orali con un gruppo di ragazzi nella periferia romana. Il titolo del frammento è Il pratone della Casilina. Grimaldi traspone la scena dalla Casilina (periferia est di Roma) ad una spiaggia siciliana, anonima. La scena del film è composta da immagini in bianconero che indugiano sui corpi dei ragazzi, alternandosi agli occhi pieni di voglia dello scrittore, sottolineando persino rapidissimi scatti nevrotici delle labbra frementi dall’attesa. In sottofondo la voce del poeta che, didascalicamente, ci spiega quel che gli frulla per il cervello traducendo in similitudini ed impressioni il mero impulso sessuale. Si penserebbe che il brano recitato sia di Pasolini, ma non è così. Anche il testo letterario descrive una scena di sesso, e non risparmia certo espressioni forti o descrizioni particolareggiate. Solo che alle reali parole di Pasolini manca la piattezza delle immagini del film. La descrizione dell’immagine del membro del ragazzo, che Carlo osserva, in semi erezione e illuminato dalla notte, e che ha per sfondo il pratone di periferia, basta da sé per sgretolare l’intera parentesi siciliana della pellicola. L’erotismo del film si risolve in una stanca serie di connubi tra luci e parole, la cui sola esistenza pare sia il desiderio di scioccare lo spettatore. Ma l’intento gratuito di scandalizzare non va nemmeno preso in considerazione.
Del resto, lo ricorda lo stesso Grimaldi, questo non è il vero Pasolini, al limite, è il suo. Anche perché l’episodio del romanzo era quanto meno allegorico, nell’eccessivo degrado del protagonista, un Edipo colpevole di ben peggiori reati. Il protagonista del film sembra essere più un omaggio al divin Marchese, che non al poeta friulano. L’unico scopo per cui si imbatte nelle periferie sembra proprio quello di comperare sesso, e niente di più.
Tornato a casa, prova a telefonare a qualcuno, ma data l’ora non gli risponde nessuno. Non gli resta che contemplare il mare e la bella Sicilia, solo come un cane.
La seconda parte sembra metta a confronto lo stesso Grimaldi, nelle vesti del giovane studente di lettere, col vecchio Pasolini. Offensivo e irascibile, questi mal sopporta la vecchia madre, è scorbutico col ragazzo, risponde al telefono con un sornione “Ciao, testa di cazzo”, riferito ad un amico docente di Letterature comparate. È lo specchio di un artista che ha fatto il suo tempo.  “Devo uscire, respirare", dice al giovane Varzo. “Serata di macelleria. Carne fresca. Fresca e sanguinolenta”...
Un Pasolini enormemente stempiato. Affetto da coprolalia, della fase più acuta, che è disposto a lasciare la madre in macchina, sotto la pioggia, per uscire a cercare qualche amante sulle spiagge. Che bestemmia le recensioni negative ai suoi film, che è stato grande, ma non lo è più. Ma merita di essere considerato un genio, in fondo, perché sino ad una decade fa lo era a pieno titolo.
La parte finale è una visitazione del tutto inverosimile e fastidiosa sull’assassinio Pasolini. L’immagine conclusiva inquadra il cadavere e in fuori campo si sentono più voci che leggono pesanti stroncature al suo ultimo film.
Quasi a ribadirne l’operato miserevole, come la sua morte. Parole, però, che si teme siano dello stesso Grimaldi.
Il film lascia perplessi, naturalmente. Per chi ama e conosce Pasolini è un duro colpo vederne un ritratto così risentito, quasi offensivo e pregno di superficialità. Chi non ama lo scrittore non può che confermare l’ipotesi non realistica di un uomo becero e superficiale. Anche se superficiale, questo inferocito personaggio, non vorrebbe esserlo. Nerolio non vuole essere né un film elegiaco e né un film critico. Vorrebbe ridimensionare l’aurea che s’è creata attorno al personaggio sottolineando, in forma distorta, il lato animalesco della personalità del poeta, come se questo possa bastare a riassumere un personaggio così complesso come Pasolini.
 
Nerolio non sembra un lavoro riuscito. Fatta eccezione per Lucia Sardo e Piera degli Espositi, gli attori sono scandalosi. Frettoloso, spesso persino troppo reverenziale nel tentare di diffondere l’emotività del poeta con le sue stesse armi, tentando di rendere la sensibilità nascosta dietro la ferocia (pensiamo a Salò) dell’ultimo Pasolini con altrettanta ferocia: così manifestamente fittizia, da risultare spesso risibile. E non si può non sorridere nel comportamento dello scrittore nel suo studio, che ad ogni respiro sputa un insulto o una parolaccia. Vien da pensare a Sabani* ne Gli inaffidabili...
Forse l’inquadratura che più di tutte ha infastidito il giovane sottoscritto è stata una lenta panoramica di un paesaggio romano, che dai tetti vicini all’Altare della Patria si sposta sino al cupolone. Tanto per ricordare che le vicende sono ambientate a Roma. Tanto valeva applicare una cartolina con tanto di francobollo sulla pellicola. In Nerolio, l’assenza di Roma, la città che rende magico per esempio Il pratone della Casilina in Petrolio, non è accettabile pur parlando di un Pasolini non realistico. Dividere Pasolini, la sua vita, la sua opera, la sua poetica – specie se si parla dei ragazzi di vita – dalla capitale è davvero sintomo di bersaglio mancato.
Un film che non convince e un po’ annoia, nella sua vana ricerca di purezza fra l’immondizia e il politicamente scorretto a tutti i costi.
 
Laura Betti, Sergio Citti e Vincenzo Cerami (che fu alunno di Pasolini nella scuola di Ciampino e in seguito suo collaboratore cinematografico) dopo la visione del film di Grimaldi gli tolsero il saluto bocciando la pellicola senza mezzi termini.
 
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*Gigi Sabani in Gli inaffidabili (di Jerry Calà, 1996) per mascherare la totale mancanza di talento recitativo enuncia un’infinita serie di parolacce gratuite che si protrae per tutta la durata del film.
 

Regia: Aurelio Grimaldi.

Soggetto e Sceneggiatura: Aurelio Grimaldi.
Montaggio: Mauro Bonanni.
Interpreti principali: Marco Cavicchioli, Vincenzo Crivello, Piera degli Espositi, Lucia Sardo.
Costumi: Maria Vittoria Sesta.
Musica originale: Mauro Soldatini.
Origine: Italia, 1998.
Produzione: Arancia Film.
Durata: 90 minuti.
ISBN/EAN: 
8032825661939

Commenti

mi hai rubato il primato del primo articolo del mese di luglio!
mascalzone truffaldino!!!!

Però non ha detto che li mangiava pure i bambini.

Il sottotitolo del film mi sa potentemente di arcadia, ma potrei confondermi con porcheria.

"Del resto, lo ricorda lo stesso Grimaldi, questo non è il vero Pasolini, al limite, è il suo. Anche perché lâ??episodio del romanzo era quanto meno allegorico, nellâ??eccessivo degrado del protagonista, un Edipo colpevole di ben peggiori reati. Il protagonista del film sembra essere più un omaggio al divin Marchese, che non al poeta friulano. Lâ??unico scopo per cui si imbatte nelle periferie sembra proprio quello di comperare sesso, e niente di più". > perché non proponi tutta una serie di letture sul rapporto tra PPP e le periferie, a partire magari da Ragazzi di Vita?

magari più avanti. adesso devo portare a termine la filmografia di grimaldi ;)

:)

Ora ho un video da studiare. Grazie Hammer.

E' un delirio isterico, hai ragione.

"La fitta boscaglia o la tundra più scabra? Ti piace la figura poeica 'la tundra più scabra'?"

ciao testa di barilla

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