Arrabal è il regista e poeta cileno che, con Alejandro Jodorowsky e il pittore Roland Topor, ha dato vita nel 1962 al Movimento Panico. L’albero di Guernica, girato a Matera, è un film storico, con episodici sprazzi di gustoso surrealismo, ma è anche – lo spettatore se ne accorge a film concluso – una storia d’amore.
TRAMA
Nel paese spagnolo di Villa Ramiro c’è aria di rivoluzione. Manca poco al colpo di stato del generale Franco, ma la tensione dei latifondisti è comunque palpabile. I contadini armati di pale e bandiere rosse sfilano per le piazze; la guerra civile è alle porte.
Il Conte di Cerralbo ha un unico figlio, Goya, bizzarro e disinteressato alla propria posizione: è poeta surrealista, anticlericale e goliardico. Inaffidabile e anarchico per ora non prende posizioni, malcelando disgusto verso il fascismo.
Al contrario alcuni suoi cugini partecipano attivamente al progetto della Falange franchista. La Spagna è divisa in due, la guerra civile è ormai scoppiata. Una donna, asociale e misantropa s’aggira per il paese in groppa ad un somaro, di nero vestita, il capo avvolto fra foulard scuri, un ombrello nero. Si chiama Vandal.
È aprile, siamo nel 1937, a Guernica c’è festa, si balla e si canta. La donna in scuro appare, si perde nella folla; è qui che s’incontra con Goya. I due si uniscono alla gente e cominciano a danzare. Prima di fare conoscenza avviene l’inimmaginabile: Guernica è bombardata. La coppia è presto divisa: Goya decide di arruolarsi e combattere per il popolo, contro la sua stessa famiglia, contro la sua stessa posizione sociale; Vandal prende in mano il fucile e diventa protagonista ai comizi. Ma non hanno modo di rivedersi.
Guernica è distrutta ma miracolosamente un albero è sfuggito al terrore dei bombardamenti: l’arbusto diviene simbolo di libertà e dà forza nell’impegno contro i franchisti.
In seguito a una dura opposizione, che renderà Villa Ramiro celebre in tutta la Spagna per la tenacia contro i soldati, il paese cade all’eccessivo potere delle truppe nemiche, rinforzate dall’arrivo dell’esercito nazista.
Goya e Vandal riusciranno a rivedersi, fuggiranno anche di prigione. Ormai Franco è salito al potere. Ma se l’albero di Guernica è sopravvissuto, anche la speranza continua a resistere.
IL FILM
La sceneggiatura, specie nella prima parte, ha dei dialoghi piuttosto semplicistici e retorici; dal punto di vista ideologico il tema è assai diluito e approssimativo, quasi come un mancato rispetto verso la Storia da parte del regista. Ma l’anticonformismo qui c’entra ben poco e non regge come scusante, il film spesso è sgangherato, infantile e non credibile. Francamente da Arrabal ci si aspettava decisamente di meglio.
“Il prete ha dovuto abbatterlo col crocifisso perché non smetteva di bestemmiare”
È ciononostante ammirabile lo stile che, in particolar modo nella seconda parte, vien fuori sopprimendo il tentativo di “film storico” per dar più spazio alla singolare storia d’amore fra i due emarginati; non è poi così sbagliato pensare ad un accennata autobiografia nel ruolo del protagonista maschile: in particolar modo in una sequenza dove si confronta col padre, il quale elenca tutte le “bravate” del giovane – di chiaro stampo dadaista. Lo spirito ribelle dell’uomo è espresso nell’immagine successiva dove porge al genitore un calice confidandogli “Ti rendo quello che ti devo. Qui dentro c’è qualche goccia del mio sperma”.


Il ruolo femminile è concesso a Mariangela Melato, una grande attrice sprecata al cinema in opere pseudo intellettualistiche con venature ideologiche, meno credibili dello squallido accento siciliano di Giancarlo Giannini – che siciliano certo non è. Solitaria e muta prima, trascinante e madre spirituale della rivolta più tardi, il personaggio della Melato è splendido perché non credibile fino in fondo. La spiritualità della donna è riassunta in una pietà non blasfema, verso il finale, dove imbraccia l’amante ferito come un Cristo deceduto. Ovviamente il tema del sacro “ufficiale” è spesso ridicolizzato in immagini che ricordano gli attuali Ciprì e Maresco, con nani che si masturbano fissando statue mariane o crocifissi che saltano in aria al rallenti. La non credibilità è dunque la più apprezzabile qualità di un film che va cercando un proprio equilibrio; se da pellicola storica il risultato è mediocre, essa in parte si riscatta con la vena poetica che si tentava di sopprimere; e che fortunatamente vien fuori da sé.

Il messaggio antifascista è comunque ben sottolineato; difficile non pensare a Buñuel nella rappresentazione delle barbarie franchiste ai personaggi, con tanto di partecipazione ecclesiastica attiva alle esecuzioni – dall’impareggiabile coreografia che offre atmosfere tipicamente surreali. Digressioni simboliche formicolanti di nani crocifissi e centurioni nazisti, toreri e balli popolari, sono senz’altro i momenti migliori.
Il pensiero del regista è presumibilmente rintracciabile anche nel personaggio dello sfortunato professore, un idealista che protegge il nemico per solo scopo umanistico, atto che non lo proteggerà dalla pena capitale fascista. È meglio di altri l’archetipo dell’uomo ideale, filantropo, umile, dedica la propria vita alla diffusione del sapere, muore perché non ha altra scelta. Ma, seppur sulla forca, crede ancora nel futuro dell’uomo.
L’albero di Guernica è un film diseguale, insufficientemente autoriale, talvolta pretenzioso, ma ogni tanto godibile. Forse la sua pecca sta in un messaggio di libertà troppo esplicito per un’opera d’arte.
“Chi è naturale è ovvio, e chi è ovvio manca di arte”.
Oscar Wilde.
Regia: Fernando Arrabal.
Soggetto e Sceneggiatura: Fernando Arrabal.
Interpreti principali: Mariangela Melato, Ron Faber, Franck Ressel, Cosimo Cinieri, Rocco Fontana, Mario Novelli.
Scenografia e costumi:Oscar Capponi.
Fotografia: Ramon Suarez.
Montaggio: Renzo Lucidi.
Produzione: Luso France, Ci – Le Films.
Origine: Francia – Italia, 1975.
Durata: 100 minuti.
Commenti
Un messaggio di libertà così esplicito solo nell'arte può esistere.
*
Non conosco questo film quindi mi limito a commentare il tuo ottimo articolo. Il quadro che emerge è di un film che piuttosto è caduto ostaggio della politica, quando poteva altrimenti essere satira, dadaismo e vitalità espressiva pura. Penso, in particolare, all'impresa di quei nani.
Non capisco cosa c'entri il messaggio "antifascista" in Spagna, comunque va be', lasciamo stare. In ogni caso non è un film per me.
E vabbè.
ahhahaha! (mess. 1)
Riguardo ai nani c'è anche un bel film-documentario di Herzog. Luca lo conosce di sicuro.
Ah, quello della foto al centro sembra Massimo Lopez. immagino non sia lui. Che sia il padre?
Sì, il film di Herzog è "Anche i nani hanno cominciato da piccoli". Con un po' di tempo si potrebbe fare un bell'omaggio al cinema del regista tedesco, magari durante l'estate. (in realtà Massimo Lopez è il nano crocifisso al centro)
Sospettavo, in effetti, del nano crocifisso al centro.
Sull'omaggio a Herzog mi trovi concorde. Ho parecchi suoi film, semmai ti aiuto.
ok :)
Nel paese spagnolo di Villa Ramiro c'è aria di rivoluzione. Bene. Sai che io la amo molto.