A sei anni di distanza da Opera, se si eccettua l’episodio contenuto nel pessimo Due occhi diabolici, il (fu) genio del thriller horror Dario Argento – e mi dispiace davvero molto usare quel “fu”, sia pure tra le parentesi – tornò al proprio pubblico regalando il suo secondo lungometraggio americano. Trauma è un film, anche a riguardarlo oggi, assai insolito per l’abile Dario, al tempo accolto negli Stati Uniti – e a buona ragione – come l’indiscusso maestro del brivido d’oltreoceano, e sempre più convinto di poter esportare il suo estro visionario nel paese che vantava, e ancor oggi vanta, la più grande industria cinematografica. Insolito perché mescola più elementi narrativi, al servizio d’una trama che mantiene l’ottimo impianto di genere a cui il regista romano ci aveva abituati, pur abbracciando, per la prima volta, una storia d’amore dallo struggente retrogusto romantico. Senza dimenticare, comunque, il killer seriale e le motivazioni nascoste in un passato doloroso e quanto mai angoscioso.
Aura (Asia Argento) è una sedicenne d’origine rumena, ha problemi d’anoressia ed è in fuga da un istituto psichiatrico cui l’avevano relegata i genitori. David (Christopher Rydell), giovane collaboratore d’una rete televisiva, la incontra proprio mentre la ragazza è in procinto di lanciarsi da un ponte. La aiuta e rimane subito attratto dalla sua innocenza e dal suo disagio, nota buchi di siringa sulle sue braccia e pensa di trovarsi di fronte ad un male fisico ed esistenziale che anch’egli ben conosceva: la droga. All’inizio la giovane è sfuggente e misteriosa, ruba il portafogli al ragazzo, salvo restituirglielo nel momento in cui, pochi giorni dopo, perde i due genitori – ambedue medium professionisti - in seguito ad un macabro rituale eseguito da un misterioso assassino. Il passato ed il presente di Aura sono legati ad un serie di inquietanti esecuzioni consumate nei giorni di pioggia, e compiute dal killer con un diabolico marchingegno che, attraverso l’attivazione di un laccio metallico a forma di cappio, decapita le vittime designate. Il rituale, difatti, è sempre il medesimo, ma non appare chiaro il movente dell’assassino e ciò che lega tutte le vittime. Aura, sconvolta per la perdita dei genitori, e sempre più consapevole dell’alone di morte che le gira attorno, deve anche guardarsi dal primario della clinica psichiatrica a cui genitori l’avevano affidata; il dottor Judd sembra esser stato legato da un vincolo più che amicale con la madre di Aura, legame che, sotto l’effetto di un potente psicotropo somministratole, evocherà nella ragazza il trauma originario che aveva contribuito alla sua anoressia. Aura e David, oramai presi nella spirale degli eventi, cercano di andare in fondo al mistero del così detto “cacciatore di teste”, scoprendo una foto che ritrae in gruppo (quasi) tutti coloro che sono caduti sotto la ghigliottina metallica dell’assassino. Il cerchio si stringe, e l’amore tra i due si rafforza sempre più, fino a che un epilogo poco convincente sembra dividerli per sempre. Ma è solo apparenza. C’è qualcosa che è sfuggito ad Aura (nella notte di pioggia in cui morirono i suoi), e qualcosa d’altro che non sfugge al pur semi lucido – una volta persa Aura la tentazione di tornare a drogarsi è più forte che mai – David (un particolare bracciale che portava Aura ). Il destino si compie nella casa dell’assassino: tra un bimbo che spunta di sorpresa ed uno, mai nato, che aveva suo malgrado generato l'orrore.

Molta carne al fuoco, come detto, per l’ultimo Argento degno del proprio nome e del suo talento, prima di cadere nell’abisso del nonsenso (quello l’avremmo pure accettato se fosse stato supportato dalla creatività) e della prevedibilità (questo è il vero male del suo cinema da più di dieci anni). L’atmosfera che pervade la pellicola ci riporta alle suggestioni delle sue opere migliori, l’intreccio è intrigante, pur se meno supportato dall’ ipervisività cara al regista. Ciò, nella fattispecie, non è affatto un male perché gli permette di concentrarsi su una trama ben calibrata che non perde mai d’intensità, facendosi forte di un paio di momenti in cui si libera l’inconfondibile talento visionario argentiano – la lunga sequenza in ospedale e quella nella stanza di Nicholas tra i lenzuoli bianchi dai cui spunta l’assassino. E poi c’è un’intensa storia d’amore raccontata con inattesa dolcezza, l’accenno al problema più che mai attuale dell’anoressia in giovanissima età, e un cast d’attori (tutti americani tranne Asia) abbastanza in parte (su tutti Piper Laurie, che ricorderete tra i protagonisti del serial Twin Peaks di David Lynch e in Carrie di Brian De Palma). Ciò che stona è proprio Asia Argento, allora alla prima prova con il padre (le successive furono nei pessimi La sindrome di Stendhal e Il fantasma dell’opera), non tanto per la recitazione, ma per la voce assai disturbante e poco credibile del suo personaggio (era meglio doppiarla). Nel complesso un ottimo Argento, come ripeto, l’ultimo che rievoca emozioni cinematografiche – similitudini evidenti con alcuni snodi essenziali di Profondo Rosso - di un certo livello autoriale; un Argento che, nel contestualizzare le motivazioni dell’assassino nel consueto passato che riemerge virulento per una circostanza inattesa, trova il modo di motivare all’amore anche l’efferatezza (qui il killer ha davvero un’ ottima ragione per far emergere la sua furia omicida). Sembra davvero che il regista romano abbia voluto seguire un registro, non dico poetico, ma sensibile a note più intime e sfaccettate, non eccedendo nemmeno nella consueta macelleria: il sangue è ai minimi storici per uno come lui, e le modalità dei i delitti pressoché identiche.

Pertanto, è quasi con amore, misto a una punta di malinconica nostalgia, che mi congedo dall’ultimo Argento – se si eccettuano alcune riuscite sequenze di Non ho sonno - di cui tengo viva l’emozione. Il declino, per lui, sembra oramai inesorabile, anche se io, amante della primissima ora - ero solo un bimbo! -, non rinnegherò mai l’amore per il suo cinema. Sempre in attesa di una resurrezione che si spera arrivi proprio dal prossimo, imminente lungometraggio. Ricordate Suspiria e Inferno? Beh, dopo anni pare che il cerchio si chiuda, si completa la trilogia: siamo in attesa de La terza madre.
Regia: Dario Argento. Soggetto: Dario Argento, Franco Ferrini, Gianni Romoli. Sceneggiatura: Dario Argento, T.E.D. Klein, Ruth Jessup. Direttore della fotografia: Raffaele Mertes. Interpreti principali: Christopher Rydell, Asia Argento, Piper Laurie, Fredric Forrest, Laura Johnson, Dominique Serrand, James Russo, Brad Dourif. Musica originale: Pino Donaggio. Scenografia: Billy Jett. Montaggio: Bennet Goldberg, Dario Argento. Produzione: Dario Argento per la A.D.C. - Overseas Film Group - Penta. Origine: Usa / Italia, 1993. Durata: 106 minuti.
Commenti
"l’ultimo Argento degno del proprio nome e del suo talento, prima di cadere nell’abisso del nonsenso (quello l’avremmo pure accettato se fosse stato supportato dalla creatività) e della prevedibilità (questo è il vero male del suo cinema da più di dieci anni)". > sono d'accordo a proposito dell'abisso di mediocrità e di ripetitività. Negli ultimi anni ho provato - come altri - a tornare a vedere qualcosa di DA; penso a "Non ho sonno" o "La sindrome di Stendhal", dei quali ricordo almeno il nome. Potrei averne visto altri cassandoli completamente dalla memoria.
E' un regista che non ha avuto l'onestà e il senso dell'opportunità d'ammettere d'aver esaurito immaginazione e creatività - questa sua enorme seconda parte della carriera è la negazione esatta di quanto di buono aveva potuto realizzare nella prima. A questo aggiungo, sorridendo ma non troppo, la diffusa insofferenza per la sua dichiarata lazialità. E - ben più grave - per il dono alla nazione di una figura fuori posto e nient'affatto affascinante come Asia, che poteva restare dov'era, al Mamiani o giù di lì. Il cinema è altro. * Ci mettiamo una croce sopra? Mettiamocela. A volte è meglio glissare...
Povero Dario! Fa quasi pena, ormai. E la figlia è addirittura diventata più nota di lui negli States... che è tutto dire. Forse è davvero meglio glissare, ma io spero sempre che mi (ci) sorprenda in positivo, anche perchè credo (spero) che in negativo non possa più riuscirci (anche se al peggio non c'è mai fine, è difficile superare pellicole inguardabili come "Il fantasma dell'opera" e "Il cartaio"). Mi tengo le emozioni legate a Profondo rosso, Tenebre, L'uccello dalle piume di cristallo e tutti quei film che l'hanno consacrato, prima ancora che maestro del brivido, grande autore di cinema di genere. Compreso questo "Trauma", visto al cinema in un tempo di confine (verso la presa di coscienza di me), non solo del suo cinema, ma anche della mia vita.
Perchè il link in alto mi scrive Suspiria invece che Trauma (sto spedendo or ora), Franco?
4 - O cavolo! Ora dice Trauma. O so io che c'ho le traveggole? Boh? Va beh, come non detto;)
Riguardo l'ultimo Argento sottoscrivo in pieno; e peraltro anche sul primo ho delle perplessità: ritengo sia sempre stato sopravvalutato.
Una cosa è la suspence, propria di ogni film, che si rispetti; altro le secchiate di emoglobina dispensate per far felici acritici fans.
E poi Asia: anche qui mi accodo al Gianfranco.
Detto poi da un Lupo è quanto mai significativo, nonostante una leggenda metropolitana (da intervista) racconti che la sola visione della ragazza abbia causato al buon vecchio Rocco Siffredi una reazione-ere a dir poco devastante.
In merito a Trauma però non mi pronuncio: uno dei pochi che non ho visto.
Questa vicenda del Siff non va sottovalutata, in effetti:)
Aggiungerei che in questo film(etto) Argento si compiace di mostrare al suo pubblico il seno ignudo della propria figliuola, in una sequenza che altro non ha se non voyeurismo un po' perverso e gratuito...