Argento Dario

La terza madre

Autore: 
Argento Dario
Prima di tutto il dato storico-cinematografico. La terza madre è l’opera conclusiva di una trilogia che fu immaginata trent’anni or sono, che prese il via con Suspiria (1977), la pellicola più nota oltre confine del maggior rappresentante dell’horror nostrano, e proseguì con Inferno (1980), terrificante compendio delle ossessioni del maestro del brivido. A ben 27 anni di distanza, e dopo l’abbondante ultimo decennio di pellicole affatto memorabili, Dario Argento decide di tornare sui sentieri della follia e del sangue, immaginando una conclusione in cui l’orrore assume forma piena e totalizzante, nel tentativo di rinverdire i fasti di un cinema che, dagli anni Novanta in poi, ha manifestato pesanti debiti creativi nei confronti di quello delle origini. Tornare all’origine (parliamo dell’Argento horror), a quella vena fantastico-orrorifica che attingeva dalla fiaba gotica con rimandi esoterici, si è rivelato essere una sorta di catarsi per il regista romano il quale, abbandonando ogni forma di vincolo strutturale, ha liberato una furia immaginifica senza pari. Era ciò che i fan si attendevano, ma non tutto, come capirete dall’analisi, è andato come avrebbe dovuto e potuto andare perché La terza madre è un film che palesa un elevato numero di limiti, tali da inficiarne il valore complessivo, distante dalle prime due parti della trilogia. E la storia, come spesso era accaduto in passato per altre sue opere, è soltanto il pretesto per restituire allo spettatore gli incubi del cineasta, riaggiornati ma non troppo.
 
Un’antica urna incatenata ad una bara viene rinvenuta nei pressi di Viterbo. Il suo contenuto, una tunica e delle inquietanti statuette, non è altro che un cumulo di reliquie appartenenti a Mater Lacrimarum, ultima sopravvissuta di un trittico di malvagie e pericolosissime streghe che volevano dominare il mondo. Al centro dell’angosciante vicenda è collocata Sarah, giovane studiosa di restauro del Museo di Arte Antica di Roma, che si trova suo malgrado, curiosando nell’urna, ad innescare una spirale d’orrore e morte senza precedenti. Si risveglia la Madre delle Lacrime, la più feroce delle tre, chiamando a sé le streghe provenienti da ogni dove. La Capitale diventa luogo di follia e di sangue: omicidi, suicidi, violenze d’ogni genere portano Roma nel caos. Un commissario indaga, è sulle tracce di Sarah, sospettata perché unica, farneticante testimone del primo, efferato rito omicida consumato nel museo. Per Sarah è anche un viaggio alla ricerca del sé nascosto, manifestatosi improvvisamente attraverso una voce che la aiuta nei momenti decisivi: è una voce amica, familiare, quella della madre perduta in circostanze che le sono state occultate. Nel sangue comune Sarah scopre un passato di magia bianca, di antagonismo al malvagio potere delle streghe (uno scontro tra la madre di Sarah ed Helena Marcos, la Madre dei Sospiri, in cui la strega buona trovò la morte); nella voce amica trova parole che le donano la consapevolezza di poter confliggere con la Madre delle Lacrime. Roma sta per divenire la culla del male eterno, ma venendo in possesso dell’antico libro sulle tre madri (che appare per la prima volta in Inferno) Sarah si trova di fronte all’enigma che può svelare l’ubicazione della dimora della strega. È l’ultima delle tre case costruite dall’architetto Varelli (anche qui il rimando è a Inferno), una villa abbandonata in pieno centro storico. E l’inferno che attende Sarah, il terreno di scontro con l’ultima Madre, non può che essere sottoterra.
 
 
Delirio e Apocalisse, La terza madre è con ogni evidenza – spero di sbagliarmi ma cercherò di spiegarvi il perché della mia affermazione a seguire – il canto del cigno di un grandissimo regista, un innovatore di genere, un folle visionario che ha accompagnato gli incubi di più generazioni, un artista che, probabilmente, ha dato fondo alle residue energie proprio con quest’ultima opera. I motivi per cui Dario Argento, ahimé, sembra non aver più nulla da dire e da dare di originale sono legati non solo a più che probabili crisi d’ispirazione, ma anche al contesto storico e culturale che ospita la sua arte. E mi spiego meglio. Il regista romano, nei primi anni Settanta, non inventò un genere ma fu il più grande innovatore di genere che il mondo di celluloide – per quel che attiene al thriller-horror - ricordi. Nessuno come lui, questo è incontestabile, come è altrettanto evidente che da un trentennio abbondante continuano a fiorire epigoni, a oriente come a occidente. Gli epigoni, dicevamo, quelli che oggi gli rubano la scena, perché figli di un mondo globale in cui sono riusciti a tradurre le suggestioni del suo cinema in arte globalizzata. E la sanno fare bene, pur essendo lontani dal regalarci gli spaventi e le atmosfere ansiogene che nessuno come Argento ci ha saputo donare. Di qui il problema per il nostro, unito alla progressiva crisi creativa: come attualizzare il proprio cinema al cambiamento dei tempi? Tanti tentativi andati a vuoto e allora ecco La terza madre, sfogo totale e assoluto, prolungato esercizio – in cui si sarà divertito tantissimo, immagino -, fantasioso ed estremo, di modalità cruente con cui rappresentare la morte. Circo grandguignolesco, teatro dell’efferato, La terza madre è un film che sorprende e tratti sconvolge per la sua furia espressiva, per la totale assenza di freni inibitori, per la violenza visiva. È la morte che assurge al livello di opera d’arte, nelle intenzioni del regista. Meglio non svelarvi troppo, in questo senso, ma ci sono scene a dir poco raccapriccianti, nelle quali – pescando un po’ a caso – possiamo trovare una donna che viene squartata e successivamente strozzata con le proprie interiora, una impalata (in una “normale” dinamica d’omicidio, non in un rituale!) e un’altra a cui viene fracassato il cranio dalla chiusura di una porta. Chi ama le opere argentiane, comunque, non si sorprenderà certo della macelleria proposta, ancorché qui esibita in modo tremendamente compiaciuto; la differenza non la fa pertanto il sangue che scorre a fiumi, costante del suo cinema, ma lo stile con il quale tutto ciò viene rappresentato.
 
 
La terza madre è in effetti un’opera molto meno stilizzata rispetto a Suspiria e Inferno, pellicole in cui la scenografia allucinogena, l’uso dei colori, lo studio al millimetro dei movimenti di macchina erano elementi fondanti della potenza visivo-espressiva restituita. Qui non è cosi, l’unica urgenza visiva che manifesta il regista romano è quella di rendere appieno furia e violenza, attraverso un una ricerca sfrenata, brutale e compiaciuta del dettaglio scabroso e morboso, tralasciando la cornice ospitante e la congruenza narrativa. Per far tutto ciò si avvale delle nuove tecnologie, di effetti speciali e make-up talmente marcati da non nascondere la finzione scenica (il volo del bimbo dal ponte, la testa fracassata nel treno e la morte della Terza Madre sono momenti in cui Argento mostra, probabilmente per scelta, che si tratta palesemente di un effetto visivo: si nota che sono fantocci e non esseri in carne ed ossa). In sostanza non gliene frega di nulla e di nessuno, Argento sceglie di cantare la morte cosi come l’ha sempre immaginata, amplificando l’effetto cruento per renderlo appetibile ai nuovi adolescenti del pianeta, già temprati dal fatto di aver interiorizzato ogni possibile forma di violenza alla tv. È questo il punto chiave, precedentemente solo sfiorato. Il regista romano fa opere brutte o non totalmente convincenti perché ha tentato di adeguare il suo cinema al tempo che lo ospita, tempo talmente intriso di orrore da immunizzarci contro qualsiasi rappresentazione raccapricciante.
  
 
 
Asia Argento è l’ultima musa, e non poteva - ma forse è giusto cosi – essere diversamente. L’ultimo delirio del genio dell’horror abbisogna del quadro di famiglia: Dario, Daria (Nicolodi) e Asia sono insieme, per un viaggio intimo che muove a ritroso riavvicinando alla memoria anche splendide sensazioni (da Profondo Rosso a Trauma), che riporta sul carro argentiano antichi compagni di viaggio (Udo Kier), ripescando volti che ci erano cari e consueti in tutt’altro genere cinematografico (Philippe Leroy). La Madre delle Lacrime è invece la bellissima Moran Atias, quasi sempre svestita nelle sue fugaci apparizioni, gioia per gli occhi di tanti spettatori. Il cast non si amalgama gran che, non solo e non tanto per l’incapacità recitativa dei comprimari, ma anche e soprattutto per gli sconclusionati dialoghi immaginati in sede di sceneggiatura. Uno dei limiti più evidenti de La terza madre, ciò che lo allontana veramente da Suspiria (soprattutto) e Inferno è proprio la costruzione dei dialoghi, in misura ancor maggiore della cornice scenografica. Asia comunque non demerita, in un contesto che la vede protagonista assoluta, ha il solo e consueto limite dell’intonazione vocale. Argento lascia la sua traccia d’autore con un intenso e prolungato piano sequenza (oltre 4 minuti) che introduce Sarah nella dimora di Mater Lacrimarum, un labirinto di catacombe che il regista romano trasforma in una tenebrosa allucinazione visiva (streghe che copulano, riti antropofagi, torture e “finezze” assortite) che prelude all’epilogo. 
 
 
 
Nota di merito per l’ ispirata colonna sonora di Simonetti, un mix tra musica classica ed elettronica, con parecchi richiami al gotico soprattutto nell’uso del coro, strizzando l’occhio al passato nel tentativo – riuscito – di ripercorrere le proprie tracce (Suspiria e Phenomena).Sui titoli di coda si libera il brano Mater Lacrimarum, pezzo davvero affascinante eseguito dai Daemonia con la voce Dani Filth, cantante dei Cradle of Filth. I titoli di testa, invece, che scorrono su immagini iconografiche d’un orrore mitologico e ancestrale, sul sottofondo musicale di Simonetti, sono un presagio di buona ventura che l’opera, per tutti i motivi su citati, conferma solo ed esclusivamente dal punto di vista di una suggestione di superficie. Difatti La terza madre non può competere con l’Argento tanto rimpianto dei Settanta Ottanta, a conti fatti per un ulteriore motivo che, a buona ragione, oscura tutti quelli precedentemente analizzati: non fa breccia nell’inconscio. Non libera più quel fanciullo imprigionato nelle porte del sogno-incubo, non gli restituisce la consapevolezza che è tutto un gioco, che è una fiaba nera, che è un percorso iniziatico per tornare a sé, per diventare adulto e vincere le paure del mondo. Questo non potrà più avvenire, temo, e allora è bene prendere i futuri prodotti della sua cinematografia per quello che inevitabilmente saranno. Al pari dei Saw, degli Hostel e dei The Ring, puro intrattenimento e nulla più. Non potranno più assolvere quella funzione catartica che è stata cosi importante per più generazioni di appassionati: esorcizzare i mostri che il percorso infantile ha amplificato.
 
Regia: Dario Argento. Soggetto: Dario Argento, Jace Anderson, Adam Gierasch. Sceneggiatura: Dario Argento, Jace Anderson, Walter Fasano, Adam Gierasch, Simona Simonetti. Direttore della fotografia: Frederic Fasano. Montaggio: Walter Fasano. Scenografia: Francesca Bocca, Valentina Ferroni. Costumi: Ludovica Amati. Effetti: Sergio Stivaletti, David Bracci, Danilo Bollettini. Interpreti principali: Asia Argento, Cristian Solimeno, Valeria Cavalli, Udo Kier, Philippe Leroy, Moran Atias, Adam James, Coralina Castaldi Tassoni, Tommaso Banfi, Araba Dell’Ultri, Daria Nicolodi, Franco Leo, Gisella Marengo, Massimo Sarchielli, Silvia Rubino, Clive Riche. Musica originale: Claudio Simonetti. Produzione: Claudio e Dario Argento, Giulia Marletta e Kirk D’Amico per Opera Film, Medusa Film. Origine: Italia / USA, 2007. Durata: 98 minuti.
 
Approfondimento in rete: www.medusa.it/laterzamadre/
ISBN/EAN: 
8010020048700

Commenti

Ecco "La terza madre", come promesso da mesi, al tempo delle prime voci sull'uscita. Nonostante tutto, parlavi del grande Dario per me è sempre un immenso piacere.

Guarda, il genere non fa assolutissimamente per me, ma ero un po' curiosa di leggere il tuo parere sull'ultima opera di Argento e sicuramente le tue argomentazioni sono interessantissime, soprattutto dove dici
"non fa breccia nell?inconscio. Non libera più quel fanciullo imprigionato nelle porte del sogno-incubo, non gli restituisce la consapevolezza che è tutto un gioco, che è una fiaba nera, che è un percorso iniziatico per tornare a sé, per diventare adulto e vincere le paure del mondo"
perché in buona sostanza c'è una specie di immunizzazione.

Mi viene in mente che la paura alla fin fine ha un suo perché "protettivo": cosa succede all'uomo quando non teme più nulla?

Splendida pagina e ottimi spunti di riflessione.

"Il regista romano, nei primi anni Settanta, non inventò un genere ma fu il più grande innovatore di genere che il mondo di celluloide ? per quel che attiene al thriller-horror - ricordi. Nessuno come lui, questo è incontestabile, come è altrettanto evidente che da un trentennio abbondante continuano a fiorire epigoni, a oriente come a occidente" > premesso che non posso tecnicamente e storiograficamente confutare, mi pare asserzione impegnativa, che meriterebbe un' enciclopedia a didascalia. Però ultimamente hai un tono ed un ritmo che mi persuadono e non polemizzo :)

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"la differenza non la fa pertanto il sangue che scorre a fiumi, costante del suo cinema, ma lo stile con il quale tutto ciò viene rappresentato" > benché non ami il genere mi pare una nota da tenere in considerazione
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"Il regista romano fa opere brutte o non totalmente convincenti perché ha tentato di adeguare il suo cinema al tempo che lo ospita, tempo talmente intriso di orrore da immunizzarci contro qualsiasi rappresentazione raccapricciante. " >> questa cosa mette paura, sul serio. Seguendo la logica è ineccepibile, ma terrificante
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Simonetti ancora vive? lo pensavo zombie... (battuta)

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"Non potranno più assolvere quella funzione catartica che è stata cosi importante per più generazioni di appassionati: esorcizzare i mostri che il percorso infantile ha amplificato". > ripeto, al di là del fatto che "Suspiria" rimane profondamente nella mia memoria, ammesso che il genere non piace, questa chiusa è molto sconsolante. Anche qui, il solito ritrito grido: "stiamo" finendo e pensiamo di essere all'inizio

3 - Si, asserzione impegnativa ma assolutamente suffragata dai fatti, Paolo. Ho scritto molto di Argento come sai, e parecchio anche di thriller-horror. é un genere che amo sin da quando ero bambino (ancorchè oggi, come avrai inteso, non m'affascini più come un tempo). Non ti chiedo certo di andarti a leggere tutti i pezzi che ho scritto, ma soprattutto all'interno di quelli che trattano i film di Argento troverai le prove di quel che vado affermando. Logico che i giudizi siano sempre soggettivi, ma non è un'affermazione dettata dall'ammirazione per il regista romano, bensi una constatazione che coglie dati reali. Mai nessuno ha avuto, nel genere in questione, tanti epigoni. Argento fu il primo a usare la macchina da presa in soggettiva sull'assassino: l'orrore si fa presenza immateriale ma vivissima. E poi è anche il primo che lega suggestioni sonore e visive in modo da creare un effetto unico. é il primo che fa diventare la scenografia soggetto e non semplice cornice. é colui che amplifica l'effetto del dettagl'iperbole degli oggetti. E poi, come ripeto, nelle sue prime 10 opere si usufruisce di un cinema realmente catartico, come ho spiegato a più riprese in tutti i film da me analizzati.

Un'ultima cosa, mi puoi chiarire l'ultima considerazione che hai postato? Non ho ben compreso.

"sconsolante" sta per il degrado assoluto dei generi, dell'impegno, della voglia di dire, di sogni, di aria che manca. Di qualunque cosa si parli. E mi pare nessuno se ne accorga. Trovo questo spesso, nelle mie ed altrui recensioni. Sbaglio? Dimmi.

2 - Grazie Ilde, sempre ottima nel leggermi a fondo. Si, è proprio quello il punto nodale: Argento non fa più breccia nell'inconscio. Ma credo anche, come si evince dal pezzo, sia un segno dei tempi. Oggi, come noti anche tu, non fa più orrore nulla, al contrario io ricordo quanto le immagini dei film di Argento rimasero impresse nel mio immaginario di fanciullo e adolescente. Ancora oggi mi sorprendo, nel rivedere i suoi film, a provare le stesse sensazioni di allora (voi non potete immaginare quante volte mi son soffermato sulle sue opere, in 25 anni - la prima volta lo incontrai a 9 anni -, vi dico solo che Profondo Rosso l'ho visto più di 20 volte, tanto per darvi un'idea). Certo, da un certo punto in poi, filtrate da un occhio adulto. Io sono una delle tante prove viventi dell'effetto catartico del suo cinema. Posso affermare che è anche grazie alle sue opere che ho infranto alcune barriere e superato le paure ancestrali proprie a tutti i bimbi - almeno a quelli di allora. L'ho detto più volte e lo ripeto, visto con i giusti occhi quello del regista romano è un cinema pedagogico. Quello che veramente mi terrorizza è che dubito che gli adolescenti di oggi prendano paura di fronte a film come Suspiria, Inferno e Phenomena, tanto meno di fronte a primi tre thriller (discorso a parte per Profondo Rosso, forse l'unica pellicola dalla valenza suggestiva realmente atemporale, capolavoro anche per questo), perchè abituati come sono a agni forma di violenza mediatica possibile. In sostanza, cara Ilde, i veri mostri non sono certo le tre madri, ma gli esseri umani nelle loro manifestazioni degenerative. In questo assurdo tempo che ci ospita.

5 - No no, non sbagli Paolo. Ahimé. é anche questo un segno dei tempi. E direi che chi ha più sensibilità per accorgersene è bene che stigmatizzi la cosa sempre e comunque.

4. Al di là della mia chiusa, del valore cinematografico , poi ammetto, non sapevo. Anche se correva voce che Argento fosse un genio. Magari, può darsi, incompreso. Però quando "Nessuno come lui" rimarco. Non per contestare, ci manchrebbe, ma per darmi bussole. Esaustiva la tua risposta, sul serio.

8 - Esaustiva ma come immagini sempre molto personale. Chi vuole confutare argomentando può farlo, sarò pronto a ribattere colpo su colpo;)

7. stiamo flirtando :)

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