Argento Dario

4 mosche di velluto grigio

Autore: 
Argento Dario
Permettetemi un pizzico di vaga nostalgia nel volervi parlare di questa opera, 4 mosche di velluto grigio, che conclude una ideale trilogia in cui Argento fa uso, nei suoi titoli dalla suggestione onirica, di nomi di animali: un uccello, un gatto, per concludere con un insetto, da cui il titolo le 4 mosche. Nostalgia per il motivo che questo film, ai più sconosciuto perché inesistente in versione da uso domestico, oltre al passaggio in sala, datato 1971, conobbe un unico passaggio in tv, su Retequattro, a metà degli anni Ottanta. Io lo vidi allora, avevo poco più di dieci anni, e ne rimasi affascinato, come già m' era capitato vedendo Profondo rosso, pur successivo alle 4 mosche come tempo d’uscita. Nostalgia anche perché, pensando all’Argento di oggi, rievocare il ricordo di pellicole come questa fa quasi rabbia. Ma lasciamo stare, concentriamoci su questo film che rappresenta l’anello di congiunzione tra il primissimo Argento e quello ipervisionario e compiaciuto del suo geniale delirio ossessivo, che va da Profondo Rosso a Phenomena, passando per Suspiria, Inferno e Tenebre. Mettiamoci anche Opera e Trauma, ma poi dobbiamo assolutamente fermarci. Non è servito risvegliarci un vago sapore del tempo che fu con alcune suggestive sequenze di Non ho sonno, ne prometterci – e vedremo a breve – una Terza madre delle lacrime che chiuda il trittico con i sospiri (Suspiria) e le tenebre (Inferno). No, non sto divagando, tutto ciò è utile per inquadrare 4 mosche di velluto grigio, pellicola che ha assunto valore di “incubo inestimabile”, proprio perché introvabile, perché mai vista da tantissimi fan dai trenta anni in giù del regista romano. 


 
Roberto, un batterista rock, si trova spesso seguito da un losco figuro che, vistosi scoperto, lo attira all’interno di un teatro deserto. La vicinanza tra i due porta ad un chiarimento in cui l’uomo misterioso estrae un coltello che, dopo una breve colluttazione, rimane conficcato proprio nel suo addome. L’incidente è mortale, ed è fotografato dall’alto da un’ inquietante maschera che cela il volto di qualcuno. Sconvolto, il musicista nasconde l’accaduto anche alla moglie Nina, la quale, comunque, non resta indifferente allo strano atteggiamento del marito, intuendo che qualcosa lo assilla pesantemente. Ma questo soggetto misterioso non tarda a manifestarsi, trovando facilmente accesso nelle mura domestiche della coppia, recapitando la carta di identità del morto e minacciando, durante la notte successiva al sanguinoso accaduto, lo stesso musicista di morte. Sono molte, a ben vedere, le cose che non tornano: il corpo del morto non è stato ritrovato (anche se i giornali parlano di un cadavere senza identità trovato in un fiume), il presunto ricattatore non sembra cercare soldi, ma un inquietante gioco psicologico che si concluderebbe con la morte. E i motivi? Perché Roberto? Perché proprio lui? Una cosa è certa, il personaggio misterioso è qualcuno che gli è molto vicino, che ha avuto accesso alla sua intimità, qualcuno che conosce bene la sua vita. E il gioco macabro si fa sempre più cruento, allorché il persecutore diventa un assassino, liberandosi di coloro che avevano capito e che potevano a loro volta ricattarlo. Muore la domestica di Roberto, ed anche un investigatore privato che il musicista aveva assunto per scoprire l’arcano disegno. La moglie, intanto, scoperto l’accaduto, ha retto poco ed è fuggita, lasciando Roberto in compagnia della giovane ed attraente cugina. Tra i due nasce qualcosa, ma anche la ragazza, una volta vicina alla soluzione, cade sotto i colpi dell’assassino. È chiaro che lo scontro è a due, tra Roberto e il suo persecutore. Su suggerimento di Dio (Diomede), una sorta di hippie nostrano amico di Roberto, il musicista sceglie il campo ideale in cui accogliere l’assassino: casa propria. Ha un solo indizio a disposizione, 4 mosche rimaste come ultima immagine negli occhi di chi aveva già incontrato la morte. L’assassino è – è sempre stato – più vicino di quanto Roberto avesse mai potuto immaginare.
 
 
Terzo thriller argentiano, come detto, e chiusura d’un ciclo che offre nuovamente alla ribalta nostrana e internazionale la classe cristtallina d'un genio ossessivo quanto affascinante. Trama complessa e articolata, summa dei motivi e delle suggestioni dei due lungometraggi precedenti, 4 mosche di velluto grigio si misura, pur nella sua forma determinata, su più argomenti che trovano interesse nel costume e nelle cronache del tempo. È indagata la precarietà del rapporto di coppia e il senso stesso del concetto di famiglia, vi è uno sguardo sfuggente sul contrasto tra macrocosmo cittadino e il microcosmo agreste (i personaggi di Dio e del Professore: due prove inconsuete per gli allora poco conosciuti Bud Spencer e Oreste Lionello), nonché un accenno al fantascientifico (l’esperimento che estrae l’ultima immagine dagli occhi della ragazza morta). Sono sottotracce che fanno da corollario all’incubo privato del protagonista, il quale avrebbe da tempo la verità a portata, ma che non immagina e pertanto ignora un passato che, come Argento ci ha abituato a vedere nei suoi film, spesso genera deviazioni che si manifestano prima nella vita inconscia, per poi esplodere virulenti in quella cosciente.
 

 
L’uso geniale, ed allora assai inusuale, della macchina da presa avanzante verso la vittima, consente al regista romano di creare scene in cui le soggettive dei futuri cadaveri, le loro fughe in campo lungo, gli improvvisi riavvicinamenti della camera, e i quadri sul campo visivo circostante – e percettivo, dal basso in alto, ma anche di lato: in omaggio, forse involontario, all’effetto descritto da Kurt Levin nella sua nota “teoria del campo” -, sono i veri protagonisti della pellicola: più degli attori, più dello script. È tutto incentrato sui dettagli, sulle paure inconsce del regista, restituite a noi attraverso i suoi simboli: le tendine rosse che si muovono, la maschera sul volto, e le ansie per il non visto, vivificato dalla camera in movimento - sarà il germe del suo cinema a venire. È un gioco di suggestione che ben riesce ad Argento, che trova la sua apoteosi nel successivo Profondo rosso, regalando tensioni che non fanno mai in tempo a sbollire, finendo in accumulo. Ecco che, una pellicola argentiana, soprattutto se vista per la prima volta, e alla giusta età (consiglio vivamente la prima visione di questo regista nel tempo dell’adolescenza), ha bisogno di un tempo lunghissimo, più della maggior parte dei film di genere, per far interiorizzare le ansie e gli incubi che generosamente regala. Incubi come quello che perseguita, con un senso continuo di premonizione, il protagonista di questo film (una scena di decapitazione), e che fornisce l’innesco per una delle più agghiaccianti sequenze conclusive delle pellicole argentiane - girata con una cinepresa che riprende l’accaduto alla velocità di 1000 fotogrammi al secondo, invece dei normali 24. 
 
La personalissima visione del cinema di Dario Argento è tesa a circoscrivere la follia, per poi liberarla attraverso le gesta efferate di personaggi dalla vita psichica alterata e disturbata. Egli indaga la follia del nostro tempo, ma la restituisce con un effetto quasi terapeutico: in fondo, sono fiabe, per quanto figlie del lato oscuro, sempre utili ad evadere dalla consuetudine del contatto coi mostri reali. Quelli che incontriamo in ufficio o al supermercato, dentro la metro o in fila alla posta, sulla carta dei giornali o sullo schermo del medium più onnivoro del mondo attuale: la televisione.
 
 
In conclusione, vi devo due parole, soprattutto a voi che attendete da anni – da sempre – la visione di questo film. I diritti della pellicola sono scaduti nel 2002, e dal 2003 sembrano esser stati acquistati dalla Dragon Film (casa di produzione tedesca). Saranno loro, dunque, a mettere sul mercato la versione home video. Anche se è impossibile ipotizzare quando: sono alla ricerca di un master di qualità. Come ho fatto a rivederlo io? Segreto. Non si può dire. Comunque, se ben cercate, qualcosa di accettabile (e non, dunque, la pessima versione ripresa da retequattro che gira in rete) si trova sempre.
 
Regia: Dario Argento. Soggetto: Dario Argento, Luigi Cozzi, Mario Foglietti. Sceneggiatura: Dario Argento. Direttore della fotografia: Franco Di Giacomo. Scenografia: Enrico Sabbatini. Montaggio: François Bonnot. Interpreti principali: Michael Brandon, Mismy Farmer, Jean-Pierre Marielle, Francine Racette, Stefano Satta Flores, Bud Spencer, Oreste Lionello, Aldo Bufi Landi, Calisto Calisti, Marisa Fabbri. Musica originale: Ennio Morricone. Produzione: Salvatore Argento per la SEDA Spettacoli S.p.A. (Roma) e Marianne Production (Parigi). Origine:Italia / Francia, 1971. Durata: 105 minuti.
 
 
Léon, ottobre 2006.
 


ISBN/EAN: 
9788889084106

Commenti

Ecco il film introvabile di Dario Argento. Per chi non lo conosce e per chi, pur conoscendolo, non ha mai avuto la possibilità di vederlo.

"questo film che rappresenta l?anello di congiunzione tra il primissimo Argento e quello ipervisionario e compiaciuto del suo geniale delirio ossessivo, che va da Profondo Rosso a Phenomena, passando per Suspiria, Inferno e Tenebre. Mettiamoci anche Opera e Trauma, ma poi dobbiamo assolutamente fermarci."

> insisto, scrivigli e mandagli tutto.

"complessa e articolata, summa dei motivi e delle suggestioni dei due lungometraggi precedenti, 4 mosche di velluto grigio si misura, pur nella sua forma determinata, su più argomenti che trovano interesse nel costume e nelle cronache del tempo. È indagata la precarietà del rapporto di coppia e il senso stesso del concetto di famiglia, vi è uno sguardo sfuggente sul contrasto tra macrocosmo cittadino e il microcosmo agreste (i personaggi di Dio e del Professore: due prove inconsuete per gli allora poco conosciuti Bud Spencer e Oreste Lionello), nonché un accenno al fantascientifico (l?esperimento che estrae l?ultima immagine dagli occhi della ragazza morta)."

Ammazza. Molto molto interessante.

Molto sclaviano qui:

"indaga la follia del nostro tempo, ma la restituisce con un effetto quasi terapeutico: in fondo, sono fiabe, per quanto figlie del lato oscuro, sempre utili ad evadere dalla consuetudine del contatto coi mostri reali. Quelli che incontriamo in ufficio o al supermercato, dentro la metro o in fila alla posta, sulla carta dei giornali o sullo schermo del medium più onnivoro del mondo attuale: la televisione".

Si, molto interessante, peccato che ancora non possa vederlo nessuno. Cosa che è anche colpa dello stesso Argento, avendo egli perso i diritti con eccessiva noncuranza.

Appelliamoci alla Dragon:)

Eh si, non immagini quanti fan abbia Argento (che non so se se li merita visto come ha perso i diritti del film), pronti a fare follie per vederlo.

Oddio, Bud Spencer poco conosciuto non era nel '71... Di' un po', questo film non l'ho mai visto, qui Bud Spencer che fa?

"L?uso geniale, ed allora assai inusuale, della macchina da presa avanzante verso la vittima, consente al regista romano di creare scene in cui le soggettive dei futuri cadaveri, le loro fughe in campo lungo, gli improvvisi riavvicinamenti della camera, e i quadri sul campo visivo circostante ? e percettivo, dal basso in alto, ma anche di lato: in omaggio, forse involontario, all?effetto descritto da Kurt Levin nella?teoria del campo? -, sono i veri protagonisti della pellicola", beh ti consiglio "L'occhio che uccide" di Powell, troverai di che saziarti :)

Qui Bud fa un hippie che vive nel mondo agreste, e che è addirittura decisivo nelle sequenze di chiusura. Ma ha un ruolo breve, ancor più breve quello di Lionello.

In ogni caso, qui Bud ha niente meno che il soprannome di "Dio".

ahahah

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