Potrà mai risultare accattivante un film in cui non accade sostanzialmente nulla, caratterizzato da torrenziali dialoghi d’un gruppo di docenti universitari canadesi di mezza età a proposito del sesso e della tipologia delle differenze tra uomini e donne? Incredibilmente, “Il declino dell’impero americano” sfata ogni pregiudizio e risulta, complessivamente, apprezzabile nonostante estenuanti e intellettualoidi torrenziali discussioni sul niente. Una delle protagoniste ha appena pubblicato un libro sulle analogie e le ricorrenze delle epoche di decadenza d’ogni impero: presagisce e intuisce il crollo dell’ultimo impero, quello americano, pur dalla posizione laterale che si trova ad occupare, da cittadina canadese. (Canadese? Correggiamo, quebecois).
Mentre le signore si dedicano al chiacchiericcio a sfondo erotico in palestra, i signori preparano la cena, in una casetta in riva al lago.
Accademici post-rivoluzionari e non più giovani, con l’eccezione di un paio di nuove leve che si trascinano, timidamente, a far da codazzo: intelligenze lucide e consapevoli, pronte a trasformare il centro della propria esistenza nell’attività sessuale, non più nello studio; perché sanno che non potranno più entrare nella storia, perché sentono che non cambierà più nulla nelle loro relazioni col sistema, o perché forse, nel momento che annuncia il tracollo dell’impero, preferiscono pensare a raccontarsi storielle boccaccesche e “godere” (parlando?).
Non è un “Grande Freddo”: troppo disimpegnato, troppo disincantato, per nulla brillante. Non è neppure una traduzione quebecois d’un’ironia intelligente e graffiante alla Woody Allen, né una satira sociale apprezzabile: è, sic et simpliciter, un pruriginoso divertimento da attempati borghesi in vena di piccanti pettegolezzi e variopinte millanterie.
Qualcosa di apprezzabile c’è: la bella figura d’un docente omosessuale, Claude (Yves Jacques), fragile e umanissimo, distante dai cliché e dalle farsesche e artificiose mascherate in stile anni Ottanta; l’interessante adesione al parlato d’un gruppo di “eruditi”, sempre controllati, cerebrali e accuratissimi e pronti alla volgarità solo per divertire e far arrossire; la tentata raffigurazione dei diversi approcci di uomini e donne al tema della sessualità. Si parla tanto di qualcosa che, a parte Rémy (Rémy Girard), tutti sembrano praticare poco.
L’unico esterno alla casta è un umanoide (probabilmente italiano), Mario (Gabriel Arcand, fratello del regista), animalesco e sboccato: si presenta, non richiesto, poco prima di cena, si guarda attorno con aria circospetta e stizzita, attende la sua bella e annoiata professoressa, la prende in piedi fuori dal garage, con furia ferina, e se ne va dopo averle donato un pacchettino kitsch.
Gli italiani, come di consueto, non sembrano essere trattati con rispetto, oltreoceano: le rare allusioni sono, ovviamente, legate al nostro “libertinaggio”, ai “mamma mia” che qualcuno griderebbe nel momento dell’orgasmo (personalmente non m’è mai accaduto: dovrò rimediare?), ai baffi neri d’un carabiniere poco dotato. Piuttosto degradante, vagamente umiliante (ma consolerà il lettore sapere che nel sequel di questo film, il recente “Le invasioni barbariche”, c’è un personaggio italiano garbato ed elegante: e addirittura si registra una battuta di solidarietà al nostro popolo, afflitto dal governo Berlusconi – grazie, Arcand).
In conclusione, “Il declino dell’impero americano” è un film di autentiche masturbazioni mentali: efficacemente simboleggiate dalla scena in cui un professore raggiunge l’orgasmo mentre la “manipolatrice” gravemente riflette sul tema del millenarismo. Ecco: si trattava d’una scena adatta ad esser raffigurata nella locandina, per un’infinità di ragioni.
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Il regista Denys Arcand, classe 1941, par di capire che rifiuti orgogliosamente il mondo anglosassone per esaltare l’anima quebecois: difficile, per un europeo, comprendere a fondo le divisioni sociali e culturali che separano i due popoli; complesso cogliere i riferimenti anti-wasp. Ce ne sono, e numerosi. Mai marcati (a questo si provvederà nel sequel): ma, presumo, evidenti per un canadese. Non padroneggiando i termini del contrasto, non comprendendo e non condividendo i nazionalismi che strangolano mezzo mondo, preferisco glissare.
Non nascondo d’esser andato in cerca del vhs di questo film per la curiosità legata alle numerose critiche positive lette a proposito de “Le invasioni barbariche”. Prima di vedere il sequel, mi sembrava fondamentale esaminare l’origine della storia. Non ho dubbi: il secondo è film d’altro spessore, altra intelligenza e altra classe; del tutto pleonastica la visione di questa prima pellicola, gradevole ma adatta a un pubblico brizzolato e neghittoso.
Arcand si ricorda d’essere un regista e non un discreto cineamatore soltanto nel piano sequenza dei titoli iniziali. Per il resto, si limita a un compitino ordinato e puntuale.
Qualcuno ha scritto che questo è un cult movie. Uno stravaccato “Cocoon” per intellettuali?
Sì, ma di lago e non di piscina, vecchi ma non anziani, e borghesi e quebecois.
Lankelot Franchi, dicembre del 2003. Prima pubblicazione: Lankelot.com
Regia: Denys Arcand. Soggetto e Sceneggiatura: Denys Arcand. Direttore della fotografia: Guy Dufaux. Montaggio: Monique Fortier. Interpreti principali: Dominique Michel, Dorothée Berryman, Louise Portal, Pierre Curzi, Rémy Girard, Yves Jacques, Geneviève Rioux, Gabriel Arcand, Daniel Brière. Musica originale: François Dompierre. Produzione: René Malo, Roger Frappier. Origine: Canada, 1986. Durata: 103 minuti.
Commenti
é un film che non m'ha convito, meglio "Le invasioni barbariche", qanche se nemmeno quest'ultimo è sto capolavoro. Sono sostanzialmente d'accordo con ciò che hai scritto.
;).
"Non nascondo d'esser andato in cerca del vhs di questo film per la
curiosità legata alle numerose critiche positive lette a proposito de "Le
invasioni barbariche". Prima di vedere il sequel, mi sembrava fondamentale
esaminare l'origine della storia. Non ho dubbi: il secondo è film d'altro
spessore, altra intelligenza e altra classe" scrivi, Gianfranco.
E ti assicuro che è vero.
Le invasioni barbariche è emozionante, come raramente lo sanno essere i film
sui racconti di vite; é intelligente nei dialoghi e nello sfiorare le zone d'ombra
e di dolore di chi è chiamato a fare i conti con il proprio passato ed
incerto futuro; è sarcastico e pungente nella sua spietata analisi di una
realtà politica e sociale che genera fresche e genuine invettive: il film
del regista canadese è grande. Tocca il cuore e la testa degli spettatori.
E' la parola ad essere al centro del film. Più che una dichiarazione d'amore
verso il cinema come mezzo visivo ed espressivo, Le invasioni barbariche è
una professione di fede nel cinema come racconto. Le voci si mescolano, e
diventano un tutt'uno, un'unica musica. Perché, grazie al racconto, quei
vecchi amici stanno ancora una volta respirando il profumo della vita.
Per Federico: se puoi, rivedi il film e ti piacerà. Ne sono sicura. Sei
troppo 'fino' per non gustare la forza di questa straordinaria pellicola.
Raffaella
Grazie per il "fino", Raffaella. Ti dico, "Le invasioni barbariche" non m'è affatto dispiaciuto, l'ho trovato un film buono e con argomenti a tratti interessanti. Ho detto solo che non m'è sembrato un capolavoro. Lo vidi al cinema all'uscita, curioso anch'io visto i buoni giudizi ascoltati in giro. L'unica cosa che, se non ricordo male, mi insinuò un po' di fastidio, fu una certa esaltazione quasi ideologica dell'eutanasia. Ma dovrei rivederlo per averne certezza, cosa che sicuramente, prima o poi, mi capiterà di fare.
Ricordo perfettamente.
E trovo perfetta la definizione di film di autentiche masturbazioni mentali.
Ma non solo.
"Scusi vorrei godere". Col ditino alzato del professore manipolato, rimarrà nella memoria di ogni spettatore.
:). Aspetto le tue prossime con intatto entusiasmo, Lupo. Facci godere.