Una mano santa
Alfonso Arau cambia decisamente stile e toni, regalandoci sì un parata di stelle, con tutto il rispetto, mal assortita ma anche una storia surreale dalle inconsuete connotazioni macabre.
Un messaggio pessimista si nasconde nei colori sgargianti e piuttosto fastidiosi, veicolato dal personaggio interpretato da Woody Allen, icona di un cinema di mestiere creato a sua misura, che si presta ad una mascherata sospetta per la sua irrimediabile artificiosità.
Svagato come non mai si muove come un pesce fuor d’acqua al di fuori della metropoli newyorkese, in una storia che non gli appartiene e che avrebbe potuto anche abbellire con la sua classica dose di umorismo, se solo gli fosse stato permesso. Peccato si sia fatto irretire da qualcosa che lo avvilisce piuttosto che esaltarlo. Gli elementi e gli sforzi sono discreti, ma l’ingenuità buonista di Arau viene minata alle fondamenta da tentativi pasticciati che impacchettano alla buona una commedia che a tratti rasenta il ridicolo.
La storia vede Tex, macellaio ebreo con l’hobby dell’illusionista della domenica che, per un tragico errore (ovviamente emerso dall’inconscio), affetta letteralmente la moglie Candy, bellissima nonché fedifraga.
La buona donna conosciuta in tutto il circondario per le doti di samaritana perde letteralmente i pezzi per strada e la sua mano sinistra, per una strana coincidenza del destino, approderà nell’anonimo paesino pronto a finire sulla bocca di tutti per la sua fama miracolistica. Ed in effetti di miracoli ne compie a dismisura trasformando la vita di storpi, ciechi e depressi in una sinfonia di eterna primavera (o almeno è ciò che quelli sperano). È così che Tex arriva alla chiesa che custodisce la mano dei miracoli, inseguito da un provetto investigatore, nonché ex amante della moglie e, nel buffo tentativo di recuperare la mano e di nascondere le prove della sua colpevolezza, viene naturalmente scoperto.
Questo moncherino che pare strappato alla casa di Gomez e Morticia Addams, con tanto di unghie laccate di smalto blu, ne combina di tutti i colori movimentando la vita dei sereni abitanti del villaggio pronti a far uscire allo scoperto tutte le loro miserie e virtù.
La regia si scatena in una traballante farsa che irride alla sacralità dei misteri religiosi, nonché alla creduloneria degli abitanti del piccolo villaggio. La preziosa reliquia creduta addirittura di proprietà della Beata Vergine (certo, con le unghie blu), diventa oggetto di culto ma anche di un furioso merchandising che coinvolge eminenti personalità del paese nonché il prete, a cui tutti elargiscono il dieci per cento dei proventi, alle prese con una fede incerta e la passione per la prostituta locale. Quest’ultima, una moderna Maddalena vestita di rosso, paga il suo obolo quotidiano concedendo le sue grazie femminili e poi affrontando paradossalmente la redenzione.
Personaggi allucinati ed allucinanti si affacciano sulla scena regalando, tra falli mostruosi ed arti scombinati, qualche frammento di risata nella noia generale.
Un tentativo mal riuscito che strizza l’occhio, seppur per brevi istanti, anche al musical, e che non riesce ad essere del tutto blasfemo per quel pudore registico sottile che, ancora una volta, non sa osare di più rendendo di fatto un lavoro sprecato.
Woody Allen si perde nonostante i suoi preziosi e consueti monologhi che forse sono la cosa più riuscita di tutto il film, da quando affetta la moglie fino a quando parla con la sua mano giocherellona. Proprio un triste destino per un uomo tradito da una donna per un incidente di cui in fondo non era consapevole, mentre la prostituta si redime sposando il moderno prete locale, ribaltando di fatto il carnale rapporto alla “Uccelli di rovo” e la moglie va in Paradiso per le immense sofferenze della sua morte. Il paese prospera sulle ceneri di un falso mito. Il destino di Tex si avvicina a quello dell’agente Bobo (Kiefer Sutherland) che, per compiere il suo dovere fino in fondo, finisce per prenderle di santa ragione. Della serie, comunque vada sarà un successo (per chi è peccatore, naturalmente).
Note di colore: accanto ad Allen una invisibile Sharon Stone che interpreta la moglie Candy ed una nostrana Mariagrazia Cucinotta, questa sì perfettamente realistica, che mal si combina con la miriade di personaggi che le ruotano attorno, ad esempio Fran Drescher -“La tata” nei panni di una suora pestifera (ci si chiede se qualcuno l’abbia potuta riconoscere. Identico discorso vale per la Stone) accompagnata da due investigatori dei misteri della fede, di cui uno è interpretato dall’eterno Elliott Gould. Perfino Arau torna a vestire i panni di un attore con una particina priva di valore. Accanto ad essi un’improbabile David Schwimmer (“Friends”) che indossa la tonaca soltanto di fronte ai fedeli.
L’unica scena degna di esser parte di un film è quel quadro-duetto tra Tex in cella e Candy che sfugge dal Paradiso per chiedere al marito di riportare la sua mano in chiesa, fumando un’ultima sigaretta.
La regia rinuncia ad una fotografia illuminante, per colorare, forse troppo, i suoi personaggi senza spessore, nonostante il fiabesco supporto di
Vittorio Storaro. .
Ritenere insulso il tentativo di parodiare i perversi meccanismi della burocrazia ecclesiastica è quasi fare un complimento al film, per la scarsa attenzione alla caratterizzazione della storia e per uno stile pacchiano nella narrazione che non si addice allo stile di Arau, né alla presenza di un Allen forse a caccia più di facili guadagni che di allori. Il messaggio profondo che voleva trasmettere attraverso il film è rimasto sigillato con la mano di Candy nella teca.
“Non ho fatto niente di male”
Soggetto e sceneggiatura: Bill Wilson.
Fotografia: Vittorio Storaro.
Scenografia: Denise Pizzini.
Musica: Ruy Fulguera.
Montaggio: Michael R. Miller.
Interpreti principali: Woody Allen (Tex), Sharon Stone (Candy), David Schwimmer (Leo), Fran Drescher (Sorella Frida), Alfonso Arau (Dott. Amado), Mariagrazia Cucinotta (Desi), Elliott Gould (Padre Lacage), Kiefer Sutherland (Bobo), Lou Diamond Phillips (Agente Alfonso), Angélica Aragón (Dolores).
Produzione: Alfonso Arau, Donald Kushner, Peter Locke, Mimi Polk, Paul L. Sandberg, Rony Yacov, Tamar Yacov.
Distribuzione: Filmauro.
Origine: Usa, 2000.
Durata: 93 minuti.
Titolo originale: “Picking up the pieces”.
Originariamente apparsa su Lankelot.com
Commenti
non trovo più la foto della mano nella teca... Altamente significativa....:)
Questo mi deluse moltissimo, quando lo vidi al cinema. Allen qui è davvero sprecato.