Arau Alfonso

Come l'acqua per il cioccolato

Autore: 
Arau Alfonso

 Un  buco nero in mezzo al petto 

…da cui passava un freddo infinito”
 
Il film della variegata carriera cinematografica di Alfonso Arau riuscì a mettere d’accordo critica e pubblico allo stesso tempo, soprattutto per la sensibilità con cui aveva rispettato la creatività della moglie, Laura Esquivel, autrice del romanzo Dolce come il cioccolato, nonché sceneggiatrice dello stesso “Come l’acqua per il cioccolato”.
La storia s’illumina da sola attraverso la lettura delle pagine del romanzo ma con il film, i personaggi, i colori, i sapori lasciano nella memoria una traccia indelebile di sensazioni che non si riescono del tutto a descrivere tramite le parole e, alla fine, si rinuncia perfino a comprendere quale sia stato l’elemento scatenante di tutto ciò.
 
Il brutto di quando si trita la cipolla non è piangere, ma non smettere di piangere
 

 
Sono i tempi della rivoluzione di Pancho Villa. Soldati e fuorilegge devastano le brulle terre del Messico. In una fattoria nascono, vivono e soffrono generazioni di donne. Ed è una storia costruita su di loro, sulle diverse figure femminili che costituiscono il cuore pulsante di un mondo desolato, le cui vite si elevano per mezzo della cucina e della fantasia.
Tita (Lumi Cavazos) viene spinta al mondo da un impressionante fiume di lacrime, originato dall’odore pungente delle cipolle che la madre affettava in gravidanza.
L’intenso legame con la cucina scaturisce, quindi, già dal grembo materno e così sarà per sempre. Ogni istante vissuto seguirà l’odore del timo, dell’alloro, del coriandolo, della cipolla e di tutti quegli aromi provenienti dall’ambiente caldo e protettivo del focolare domestico, ricreando in modo del tutto atipico l’affetto materno che le viene presto a mancare.
Il destino, per Tita, ultima di tre figlie, pretende l’annullamento dell’essere per poter accudire la madre fino alla fine dei suoi giorni. Poco importa se, non potendosi sposare, non ci sarà alcuna discendenza diretta a provvedere ai suoi bisogni, una volta raggiunta l’età della vecchiaia.
La cultura delle tradizioni si scontra ben presto con le leggi irrazionali dei sentimenti ed è così che l’amore s’intrufola nel suo cuore, pur essendole stata negata la gioia del libero manifestarsi.
Pedro (l’italianissimo Marco Leonardi), il ragazzo dei suoi sogni, sposerà Rosaura, la sorella maggiore, avendo come unico scopo quello di restare accanto alla donna che ama. Da un certo punto di vista, una scelta un po’ vigliacca la sua, in linea con il rispetto delle tradizioni. Se avesse rapito la ragazza per coronare i suoi sogni d’amore, del resto, il romanzo della Esquivel si sarebbe fermato al primo capitolo e noi non avremmo avevo la possibilità di innamorarci della sua storia.
E così vedremo sopravvivere l’amore fulmineo tra i due, nonostante le avversità di un matrimonio opprimente e di una madre demoniaca che rende la vita della figlia un tormento senza fine. L’unica consolazione di Tita è la cucina che avvolge con tutti i sentimenti repressi, come quella matassa di lana che giornalmente trasforma in una interminabile coperta.
La violenza di un destino crudele si abbatte come una furia sulla ragazza portandole sofferenze come se il cielo avesse deciso di trasformare in lacrime ogni stella cucita sul suo manto.
 
Sembrava che per uno strano fenomeno di alchimia, non solo il sangue di Tita, ma tutto il suo essere si fosse sciolto nella salsa di rosa, nella carne delle quaglie e in ogni aroma del cibo. In questa maniera l’essere di Tita penetrava nel corpo di Pedro, voluttuoso, profumato, caldo ed irresistibilmente sensuale. Sembrava che avessero scoperto un nuovo codice di comunicazione, nella quale Tita era il mittente, Pedro il ricevente e Gertrudis la fortunata nella quale si realizzava questa relazione sessuale per mezzo del cibo”
 
Tita intinge i petali di rosa con l’amore che si trasforma in passione viva per chi se ne ciba; quando piange trasmette il suo dolore al dolce che si trasforma in profonda infelicità per chi lo gusta; quando odia, la sua rabbia si riflette sulla pietanza rendendola indigesta a chi vi si accosta.
Tita è così intensa che qualsiasi cosa sfiori con le sue mani si trasforma in un dono d’amore per chi lo riceve.
Non c’è speranza per chi come lei è stata segnata dalla nascita a vivere nell’attesa che qualcuno abbia la forza di liberarla da ogni costrizione.
L’ultima speranza di Tita di una vita davvero felice, lunga come quella coperta di lana che ha realizzato nelle sue solitarie notti di gelo interiore, si spezza per ironia della sorte. E allora quella passione interna che la divora è pronta ad esplodere, infiammando dal di dentro per poi bruciare tutto quello che le è vicino. Fiamme danzanti, devastanti e liberatorie allo stesso tempo s’innalzano sul suo e sul corpo dell’amato.
 
 “…una scatola di fiammiferi dentro di noi. Solo che abbiamo bisogno dell’ossigeno per accenderli. Il respiro, la parola, il sorriso della persona giusta a fungere da detonatore per l’esplosione dell’anima. Uno alla volta, altrimenti si produce uno splendore luminosissimo che illumina il tunnel che ci riporta alla perduta origine divina
 
La miscela delicata e passionale degli ingredienti cinematografici s’intreccia alle mani lente e sensuali di Tita rendendo estremamente vivo il racconto.
Ci si trova così, senza chiudere gli occhi, a vivere gli odori penetranti della cucina, unico grembo materno ancora integro, i sapori esaltati dai sentimenti di Tita, a godere di inquadrature che esaltano l’ambientazione irreale con frequenti incursioni nel fantastico.
La mano che guida il mestolo intriso d’amore pare ingigantirsi, unendosi alla mano di Tita, come se fosse un suo naturale prolungamento.
È una storia che apre la via ad un genere tutto dedito al cibo ed ai sentimenti, già percorso, ma che torna di moda dalla metà degli anni ’90 in poi, nel tentativo di riappropriarsi del gusto dei sensi. Basta pensare al delicato “Mangiare bere, uomo donna” (1994) di Ang Lee, regista poi conosciuto per ben altre tematiche, “Grazie per la cioccolata” (2000) di Claude Chabrol e “Chocolat” (2001) di Lasse Hallström, oppure, nel campo più propriamente letterario “Kitchen” (1991) di Banana Yoshimoto, “Afrodita” (2000) di Isabel Allende e alla produzione di Joanne Harris che comprende lo stesso “Chocolat” (1998), “Vino, patate e mele rosse” (1999) e “Cinque quarti d’arancia” (2000).
 
Arau filma con pudore ed equilibrio le sensazioni scaturite nell’ambito domestico, come se stesse facendo rivivere i ricordi di famiglia emersi delle ricette illustrate dalla Esquivel.
A raccontare la vita di Tita è, infatti, la nipote intenta a sfogliare il libro della sua antenata tentando di ricreare la magia della sua arte culinaria.
Il regista riveste di intense sfumature cromatiche la già gustosa narrazione della Esquivel realizzando un film intimo in cui i profumi e gli odori si fondono ai suoni, i sapori ai colori delle immagini. Lo scenario che si riempie dei toni della terra e del cielo coperti di sfumature che vanno dal rosso violento del sole infuocato all’ocra polverosa delle dune selvagge e desolate, cattura l’immaginazione travolgendo lo spettatore, immerso così in quell’esaltazione dei sensi solleticati singolarmente. Ed è così che la regia ci regala uno spettacolo degli splendidi tramonti del Messico che riscalda il cuore in un malinconico messaggio di speranza.
La fotografia è di Steven Bernstein e di Emmanuel Lubezki che curerà poi, tra gli altri, anche “Il profumo del mosto selvatico” (1995) dello stesso Arau, “La piccola principessa” (1995), “Paradiso perduto” (1998), “Y tu mamá también” (2001), “I figli degli uomini” (2007) di Alfonso Cuarón, “Vi presento Joe Black” (1998) di Martin Brest, “Il mistero di Sleepy Hollow” (1999) di Tim Burton, “Alì” (2003) di Michael Mann e “The assassination”(2004) di Niels Mueller e “Lemony snicket - una serie di sfortunati eventi” (2004) di Brad Silberling.
 
La storia s’intreccia con le tradizioni, i sentimenti con la fantasia creando un mondo irreale e quasi incontaminato.
Suggestioni visive e suggestioni oniriche miscelate con sapienza, tanto da farle apparire reali.
La vita di Tita è sofferta ma la commozione sa illuminarsi attraverso il suo carattere intenso che emerge in modo pieno e completo nel libro come nel film. Accanto a lei tutta una serie di personaggi straordinari, come le donne che fanno parte integrante del focolare domestico: l’odiosa sorella Rosaura, la gioiosa e passionale Gertrudis, la furba e allegra fantesca Chencha, la nonna che si intravede per pochi istanti, la tata Nacha, interpretata da Ada Carrasco, attrice presa in prestito dalle tenelovelas messicane (in Italia nota per “Anche i ricchi piangono”), vera sostituta di una madre arcigna che rovescia su Tita tutta l’insoddisfazione di una vita amorosa fallita. Perfino la sua anima assume la forma spettrale che continua dall’aldilà a ricordarle la sua prigione, finché in un moto rivoluzionario, la ragazza trova la forza di respingerla per sempre.
La Esquivel ha quel pizzico di femminilità che alleggerisce la narrazione, ma nel film, nonostante la collaborazione della scrittrice, manca quel pizzico di sale che possa esaltare la pietanza offerta sulla carta. Questo perché i sentimenti sono spesso soffocati, trattenuti, sospesi senza che la regia abbia coraggio di renderli liberi. Ed è così che le inquadrature si velano di intimo pudore.
Arau continuò con due film successivi, uno di maggiore impronta commerciale, “Il profumo del mosto selvatico”, complice la presenza dell’allora già divo Keanu Reeves contrapposto ad uno strepitoso Giancarlo Giannini con la partecipazione sensibile di Athony Quinn, ed il surreale “Ho solo fatto a pezzi mia moglie”, con una carrellata di stelle di tutto rispetto (tra cui Woody Allen e Sharon Stone ed anche qui una presenza italiana rappresentata da Mariagrazia Cucinotta), ma non riuscì, tuttavia, a ricreare la magia creativa di “Come l’acqua per il cioccolato”  che rimane un piccolo gioiello della sua cinematografia, per l’attenzione sensibile ai misteri d’amore.
 
Solo le pentole conoscono il bollore del proprio brodo
 
Regia: Alfonso Arau.
Soggetto e sceneggiatura: Laura Esquivel.
Fotografia: Steven Bernstein, Emmanuel Lubezki.
Scenografia: Denise Pizzini, Emilio Mendoza, Marco Antonio Arteaga.
Musica: Leo Brouwer, Annette Fradera.
Montaggio: Carlos Bolado, Francisco Chiu.
Interpreti principali: Lumi Cavazos (Tita), Marco Leonardi (Pedro), Regina Torné (Donna Elena), Ada Carrasco (Nacha), Mario Ivan Martínez (Dott. John Brown), Yareli Arizmendi (Rosaura), Plaudette Maillé (Gertrudis), Pilar Aranda (Chencha).
Produzione: Arau Films Internacional.
Origine: Messico, 1992.
Durata: 123 minuti.
Titolo originale: “Como agua para chocolate”.
Premi: nomination Golden Globe Awards, 1993 (in Patria spopolò).
 
Movida, 13 marzo 2005.
 
Originariamente apparsa in ciao e Lankelot.com
  

 

ISBN/EAN: 
8031179920693

Commenti

Arau alle origini.

Mo-vi-da!
http://www.lankelot.eu/index.php/2009/02/04/esquivel-laura-dolce-come-il... integro anche qui la segnalazione del tuo articolo sul romanzo;)

"Sono i tempi della rivoluzione di Pancho Villa. Soldati e fuorilegge devastano le brulle terre del Messico."

> e allora... ARRIAGA!
http://www.lankelot.eu/index.php/2007/07/09/arriaga-guillermo-pancho-vil...

"Basta pensare al delicato ?Mangiare bere, uomo donna? (1994) di Angel Lee, regista poi conosciuto per ben altre tematiche, ?Grazie per la cioccolata? (2000) di Claude Chabrol e ?Chocolat? (2001) di Lasse Hallström, oppure, nel campo più propriamente letterario ?Kitchen? (1991) di Banana Yoshimoto, ?Afrodita? (2000) di Isabel Allende e alla produzione di Joanne Harris che comprende lo stesso ?Chocolat? (1998), ?Vino, patate e mele rosse? (1999) e ?Cinque quarti d?arancia? (2000)."

> Questo è un piano per futuri articoli, a occhio e croce...;)

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