Jean Jacques Annaud torna ai suoi primi amori: lo spirito animalista e l’Asia. Il primo gli fece girare quell’esempio di sensibilità che è stato “L’Orso” (1988); il secondo “L’Amante” (1991).
“Due Fratelli” coniuga le due cose con un lavoro impegnativo per far sì che gli animali presenti nella storia non dovessero esser sostituiti dalle nuove tecniche digitali, né tantomeno soffrire per interpretazioni falsate dalla sceneggiatura. Il risultato è straordinario se ci si immedesima nelle intenzioni del regista, venendo proiettati in un’atmosfera suggestiva proprio nel momento in cui l’autunno, con le sue foglie ingiallite, diffonde sul nostro mondo un senso di malinconia.
La fiaba animalista di Annaud fa tornare bambini; allo stesso tempo, commuove per quella triste realtà che è la natura vitale tormentata dall’opera dell’uomo.
Le tigri sono una specie in estinzione ed è da anni che il WWF porta avanti la sua campagna di sensibilizzazione per un animale donato con generosità alla vista dell’uomo. Tant’è che il film è stato prontamente “adottato” come simbolo di una lotta portata avanti con fervore. Non si poteva, d’altronde, avere dubbi già dalle prime inquadrature di quel microcosmo speciale, in mezzo alla jungla cambogiana.
Tra i silenzi di una natura intricata e rigogliosa si assiste prima al corteggiamento di due esemplari adulti e, quindi, alla nascita di due splendidi cuccioli di tigre.
Il “vociare” invisibile degli animali fa loro compagnia tra le rovine dei templi di Angkor Wat, eletti a protezione “domestica”. I due piccoli sono affiatati nei giochi e nelle classiche schermaglie che fanno parte del rapporto tra fratelli. Esplorano i luoghi con spirito avventuroso, si difendono l’un l’altro da attacchi di altri piccoli animali, fanno rotolare pietre rotonde come se si trattasse di una palla.
L’occhio della cinepresa è attentissimo a riprendere le loro buffe o tenere smorfie come se si trattasse di piccoli attori già avvezzi all’esperienza cinematografica. In realtà tutto ciò che è stato montato è frutto di un talento naturale delle tigri a cui non è stata imposta alcuna finta espressività.

Ovviamente l’odore dell’uomo si avvicina ed è ora di prepararsi a proteggere quelle vite appena nate. La madre trascina via il più vivace dei due, lasciando il più debole indietro, protetto dagli ultimi sforzi della figura paterna. La tigre maschio viene uccisa e quel cucciolo si nasconde sotto la sua massa per trarre conforto dall’ultimo frammento di calore vitale. La soddisfazione della sua insicurezza dura poco perché il cacciatore lo porta via finendo poi per nutrirlo con caramelle al miele. Inizia così il suo primo giorno tra le sbarre nel villaggio dei contadini dove la madre lo verrà a cercare. Vani saranno i tentativi di inseguire il furgoncino che lo separerà dal suo mondo e non si potrà che assistere impotenti alla rassegnazione di quella “mamma” che si ferma a salutare il suo piccolo in mezzo alla strada. Il circo sarà il destino del primo cucciolo e l’inizio della sua vita con un nome imposto dagli uomini, Kumal. Le urla della sua disperazione le ascolta solo una vecchia tigre vicina di gabbia, nonché di sorte. Per non lasciarlo morire di solitudine si avvicina a lui e lo tocca facendo passare la coda tra le sbarre. Kumal si riprende sentendo il calore della famiglia ed inizia così a crescere sano e forte, nonostante tutto.

Nella jungla, intanto, la mamma di Kumal e l’altro cucciolo sono fatti prigionieri dal cacciatore che deve portare un trofeo ai potenti. Inizia così una caccia alla tigre con tanto di colpi di armi da fuoco che si riflettono sulla faccia spaventata del piccolo nascosto in un anfratto tra le rocce.
La tigre adulta scappa, ma il cucciolo viene prelevato dal bimbo del governatore, Raoul, che lo terrà con sé come un fratellino. Il suo nome sarà Sangha e, vivendo tra gli uomini, inizia a nascondersi tra i peluche dei suoi simili. Resta in quella casa fino a che, nel gioco, non farà del male al cane di famiglia.
“Conosce il sapore del sangue, non possiamo tenerlo qui”. Quella giovane tigre subirà ancora l’amarezza della separazione. Il suo nuovo destino sarà nella collezione di animali rari.
Un salto temporale continuo nella narrazione ci permette di ritrovare entrambi i fratelli ormai cresciuti e pronti, per una fatalità, a lottare tra di loro in una squallida arena.
Ed ecco in Kumal riaffiorare la debolezza dell’infanzia che portava il fratello ad arrampicarsi sugli alberi pur di sfuggire agli animali più piccoli di lui.
Ed ecco in Sangha riemergere la fierezza del portamento e la voglia di non lasciarsi sopraffare da quell’altra tigre che gli uomini gli stanno per lanciare contro.
I due esseri iniziano a lottare in una danza spettacolare finché gli occhi di entrambi si avvicinano e fanno scattare il flashback di ricordi, tramutandoli, come sempre sono stati, in “fratelli”.
Kumal e Sangha si riconoscono e la commozione si desta fortissima dinnanzi a quegli abbracci al limite dell’umanità e a quel loro giocare con una palla caduta misteriosamente nell’arena. Fuggono proteggendosi l’un l’altro ed inventando mille stratagemmi pur di sfamarsi.
I “Due fratelli” sono finalmente riuniti, ma la cattività in cui sono cresciuti non gli permetterà di sopravvivere senza far del male agli esseri umani. Almeno questa è la convinzione di chi non crede nella capacità di adattamento degli animali e nella forza dei loro ricordi. La decisione della loro uccisione è dolorosa, ma necessaria.
Il cacciatore di allora li segue e li intrappola con il fuoco. Kumal, avvezzo ai giochi del circo, supera il cerchio senza difficoltà. Non vedendo però il fratello, torna indietro e lo incoraggia a superare quell’estrema difficoltà. Insieme salteranno per liberarsi del peso degli uomini e ritrovare così la loro libertà.
Il cacciatore li scorge e decide infine di lasciarli andare.
Lui e Raoul, il figlio del governatore, andranno poi alla ricerca delle tigri per un ultimo saluto. Mentre il bambino è vicino a Sangha che lo guarda teneramente, l’uomo gli punta addosso il fucile temendo una reazione dell’animale finché non scorge lo sguardo di rimprovero di Kumal. La tigre gli si avvicina e lo rassicura strattonando il taschino della camicia dove il cacciatore conserva la sua scatola di caramelle al miele. No, non ha dimenticato neppure lui il contatto con quell’uomo. Il fucile è ormai lontano quando sentono la risposta ai richiami dei due fratelli in mezzo alla vegetazione. Le tigri stanno tornando là dove è nato tutto e là dove li attende ancora la loro mamma che gli insegnerà a cacciare, restando lontani dagli uomini.

Dopo aver assistito ad una separazione e ad una riunione di famiglia, mi interrogo sul valore di questo film. Al di là della favola e dell’aver voluto carpire sentimenti umani tra gli animali, chi vive con essi, dal criceto al cane, nessuno escluso, comprende benissimo ciò che gli animali sentono e sanno dare all’uomo. Dal rapporto uomo-animale nasce sempre un legame profondo capace di modificare il carattere e le emozioni di quelli che hanno il privilegio di viverlo appieno.
Non è lontano il ricordo della leonessa Elsa in “Nata libera” di Joy Adamson, che riesce a stabilire un rapporto speciale con la famiglia a “due zampe” che l’aveva adottata. “Due fratelli”, pertanto, nonostante si presenti come una favola non è poi così tanto lontano da una realtà che si vive quotidianamente con animali meno “feroci”.
Il film, tuttavia, nonostante la delicatezza non riesce ad avere la medesima espressività de “l’Orso”, in cui si era l’utilizzato l’animale completamente contrapposto al mondo dei cacciatori. I personaggi umani nel film di Annaud sono meno partecipativi delle stesse tigri che, alla fine, risultano essere attori più veri di quelli umani. Ci si aspettava di più, è vero, eppure commuove perché ha in sé il significato profondo della compenetrazione e del legame indissolubile che lega l’uomo alla natura prima e agli animali dopo.
Non si contempla il loro mondo, ma lo si vive attraverso i loro occhi che sanno essere quasi umani. Ed alla fine del film, quale sarà il responso del nostro cuore? Chi è più “umano” tra quegli animali e l’uomo? La risposta la troviamo fotogramma per fotogramma in quell’amore che lega i due fratelli per sempre.
“Correre dei rischi a volte vale la pena”
Regia: Jean Jacques Annaud
Soggetto: Jean Jacques Annaud
Sceneggiatura:Jean Jacques Annaud
Fotografia:Jean Marie Dreujou
Montaggio:Noelle Boisson
Costumi: Pierre Yves Gayraud
Personaggi principali: Guy Pearce, Freddy Highmore
Effetti: Pascal Molina
Musiche: Stephen Warbeck
Produzione: Pathe’, Two Brothers Productions
Origine: Francia/ Gran Bretagna 2003
Durata: 109
Titolo originale: Two Brothers
Originariamente apparsa, in estratto, su ciao e nella versione attuale su Lankelot.com.

Commenti
Una delle tigri me la sarei portata volentieri a casa...mah...
un'altra visione della Cambogia.
"Ed alla fine del film, quale sarà il responso del nostro cuore? Chi è più ?umano? tra quegli animali e l?uomo? La risposta la troviamo fotogramma per fotogramma in quell?amore che lega i due fratelli per sempre".
Pur essendo un film fatto ad arte per commuovere, non posso non ricordarlo con piacere. Davvero una bella visione, e il mesasaggio semplice e universale che ci arriva è edificante nel senso più puro del termine. Un film empatico ed educativo.
(bel pezzo:). Devo recuperarlo, assieme all' "Orso").
2. sì :)
3. sìììììììì!!! L'Orso!!!!