Anderson Paul Thomas

Il petroliere

Autore: 
Anderson Paul Thomas

Daniel Plainview era un uomo ambizioso quando l'America era contagiata dalla febbre dell’oro, così ambizioso che invece dell’oro trovò il petrolio.

E’ il 1902 e siamo in California. Daniel Plainview è uno dei tanti pionieri alla ricerca dell’oro. Un giorno si imbatte per caso in un giacimento petrolifero e decide allora di mettere su una compagnia di estrazione e trivellazione che nel giro di pochi anni lo renderà ricco e milionario. Imbeccato da Paul Sunday e accompagnato dal figlio H.W. - orfano di padre, adottato da Daniel e “sfruttato” per vendere meglio se stesso e la sua impresa – raggiunge Little Boston, una cittadina della California che nasconde sotto le proprie colline aride e rocciose ricchi depositi petroliferi.

Qui conosce la famiglia Sunday e compra, prima da loro, poi dall’intera comunità, migliaia di acri. Iniziano i lavori di trivellazione, gli affari vanno bene, il lavoro cresce e la prosperità anche. Daniel viene salutato come benefattore da tutti tranne che da Eli Sunday, fratello di Paul e profeta della “chiesa della terza rivelazione”. Eli conosce i reali intenti di Daniel e cerca di approfittarne, chiedendogli di scendere a compromessi e di finanziare la sua chiesa. E così, proprio quando la parabola di Plainview arriverà al vertice più alto, inizierà la sua rovina: l'incidente del figlio - resterà sordo - e il conseguente disconoscimento, l'imbroglio del falso fratello e la sua morte e il duello finale con Eli, in cui troverà finalmente compimento il titolo originale del film "There will be blood".   

Se i buoni film si vedono dal mattino, quelli di Paul Thomas Anderson si sono sempre differenziati per gli incipit fulminanti. Ricordo l’enigma della pianola abbandonata per strada in Ubriaco d'amore e la voce over fatalista di Magnolia e tuttavia, nonostante precedenti così nobili, l’inizio de Il petroliere va oltre e mira altrove: segno di nuova maturazione in questo autore, qui finalmente alla sua prima opera universale. I primi venti minuti sono così, senza dialogo, sottesi unicamente dalle oscure note di Jonny Greenwood – il chitarrista dei Radiohead per chi non lo sapesse.  

Il colpo della piccozza che risuona sordo, il martello che inchioda il paletto nella roccia, le mani che si sfregano a cercare nuova energia. Un uomo scava solitario senza paura. Si rompe una gamba, gela al freddo, è solo. Trova l’oro e dall’oro nasce la sua impresa.

L’incipit si fa prologo e il prologo si fa sintesi, racchiudendo in sé tutta la natura linguistica del film. E’ un opera che enuncia per immagini, trascurando dialoghi e aneddoti descrittivi, che suggerisce il fatto senza dirlo, senza pronunciarlo. Tutto sembra nascere e crescere per magia, per gemmazione.

La degenerazione del protagonista, dalla nascita dell’azienda fino all’omicidio di Eli, è esposta per il mezzo di grandi scene madri, macrosequenze che brillano di luce propria, che scardinano di forza il racconto semplicistico e schematico.

Come nella scena più impressionante del film – quella dove Daniel, ossessionato dalla magnetica rivelazione del fuoco e del petrolio, lascia incustodito il figlio ferito. Qui i dialoghi si fanno pleonastici e ciò che conta è raccontato dall’immagine e dal suono: l’attesa iniziale prima della deflagrazione, l’incidente e il salvataggio di H.W., Daniel che si crogiola nella contemplazione della torretta che prende fuoco. Ed è proprio nel finale della sequenza che si sprigiona la metonimia: con il nero della notte che assimila il volto di Daniel, incurante delle sorti del figlio e ossessionato ormai solo dal petrolio, quel petrolio che lo condurrà alla sua disfatta interiore.


Il protagonista, qui, è tutto. L’intero film è impiantato su di lui, alla stregua di Redmond Barry in Barry Lindon. E non credo di essere sacrilego nell’accostare Anderson al suo maestro Kubrick, se è vero che Stanley gli concesse udienza durante le riprese di Eyes Wide Shut. Come Kubrick, Anderson è uno dei pochi registi che riesce a coniugare visione autoriale e commerciale: entrambi  privilegiano il pro-filmico, entrambi spremono a dovere tutto l’arsenale scopico a disposizione: ripresa, scenografia, attori, fotografia, montaggio. Ma senza trucchi e senza virtuosismi.

Entrambi lavorano sulla metonimia, nel senso lacaniano del termine. Come i grandi romanzieri e i grandi registi del passato, ciò che viene mostrato rinvia sempre a qualcos’altro e non si esaurisce mai nella mera visione. Non c’è fabula, né simbolico e né allegoria, c’è solo metonimia. E’ per questo che Anderson merita il massimo rispetto ed è per questo che Il petroliere è un film decisivo degli anni Duemila.

Fa sua un’idea di cinema che il cinema attuale sembra aver dimenticato. Si riappropria della scena com’era la scena ai tempi del muto, fa parlare sguardi, piani, primi piani e campi lunghi, racconta per piani sequenza, abolisce il montaggio, racconta per sottrazione e ambiguità, racconta indirettamente e raccontando così significa più di quanto possa significare.

C’è un rifiuto netto della dialettica del campo-controcampo, della bieca simmetria televisiva, che ci riporta ai primordi, sganciando finalmente – a dispetto della stragrande maggioranza delle opere nostrane - l’opera cinematografia da quella letteraria. Non c’è più trama in senso stretto, non c’è più interpunzione, pochi approfondimenti psicologici. Abbiamo un conflitto tra personaggi, è vero, ma in fondo è un conflitto tra bene e male, tra male e male. E’ una guerra tra topoi atavici. Daniel e Eli sono le stesse facce della stessa medaglia, la sporca morale puritana e l’ambizione spregiudicata si fondono e si sfidano senza esclusione di colpi: ecco l’America, ecco il sogno americano!

Se Magnolia rappresentava, nella ricca e differenziata proposta di personaggi, uno studio dello stereotipo americano, più oleografico che rappresentativo, Il petroliere ne traccia invece l’evoluzione, coniando in via definitiva l'archetipo. E lo fa senza strappi, senza artificio, senza aderire a falsi miti e a falsi eroi, sporcando l’ideale su cui si basa il sogno americano, quell’ovest simbolo di nuovo inizio, di sogno e di libertà. Quella conquista della frontiera vista come speranza approda qui, attraverso brama e corruzione, a un opposto sinistro fatto di connivenze con una chiesa depravata, di abiure paterne e di omicidi grandguignoleschi. Qui la parabola di Daniel non prolifica, ma smorza sul nascere qualunque anelito alla solidarietà. La comunità deve cedere il passo alle ambizioni del singolo: Plainview si accartoccia su se stesso, trascinato verso il basso da una megalomania autoreferenziale che lo affoga nel nero del petrolio. Quel nero commisto a sangue che ha lanciato l’America verso il capitalismo, il potere e la sistematica prevaricazione.

E’ superfluo, forse, celebrare cast tecnico e cast artistico. Quando è di fattura così elevata si corre solo il rischio di incappare in qualche tautologia. Ripeto allora. Non c'è niente che non vada per il verso giusto, niente che stoni, niente per cui si può dire il contrario. L’unica menzione che voglio fare riguarda Daniel Day Lewis. Scontata? Forse si, ma ciò che riesce a fare nel film ha del sovrumano. Studiatelo, guardatelo, ammiratelo, amatelo e adoratelo: questa non è più recitazione, questa è metempsicosi. Poderoso.

Regia: Paul Thomas Anderson
Soggetto: Paul Thomas Anderson Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson
Tratto da: "Oil!" di Upton Sinclair
Direttore della fotografia: Robert Elswit
Montaggio: Dylan Tichenor
Interpreti principali: Daniel Day Lewis, Paul Dano, Dillon Freasier
Musica originale: Jonny Greenwood
Scenografia: David Crank, Jim Erickson
Costumi: Mark Bridges
Produzione: Paramount vantage
Origine: USA, 2007
Durata: 158 minuti.
Info:
http://paramountvantage.com/blood / www.cigarettesandredvines.com

Leibniz

Film di Paul Thomas Anderson su Lankelot:

 

 

ISBN/EAN: 
8717418129842

Commenti

CLAMOROSO

ritorno del Degra

"IL PETROLIERE" secondo Ian Degrassi.

"Studiatelo, guardatelo, ammiratelo, amatelo e adoratelo: questa non è più recitazione, questa è metempsicosi. Poderoso."

!

"Se i buoni film si vedono dal mattino, quelli di Paul Thomas Anderson si sono sempre differenziati per gli incipit fulminanti. Ricordo l?enigma della pianola abbandonata per strada in Ubriaco d?amore e la voce over fatalista di Magnolia e tuttavia, nonostante precedenti così nobili, l?inizio de Il petroliere va oltre e mira altrove: segno di nuova maturazione in questo autore, qui finalmente alla sua prima opera universale. I primi venti minuti sono così, senza dialogo, sottesi unicamente dalle oscure note di Jonny Greenwood ? il chitarrista dei Radiohead per chi non lo sapesse."

> "Ubriaco d'amore" mi manca, ma ricordo bene la "voce over fatalista" di Magnolia. Il canto della predestinazione, delle coincidenze, della natura del destino...

Quanto alla colonna sonora, naturalmente è stata la prima cosa che sono andato a cercare, mesi fa. Greenwood è un personaggio stravagante (vedrai cosa ho scoperto nel libro sui testi dei Radiohead, tra due mesi:) ) e decisamente capace di cose spiazzanti. Qui è stato morriconiano.

"L?incipit si fa prologo e il prologo si fa sintesi, racchiudendo in sé tutta la natura linguistica del film. E? un opera che enuncia per immagini, trascurando dialoghi e aneddoti descrittivi, che suggerisce il fatto senza dirlo, senza pronunciarlo. Tutto sembra nascere e crescere per magia, per gemmazione."

> Questo è puro IAN.

"L?intero film è impiantato su di lui, alla stregua di Redmond Barry in Barry Lindon. E non credo di essere sacrilego nell?accostare Anderson al suo maestro Kubrick, se è vero che Stanley gli concesse udienza durante le riprese di Eyes Wide Shut. Come Kubrick, Anderson è uno dei pochi registi che riesce a coniugare visione autoriale e commerciale: entrambi privilegiano il pro-filmico, entrambi spremono a dovere tutto l?arsenale scopico a disposizione: ripresa, scenografia, attori, fotografia, montaggio. Ma senza trucchi e senza virtuosismi."

> Applausi per "arsenale scopico" e "per il privilegio del pro-filmico".

"Se Magnolia rappresentava, nella ricca e differenziata proposta di personaggi, uno studio dello stereotipo americano, più oleografico che rappresentativo, Il petroliere ne traccia invece l?evoluzione, coniando in via definitiva l?archetipo. E lo fa senza strappi, senza artificio, senza aderire a falsi miti e a falsi eroi, sporcando l?ideale su cui si basa il sogno americano, quell?ovest simbolo di nuovo inizio, di sogno e di libertà."

> "Più olegrafico che rappresentativo". Ah:).
Ammazza Ian, scrittura potente.

Fra il film più decisivi di questo secolo.

E' una bellissima lettura. Ti racconto le mie sensazioni.
Partivo dal pregiudizio positivo della colonna sonora, e dall'apprezzamento per "Magnolia" che - come sai - avrò visto più volte tra cinema e casa. Complici le visioni notturne, stramazzavo e non riuscivo ad andare oltre i primi venti minuti, decisamente kubrickiani:).

Pensavo: 2001, scena iniziale. Pensavo: Barry Lyndon, per la profondità di campo. Pensavo: dalla commedia americana generazionale all'allegoria d'una nazione - bel passo avanti.

Ma non riuscivo a guardarlo. E poi una notte è andata. Ma a questo punto voglio tornarci su. La ragione è che, per i miei sballati parametri di lettore-letterato e di spettatore caotico e non tecnico, era tutto troppo, troppo lento. Ecco, pensavo che alle spalle c'era un gran romanzo, o almeno un romanzo massimalista...
e che questo film era solo immagine. Riproverò;)

7, dovresti avvisare Marco e Patrick, credo che smanieranno per leggere e commentare:).

OT ma non troppo, ma a questo punto non è ora che qualcuno scriva anche di "Ubriaco d'amore"?

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