Anderson Paul Thomas

Boogie Nights

Autore: 
Anderson Paul Thomas

1977, Los Angeles. Il diciassettenne Eddie Adams (Mark Wahlberg), lavora in un pub come lavapiatti e arrotonda lo stipendio mostrando ai più curiosi una sua (super) dote naturale. 
Viene in tal modo notato da Jack Corner (Burt Reynolds) regista di film porno con parecchie velleità artistiche. Il ragazzo dimostra subito il suo “talento”, assume il roboante nome di Dirk Diggler e soldi, fama,  riconoscimenti non tardano ad arrivare. Macchine lussuose, continue feste in piscina, cocaina e alcol cambiano il carattere quieto del giovane, trasformandolo in un presuntuoso che arriva a disconoscere chi lo ha portato alla ribalta. Tenterà con enorme insuccesso la carriera musicale, ritornando alle marchette voyeuristiche per pochi dollari. Alla fine sbandato e senza più un soldo si rimetterà al servizio del suo scopritore.

Il film dura 150 minuti. Bisognava cominciare con qualcosa e ho scelto di mettere questa indicazione come incipit. Ma son due ora e mezza che fuggono via? Sì e no. Paul Thomas Anderson non realizza blockbuster o almeno non solo blockbuster; ricordiamoci che ha fatto piovere rane dal cielo; nelle sue scelte, nei suoi movimenti di macchina c’è la giusta sfacciataggine di chi ti dice: “questo è il mio film, se ti sta bene continua a guardarlo, altrimenti alzati dalla poltroncina e vattene” e così osserviamo il suo occhio che segue un personaggio ad una festa, gli fa scambiare qualche battuta mostrandone l’inconsistenza, poi lo abbandona, ci mostra una tipa che chiede di poter sniffare, la si allontana fa un leggera panoramica e prende a seguire una ragazza in costume che era sullo sfondo del primo teatrino, scende degli scalini ed è nella piscina, anche la cinepresa fa un tuffo con lei, poi riemerge e inquadra totale l’amico del protagonista che invita il collega a fare un tuffo, i si lancia dal trampolino e tutto in un unico piano sequenza e così via. Ed eccoci immersi negli anni settanta anche grazie all’ottima scelta musicale di Karen Rachtman, già supervisore musicale in almeno Le Iene, Pulp Fiction, Four Rooms e Desperado (non male). Il giovane regista classe 1970 manifesta sicurezza anche nell’orientare e mettere in luce un cast bello corposo composto dal già citato Burt Reynolds sorprendente nel ruolo del regista di genere, senza bisogno di  tridimensionalizzarlo con “stampelle” macchiettistiche, ma orientarlo tendenzialmente di un’aurea patetica è stato azzeccatissimo. Perfette anche le interpretazioni di  Heather Graham e Julianne Moore; la prima nel ruolo della giovane (apparentemente svampita) attrice hard Rollergirl, che si muove esclusivamente su pattini a rotelle sul set come nella vita di tutti i giorni; la seconda, bellissima qui come in Jurassic Park II, interpreta una pornodiva a metà della carriera, con problemi di droga e sull’orlo della depressione dopo l’allontamento forzato del figlio, dopo un divorzio. Julian Moore è un’attrice eccelsa, e questo film ne sottolinea e valorizza talento e bellezza in equilibrio tra acerba e matura già in luce con  Il grande Lebowski dei Coen.

Proprio dalla lezione dei Coen (Fargo in primis), Anderson autore anche della sceneggiatura, attinge e personalizza alcune caratterizzazioni a tratti spassose: come il pornoattore di colore (Don Cheadle) fissato di impianti Hi-Fi e musica country (quasi un ossimoro per un Afroamericano), al quale viene respinto un prestito bancario per aprire un negozio di impianti musicali, per il suo passato come porno attore esponendo (non denunciando) sia l’atteggiamento snob e ipocrita della “vera Hollywood” sia il totale vuoto artistico di certi registi del genere. Vengono ad esempio mostrate alcune scene, non esplicite, di film a luci rosse con trame poliziesche imbevute di contaminazioni orientali di scarsa qualità, combattimenti ridicoli privi di mordente, inquadrature fisse a campo largo a cui si accompagnano tempi morti e riprese sfuocate che mettono in ridicolo il totale dilettantismo con cui vengono realizzate.

Ci si diverte come a guardare l’Ed Wood burtoniano; riporto qui una scena. Inquadratura fissa. Lei chiede com’è la cucina del locale perché è affamata.

"Se non metto immediatamente qualcosa in bocca potrei sentirmi male”. Stacco e cambio scena. Lei su un letto, seminuda con coperte rosse in una stanza dalla tappezzeria kitsch e lui a torso nudo di spalle, in piedi che le domanda: “Ancora affamata?”. Sublime.

 Ancora troviamo William H. Macy ad interpretare il cornutissimo marito di una pornodiva che non si mette alcun problema a tradirlo con giovani attori e che anzi lo invita ad andarsene sgarbatamente dopo che lui aprendo la porta ha interrotto la copula. Impagabile il suo sguardo perplesso, un pesce fuor d’acqua in quel mondo (ricorda vagamente Steve Buscemi nel Grande Lebowski) e il suo reprimere i sentimenti lo porterà all’omicidio e al suicidio. Perché è anche questo Boogie Nights: violenza, sangue, pistole, droga, overdose, belle aute, belle donne: un minestrone di vita a mille che finirà per violare l’innocenza del protagonista.

Ma uno come Anderson non vuole buttarci alla ricerca di una morale: è un esporre neutro, documentaristico, divertito e ci pone davanti una realtà, come quella del cinema a luci rosse.

Un po’ il ritratto della vita, non certo priva di scosse, di John Holmes; avere una particolare dote e non saper fare nient’altro che esibirla; ponendosi al baratro di una realtà giocata in bilico sul filo dell’equilibrista al circo. Il circo: ma Dirk Diggler che cos’è in questa giostra? Un fenomeno o il clown del momento, che recita una parte e poi davanti ad uno specchio si strucca ed è il più solo e incompreso? 
Il film ebbe tre nomination per la settantesima edizione dei premi oscar (1998) ma nessuna statuetta: come miglior attore non protagonista per Burt Reynolds (vinse Robbie Williams con Will Hunting-Genio ribelle); come miglior attrice non protagonista per Julian Moore (vinto da  Kim Basinger con L.A. Confidential).  per la miglior sceneggiatura originale (vinsero Ben Affleck e Matt Damon sempre con Will Hunting-Genio ribelle); ma quello era l’anno di Titanic pigliatutto.

Regia, soggetto e sceneggiatura: Paul Thomas Anderson.
Fotografia: Robert Elswit. 
Montaggio: Dylan Tichenor. 
Costumi: Mark Bridges. 
Scenografia: Bob Ziembicki. 
Musiche: Michael Penn. 
Con Mark Wahlberg, Julianne Moore, Burt Reynolds, Don Cheadle, John C. Reilly, William H. Macy, Heather Graham.

 (Boogie Nights, USA 1997, 150').

Elio Satta

ISBN/EAN: 
8017229011481

Commenti

Anderson per me è ancora soltanto il regista di "Magnolia" - devo vedere questo "Boogie Nights" che descrivi con entusiasmo. Per adesso, tramite il tuo scritto posso constatare che il regista ha una particolare sensibilità per le storie al limite - con particolare riguardo nei confronti degli aspetti più radicali della sessualità (già prometteva il personaggio di Cruise in M.).
*

(notevole l'ossimoro "afroamericano-musica country").

Questo è un ottimo film, il primo che rivela le doti di Anderson. é un film impietoso che getta una luce oscura sul mondo dello show business, ancorchè calato in un cinema apparentemente di nicchia come il porno. Dello stesso regista è carino anche "Ubriaco d'amore". Certo Magnolia è il suo film più riuscito.

Di Boogie Nights mi è rimasto soprattutto impresso qualche fotogramma con Julianne Moore...

E' vero che già qui Anderson lasciava intuire l'impronta dell'autore, però dopo Magnolia è di fatto sparito. "Ubriaco d'amore", complice l'ispirata titolazione italiana, da noi è passato pressoché inosservato. Poi?

Sta lavorando con Daniel Day Lewis, preparano...
http://italian.imdb.com/title/tt0469494/

gran bel film, questo. da vedere anche qualche video che ha girato per la sua, ormai ex, compagna, Fiona Apple. Uno che mi ricordo, Paper Bag. Lei in abito rosso da impazzire.
Certo che Mark Wahlberg si sta dimostrando davvero un buon attore (qui si vede dieci anni fa) !!!

(Fiona Apple. "Never is a promise", gran pezzo)

Questo film è un quasi capolavoro. Scritto e diretto a circa 26 anni. Ricordo poco di geniale a questa età a parte i mostri sacri. E' qui la sintesi del primo Anderson, quello dei film altmaniani e simultanei, dei film corali e collettivi. Più di Magnolia, è qui il primo vero Anderson.
Anche se il suo capolavoro si chiama "il petroliere".

"Ubriaco d'amore" è più che carino, secondo me.

Concordo. Purtroppo non capito e poco apprezzato. Ma l'incipit del film è da brivido.

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