“Yo que soy el que ahora está cantando
seré mañana el misterioso, el muerto,
el morador de un mágico y desierto
orbe sin antes si después ni cuándo.
Así afirma la mística. Me creo
indigno del Infierno o de la Gloria,
pero nada predigo. Nuestra historia
cambia como las formas de Proteo.
¿Qué errante laberinto, qué blancura
ciega de resplandor será mi suerte,
cuando me entregue el fin de esta aventura
la curiosa experiencia de la muerte?
Quiero beber su cristalino Olvido,
Ser para siempre; pero no haber sido”.
(Jorge Luis Borges, “Los Enigmas”)
“Io sono colui che adesso canta / sarò domani il misterioso, il morto / l’abitante di un magico e deserto / mondo che non ha prima, poi né quando. / Questo afferma la mistica. Mi sento / indegno dell’Inferno o della Gloria, / ma nulla predirò. La nostra storia / come mutante Proteo si trasforma. / Che errante labirinto, che splendente / biancore avrò per sorte quando il termine / di questa mia avventura mi avrà porto / la curiosa esperienza della morte? / Voglio sorbire il cristallino Oblio /, esser per sempre; ma non esser stato” (trad. di Tommaso Scarano. Tratto da J.L. Borges, “L’altro, lo stesso”, Adelphi, Milano, 2002).
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Il regista madrileno Amenábar (classe 1973, di padre cileno e madre spagnola) esordì nel 1996 filmando “Tesis”. Asserisce che il suo cinema sia il cinema delle domande, non delle risposte. “Abre los ojos”, sua opera seconda, sembra nata appositamente per suffragare questa dichiarazione di poetica. È una storia senza equilibrio, ambientata tra un piano di realtà e uno di sogno lucido: alla disperata ricerca d’una verità che coincide, curiosamente, con la memoria: memoria che pure – annoto – non sembra essere sempre esemplare, in questo senso. Amenábar sembra voler ibridare fantascienza ed esistenzialismo: ne deriva un film che propone una riflessione sulla natura e sulla percezione della realtà, sul potere della volontà, della coscienza e dell’immaginazione, sull’irripetibilità di certi incontri, sull’evoluzione della criogenetica.
“Apri gli occhi” è un film decadente e allucinato: ha il fascino cupo e terribile dell’estraniazione dalla realtà, s’aggroviglia attorno ai curvi fili della follia, s’addolcisce cantando d’un amore e si sgretola di fronte alla ricerca di una logica che possa connettere quel che è avvenuto, quel che potrebbe essere avvenuto, quel che avverrà. La fantascienza subentra a disciogliere l’intreccio: semplificando, apparentemente, quella che poteva essere percepita come un’esperienza estetica psichedelica e liminare.
Non è un caso, a questo proposito, se l’aspetto più interessante del remake del film, “Vanilla Sky” del buon regista e ottimo critico rock Cameron Crowe (2001), possa essere individuato nella colonna sonora – Crowe trasforma il declino e la corrosione della lucidità mentale del protagonista in un viaggio lisergico, insistendo – nelle scene dedicate a rappresentare la confusione mentale e l’alterazione percettiva del protagonista – sulle distorsioni, sulla sovrapposizione di musica e suoni.
Amenábar tende a scolpire queste atmosfere, invece, con un montaggio non estraneo ai videoclip: la colonna sonora ospita un solo brano adeguato a questa scelta, “Risingson” (“Dream on / Dream on / Dream on…”) dei Massive Attack.
Qualche cenno a proposito della trama. César (Eduardo Noriega) è un venticinquenne, alto-borghese, inquieto e tracotante (emblematica, in una delle scene iniziali – la partita di squash con l’amico – un’esplicita invocazione-provocazione blasfema). È un grande seduttore che soffre del male di Don Giovanni: abbandona i fiori che ha appena colto, e subito guarda altrove. L’ultima conquista, Nuria (Najwa Nimri), s’è innamorata davvero e non accetta d’essere sostituita dalla bella Sofia (Penélope Cruz). Scrivere “non accetta” è un eufemismo: si suiciderà in macchina, con Cèsar al suo fianco. Cèsar sopravvivrà, orrendamente sfigurato. Nelle prime battute del film, il ragazzo, una maschera indosso, risponde alle domande d’uno psichiatra: s’alternano flashback della sua vita prima dell’incidente a frammenti della tragedia accaduta diverso tempo dopo. Cèsar nega d’aver assassinato Sofia: crede sia stato un complotto ordito dai soci della sua impresa, che hanno sostituito Sofia con Nuria. Ma va confondendo realtà, sogno, memoria, immaginazione: ha perduto il controllo, e non può trovare pace né senso, da solo. Lo spettatore accompagnerà – interessante ma prevedibile che a facilitare l’identificazione sia, ad un tratto, una soggettiva dalla maschera – Cèsar nel viaggio al termine della sua notte; come nei versi di Borges, fino alla rivelazione ultima – l’oblio.
Tetro e seducente.
Regia: Alejandro Amenábar.
Soggetto e Sceneggiatura: Alejandro Amenábar, Mateo Gil.
Direttore della fotografia: Hans Burman.
Montaggio: María Elena Sàinz de Rozas.
Interpreti principali: Eduardo Noriega, Penélope Cruz, Chete Lera, Fele Martinez, Najwa Nimri, Gerard Barray.
Musica originale: Alejandro Amenábar, Mariano Marín.
Produzione: Fernando Bovaira, José Luis Cuerda, Andrea Occhipinti.
Durata: 117 minuti.
Info Internet: Intervista al regista (L’isola del tesoro)
Articoli e approfondimento: Cinematografo.
Remake: “Vanilla Sky”, di Cameron Crowe (2001).
Amenábar in Lankelot:
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Dicembre 2004. Prima pubb: Lankelot.com
Commenti
"Il regista madrileno Amenábar (classe 1973, di padre cileno e madre spagnola) esordì nel 1996 filmando ?Tesis?. Asserisce che il suo cinema sia il cinema delle domande, non delle risposte. ?Abre los ojos?, sua opera seconda, sembra nata appositamente per suffragare questa dichiarazione di poetica"
MEMENTO, INFERNAL AFFAIRS ed ora ABRE LOS OJOS, non finirò mai di vedere film.
?Apri gli occhi? è un film decadente e allucinato: ha il fascino cupo e terribile dell?estraniazione dalla realtà, s?aggroviglia attorno ai curvi fili della follia, s?addolcisce cantando d?un amore e si sgretola di fronte alla ricerca di una logica che possa connettere quel che è avvenuto, quel che potrebbe essere avvenuto, quel che avverrà".
Quale splendida descrizione!
Film intrigante e misterioso. Ti coinvolge sin dall'inizio e non cala un attimo di tensione.
Il regista spagnolo, in questa opera vola più alto ? secondo me - che in "The others".
Raffaella