Amelio Gianni

Lamerica

Autore: 
Amelio Gianni

Orfani di letteratura dedicata al tema dell’emigrazione (eccezioni scarse, e di scarsissimo rilievo), per una incomprensibile forma di riserbo o per una mai pronunciata e mai ammessa vergogna, assistiamo almeno ad un film rivolto all’argomento: ma con una importante differenza rispetto a quel che potremmo attenderci, e che in fondo pareva annunciato nel titolo. “Lamerica”(omaggio al romanzo “La storia” della Morante) è diventata “Litalia”: non siamo noi gli emigranti.

Siamo la terra promessa. Almeno, una terra promessa.

Film ambientato in Albania, nei primi anni novanta. Un losco imprenditore italiano(Michele Placido), accompagnato dal suo giovane collaboratore(Enrico Lo Verso) si presenta a Tirana per poter avviare la sua nuova attività commerciale: un calzaturificio. La sensazione è che si tratti dell’ennesimo affare sporco: si sprecano, sin nelle prime battute, episodi di corruzione e di violazione delle leggi. Si va in cerca di un prestanome che possa nascondere, con la sua presenza, gli affari sporchi della nascitura “azienda”.

Dopo qualche incertezza, ci si orienta su un vecchio folle(Carmelo Di Mazzarelli), internato per decine d’anni in un campo di lavoro.

Mentre l’imprenditore parte, rimane il suo collaboratore a pilotare il primo periodo d’attività dell’impresa: ma subito sorgono problemi, perché il “presidente”, da folle quale sembra essere, è già fuggito.

Non mancheranno le sorprese: in realtà, è un ex soldato siciliano, disertore, catturato e internato per decenni, e vissuto sotto falso nome in Albania.

Il tempo si è fermato: è ancora convinto d’esser giovane, e sogna di tornare dalla moglie e dal figlio, nella sua isola.

 

Il film si sviluppa attorno alle vicende del “presidente” fuggiasco e del giovane collaboratore dell’imprenditore: sembrano andare, per lunghi tratti, in direzione opposta rispetto alla popolazione, che cerca un facile imbarco per la fuga in Italia. Fuga dalla miseria, dalla povertà, dalla desolazione; e ricerca d’un sogno di ricchezza e benessere, derivato dalla demistificante visione di lusso e sfarzo regalata dalla televisione italiota, tutta lustrini e paillettes. Non sorprende che quelle immagini televisive abbiano potuto illudere e accecare un popolo affamato e desideroso di benessere, considerando quanto hanno contribuito, qui in Italia, all’affermazione del “partito” politico e della linea “politica” del signor Silvio Berlusconi: il saltimbanco di Arcore ha stregato italiani e (involontariamente, ammettiamolo) albanesi, in tempi e modi differenti, e con obiettivi differenti, adottando un’arma apparentemente invincibile, e cioè il controllo della comunicazione nei principali canali televisivi(nei media, a dirla tutta). Sia come sia, questa pagina è il luogo adatto a parlar d’altro: a denunciare le strategie dell’ex palazzinaro lombardo si provvederà altrove.

Sta di fatto, registriamolo come punto fermo, che, esattamente come testimoniato dal film di Amelio, la televisione è il miraggio principale per i nuovi emigranti, dall’Albania all’Italia. Il sogno di una vita è apparire sui piccoli schermi: gli italiani sono visti come “amici” per via della familiarità con “artisti” del calibro di Frizzi, della Zanicchi o di Pippo Baudo. Aberrante.

Situazione deprimente e avvilente, senza ombra di dubbio: che un Paese come il nostro, tutto contrasti, scandali e contraddizioni, possa essere “Lamerica” sognata da altri è sorprendente. E che si sia divenuti “Lamerica” per quiz e varietà, e non per storia dell’arte e patrimonio culturale, è stomacante.

 

Il film, allora, racconta l’emigrazione degli albanesi in Italia senza dimenticare di alludere alla nostra antica emigrazione: il “presidente” fuggiasco, dopo aver vagheggiato il ritorno in Sicilia, si troverà imbarcato su una nave diretta a New York – almeno, questo egli crederà, quando in realtà la rotta è l’Italia. Assieme a lui, si troverà stipato sulla barcaccia l’ex collaboratore dell’imprenditore traffichino, caduto in disgrazia per via del fallimento dell’impresa(scoperta corruzione)e costretto a tornare in patria come un emigrante, nel muto scenario di sogno e disperazione dei poveri clandestini.

 

L’Albania dipinta da Amelio è una terra di uomini dignitosi e pieni di voglia di vivere diversamente: altrove, e altrimenti. È una terra povera e ridotta alla miseria, ma non pronta a vendersi o peggio ancora a consegnarsi al miglior offerente. Stringe il cuore osservare scene ambientate in edifici diroccati o fatiscenti, privi di qualunque minimo servizio. Stringe il cuore vedere una testimonianza tanto credibile delle difficoltà derivate dall’immensa povertà di un intero popolo. Amareggia sapere che l’illusione italiana è tutta catodica.

 

Le immagini d’apertura del film sono sferzanti. Si tratta di un servizio televisivo d’epoca fascista, legato alla conquista dell’Albania. Michele, il futuro “presidente” dello strano calzaturificio, è forse tra quei soldati che sfilano in piazza, millantando d’esser venuti a portare cultura e civiltà(fascista, il che rende l’affermazione un ossimoro). Tutto è rovina e miseria, ora, non è cambiato nulla: gli italiani tornano per colonizzare, con altre tecniche e altre strategie, e ci si trova a fronteggiare l’emergenza della popolazione albanese quotidianamente. Solo le televisioni regalano finzione e idiozia, mostrando a chi non ha gli elementi conoscitivi adatti a elaborare un giudizio critico un mondo vanesio e ricco, ricco fino a risultare nauseante.

Qualcuno crede all’illusione di plastica delle televisioni e dei media di uomini come il signor B. Altri lottano perché si prenda coscienza delle sofferenze, della povertà, della miseria, del dolore, del sangue, e si contribuisca a creare un futuro migliore senza inebetire i cittadini con anestesie catodiche.

 

Il film di Amelio è una coraggiosa poesia sull’emigrazione; un canto di dolore, e una condanna del neo colonialismo italiota. Non c’è speranza per il popolo italiano e non c’è speranza per il popolo albanese, se ci si abbandona al miraggio della plastica vita d’una umanità esistente solo nelle televisioni.

Noi non accettiamo il nostro passato. Gli albanesi rifiutano il presente.

Il futuro sarà simile per entrambi i popoli.

L’importante è denunciarlo, adesso. E combattere per offrire altre verità ai popoli. Ad ogni costo.

Questa pellicola è un pezzo di storia recente. Raccontata con arte.

Da non perdere.


 


Regia: Gianni Amelio.

Soggetto e Sceneggiatura: Gianni Amelio, Andrea Porporati, Alessandro Sermoneta.

Direttore della fotografia: Luca Bigazzi.

Montaggio: Simona Paggi.

Interpreti principali: Enrico Lo Verso, Michele Placido, Piro Milkani, Carmelo Di Mazzarelli, Elida Janushi, Sefer Pema.  

Musica originale: Franco Piersanti.

Produzione: Mario & Vittorio Cecchi Gori.

Origine: Italia, 1994.

Durata: 115 minuti.

 


 

Lankelot, G.F, giugno del 2003. Prima pubb: Lankelot.com

ISBN/EAN: 
8017229435768

Commenti

Bene: tre anni e mezzo dopo, aggiungo: se non fosse stato per la collana de "L'Espresso", immagino che non avrei mai visto questo film.

Noi non accettiamo il nostro passato. Gli albanesi rifiutano il presente.
Il futuro sarà simile per entrambi i popoli.

Non ho visto il film, ma le righe conclusive di questa tua pagina impongono di colmare la lacuna.

Più che non accettiamo il nostro passato, noi proprio ce lo dimentichiamo (consiamente o inconsciamente poco cambia). Quando lo ricordiamo lo manipoliamo - quando possibile - a nostro piacimento.

Il film lo ricordo, pur avendolo visto parecchio tempo fa. Veniva subito dopo quello che per me resta il più bel film di Amelio (Il ladro di bambini), ma era sempre di ottimo livello. Poi Amelio si è perso in film mal riusciti come "Cosi ridevano" e come l'ultimo (salvo invece "Le chiavi di casa", comunque non trovandolo memorabile). Noto che ne hai scritto con passione, dovrò rivederlo per provare a trovare la stessa empatia che emana questo pezzo.

L?Albania dipinta da Amelio è una terra di uomini dignitosi e pieni di voglia di vivere diversamente: altrove, e altrimenti. È una terra povera e ridotta alla miseria, ma non pronta a vendersi o peggio ancora a consegnarsi al miglior offerente. Stringe il cuore osservare scene ambientate in edifici diroccati o fatiscenti, privi di qualunque minimo servizio. Stringe il cuore vedere una testimonianza tanto credibile delle difficoltà derivate dall?immensa povertà di un intero popolo. Amareggia sapere che l?illusione italiana è tutta catodica".

E' proprio così, così come molto amaramente la descrivi tu, Gianfranco.

E' una dolorosissima ambientazione in una terra umiliata da tutte le ideologie umane, sfruttata e depredata. Un viaggio tra gli umili della terra che, ci ricorda l'autore, non stanno a migliaia di chilometri ma proprio dietro l'angolo.
Bellissimo e importante film: si tratta di un gioiellino che non ha ottenuto nemmeno la metà del riconoscimento che meritava.
Raffaella

E mi sembra - chiosa facile - che sia sempre più vicino all'oblio. Non conosco la programmazione televisiva nazionale, ma immagino che non sarà - ad esempio - mai trasmesso dalle reti Mediaset in prima serata.

Io l'ho visto al Cineforum, in TV non l'ho mai visto programmato, che io sappia....

Mi domando quanto sia casuale. E quanto e cosa significhi nel contesto della qualità della programmazione televisiva italiana. Ormai devo arrendermi all'evidenza che non ne so più niente - giorni fa, amici mi parlavano con entusiasmo di serial e cose del genere che per me non sono altro che nomi. E' spenta, s'accende solo per la Roma, la tv. L'ho lasciata agli italiani;)

"la televisione è il miraggio principale per i nuovi emigranti, dall?Albania all?Italia. Il sogno di una vita è apparire sui piccoli schermi: gli italiani sono visti come ?amici? per via della familiarità con ?artisti? del calibro di Frizzi, della Zanicchi o di Pippo Baudo. Aberrante."
Questa è una tragica verità.

"Il film di Amelio è una coraggiosa poesia sull?emigrazione; un canto di dolore, e una condanna del neo colonialismo italiota. Non c?è speranza per il popolo italiano e non c?è speranza per il popolo albanese, se ci si abbandona al miraggio della plastica vita d?una umanità esistente solo nelle televisioni.
Noi non accettiamo il nostro passato. Gli albanesi rifiutano il presente."
Come mi succede spesso, penso a "quando l'orda eravamo noi" e a come lo si sia dimenticato (anche questo!). Penso alle ricostruzione delle storie d'emigranti di Stella, ad esempio.

(e quel testo di Stella andrebbe accuratamente riproposto, anche via commenti...;) )

quel testo in realtà non l'ho letto, ho visto invece, in due versioni un poco differenti, lo spettacolo di Stella tratto dal suo libro Odissee (che è più recente di Quando l'orda.., è del 2005). Una volta era accompagnato dal gruppo musicale dei Barbapedana, che fanno musica etnica di vario tipo (sono perlopiù insegnanti col pallino per questo tipo di ricefche), e un'altra volta da due cantautori locali (Gualtiero Bertelli e Alberto D'Amico, gente che recupera canti popolari veneziani).
Odissee racconta le tragiche storie di emigranti italiani finiti nei più svariati angoli del globo o naufragati con le carrette del mare dell'epoca. Pagavano fior di quattrini a imbroglioni che li illudevano con il miraggio di un paese di cuccagna che era in genere l'America (ma a volte finivano in Australia o in America Latina). Insomma la storia si ripete.

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