Altman Robert

Un matrimonio

Autore: 
Altman Robert
Un matrimonio è forse il film più sottile di Robert Altman. Perché in Nashville se la prendeva coi vaccari. In MASH con i militari. Forse bersagli facili, forse la stessa faccia della stessa medaglia. Prima vaccari poi miliari, o viceversa. Altman, si è capito, dà il meglio di sé quando ha a che fare con tanti personaggi. È maestro del mosaico, dell’affresco, dell’opera corale. E film come La fortuna di Coockie viene voglia di guardarli tutti i giorni. Più anarchico di Anderson, che è un autore simile solo per durata delle pellicole, Altman aveva quel ghigno luciferino che sapeva fissare nelle trame a ragnatela dei suoi film. Rizoma. Deleuze. E Un matrimonio, con quel casuale (per finta) articolo indeterminativo che vorrebbe illudere – ma sa che non ci riesce, ed è un gioco di specchi infinito – lo spettatore che si tratta di una storia qualsiasi, una famiglia qualsiasi, un matrimonio qualsiasi. E così non è. Perché c’è la vecchia matrona che nel suo infinito letto di morte governa le marionette dei piani di sotto, i figli le mogli i nipoti e i parenti acquisiti. E non è casuale, neanche un po’, che la grande vecchia sia proprio Lilian Gish, la ragazza che chissà quanti secoli prima aveva recitato accanto a Griffith, in Nascita di una nazione (1915), Intollerance (1916) e altri classici della preistoria del cinema. Ed è lei che muore, creando disagio, scompiglio. Ma per un po’. Si dimenticano in fretta i morti, specie se avevano una loro personalità. Così il matrimonio può essere festeggiato, nella villa della morta, incontro di due continenti diversi, che si amano ma si odiano, che si rispettano ma si insultano, si intrecciano in un incesto di popoli che, figli del caso e della prepotenza, si scoprono orgogliosi di essere Americani. È lì che il dito perfido di Altman va a punzecchiare. Ma il tocco non è letale né tanto meno decisivo. Il mosaico va costruito con granelli impercettibili. Ed ecco che la mano ferma del grande vecchio riesce ad infilzare ogni personaggio.
 
 
 
Ce n’è per tutti. Per Gassman che fa il padrone di casa, l’italiano che si sente accettato dalla vecchia solo quando è morta. C’è la moglie, con i suoi svenimenti e la sua dipendenza. La governante e le sue tendenze lesbiche. La nuova famiglia acquisita e la castità di Mia Farrow che si scopre la baldracca per eccellenza. C’è Gigi Proietti, forse il più grande attore italiano superstite, che manda il film alle stelle per i suoi pochi secondi davanti all’obbiettivo. Ma la struttura dantesca che porta verso l’irreparabile non ha niente di ripetitivo, riesce ad essere costantemente spiazzante. Perché ciò che ci si aspetta viene sempre da un’altra direzione o sbuca fuori per caso. E l’umorismo è il motore principale, perché Un matrimonio fa lacrimare dal ridere. Esilarante è l’attempato amante di centonovanta chili che corteggia, stritolandola, una donna mummificata, facendola sentire giovane per la seconda volta. E l’ippopotamesco miliardario che saltella fra le margherite si alterna ad un’auto in fiamme, lasciando lo spettatore del tutto smarrito. Questo saper giocare col cinema si rivela assoluto, nella sua pericolosità. E il tema del doppio rimane imperterrito come punto di partenza preferito. Le due famiglie, le coppie, le paia di coppie, le due guardie del corpo, i due sposi e i due ex amanti degli sposi. E lo sdoppiarsi arriva ad una saturazione che non si perde per strada perché, pur essendoci qualcosa come sessanta star, non c’è un secondo di smarrimento. Le psicologie dei personaggi sono per lo più difetti, e accidenti ad Altman se non sono veritieri. Altro che Parenti serpenti di burro italioti, c’è più Italia nello schiaffo che dà Gassman al fratello Proietti quando lo trova “nella casa”, che in metà delle autocritiche nostrane. È la parodia della satira, è l’istantanea della ridicolaggine. Non è caricatura, è ripetizione del reale. Niente, suggerisce il film, sa essere ridicolo quanto un essere umano che non vuole esserlo. Pieno, nel vero senso del termine, ricco di personaggi e idee, il film di Altman è ingiustamente dimenticato, mai citato fra i suoi classici. Dovrebbe stare in cima invece, perché davvero, alla fine del film, ci si accorge che nessuno può essere salvato. Tutti ci meritiamo di essere sbeffeggiati.
 
Regia: Robert Altman
Soggetto e sceneggiatura: Robert Altman, John Considine
Montaggio: Tony Lombardo
Interpreti principali: Vittorio Gassman, Geraldine Chaplin, Lilian Gish, Gigi Proietti, Mia Farrow, Carol Burnett, Desi Arnaz jr, Dennis Franz, John Cromwell, Paul Dooley
Musica: John Hotchkis
Produttore: Robert Altman
Origine: USA, 1978
Durata: 125 minuti.
 
 
ISBN/EAN: 
8032700993445

Commenti

Geniale.

avevi promesso, hai mantenuto:).
Grand'hammer!

archivio ALTMAN integrato in calce;)

2, Promisi di non farla. Io sono così, fare promesse è andare contro la mia anima.

3, dimenticai!

"Niente, suggerisce il film, sa essere ridicolo quanto un essere umano che non vuole esserlo. Pieno, nel vero senso del termine, ricco di personaggi e idee, il film di Altman è ingiustamente dimenticato, mai citato fra i suoi classici. Dovrebbe stare in cima invece, perché davvero, alla fine del film, ci si accorge che nessuno può essere salvato. "

> Altro Dvd da aggiungere ai desiderata. Altro gran pezzo di Luca Martello. Ci vizi.

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